Gaza, Gerusalemme, tragedia

E’ sempre difficile parlare di Israele e Palestina per un ebreo ateo della diaspora, ma non ci si può sottrarre. Aggiungo solo – a scanso di equivoci – che ho parenti in Israele, vivono in due kibbutzim nell’Israele “storico” (valle del Giordano e Galilea) e i loro figli negli anni dopo la guerra del ’67 hanno dovuto vivere nei rifugi perché attaccati da Fatah dalla Giordania, ed è anche esplosa la sala mensa del kibbutz. Quindi non ignoro cosa significhi vivere nell’angoscia che i tuoi cari possano soffrire irreparabilmente. E tuttavia proprio la mia famiglia è contro l’attuale e i passati governi israeliani.

Ma proprio per questo si vorrebbe da parte di tutti qualche decenza in più: è indecente lo schieramento “a prescindere” pro Israele, specie da parte di chi (Salvini in primis) impersona tutto ciò che ad un ebreo “normale” dovrebbe fare ribrezzo: la discriminazione esibita come regola politica, l’odio per i diversi (tutti, vedi DDL Zan, per non parlare di ius soli), il sostegno a chi si fa giustizia da sé…

Ma quello che m’inquieta di più è l’improvvisazione dei commenti, delle prese di posizione di quanti – grandi e piccoli attori – ripetono giaculatorie scontate e del tutto inutili in queste ore drammatiche.

E invece ci sono almeno due fatti di enorme novità e di radicale mutamento dei “parametri” con cui si giudica(va) lo stato del conflitto israelo-palestinese:

a) i missili lanciati da Hamas hanno raggiunto il centro di Israele, non era mai successo! Il che dimostra un’accresciuta dotazione tecnologica e militare che dovrebbe (ma le notizie di queste ore mi smentiscono drammaticamente) portare gli attori del conflitto a capire che forse è il caso di non ripetere per l’ennesima volta lo schema “lancio di missili- rappresaglia infinitamente più violenta e letale”, ma che è giunto il momento di voltare pagina, e programmare la pace! Ricordo che all’epoca della prima guerra del Golfo proprio il lancio degli scud iracheni su Israele provocò un qualche turbamento, e che da lì partì la strada che portò prima alla conferenza di Madrid e poi agli accordi di Oslo;

b) gli “incidenti” tra popolazione ebraica ed araba in tante città israeliane (Lod, Acco, Haifa): che io ricordi non era mai successo con tale intensità e furore. Colpi di arma da fuoco e incendi di sinagoghe sono segnali di un possibile non ritorno nella stessa convivenza civile; a me ricordano la Jugoslavia dove in un batter d’occhio si è passati dalla convivenza alla delazione e all’assassinio tra vicini di casa.

Se sono vere queste cose, e lo sono, è semplicemente ignobile trastullarsi su “chi ha diritto di difendersi” o “abbassare le violenze da entrambe le parti”: chi può (in primis Biden, l’Unione Europea, l’ONU) dica con chiarezza che è giunto il momento di una forza d’interposizione ONU al confine con Gaza e lanci una nuova conferenza di pace sul Medio Oriente, imponendo al contempo il blocco di ogni fornitura militare a tutti gli stati e i soggetti presenti nel Medio oriente.

Le risoluzioni Onu non mancano, nel passato (iniziativa di Ginevra) si era giunti ad un passo dall’accordo definitivo; io non so più se la scelta dei due Stati sia praticabile (anni di insediamenti dei coloni l’hanno credo resa impraticabile), ciò che so per certo è che non si può lasciare incancrenire ulteriormente una situazione che rischia di esplodere

Unico raggio di speranza, la mobilitazione – debitamente nascosta dai media – di tanti e tante israeliani, arabi ed ebrei insieme, contro la violenza e per una convivenza pacifica, così come di giovani ebrei italiani sotto l’hashtag Not in our names (qui il link https://www.facebook.com/claudio.treves.1/posts/3013338972236791?notif_id=1621013856457956&notif_t=feedback_reaction_generic&ref=notif )

Roma, maggio 2021

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