Racconti BreviTony Paganoni

UN AFRICANO NEL SUBWAY DI NEW YORK.

Scalabriniano: chi è? Qual è il suo carisma?

Sapete che da anni collaboro come volontario lungo le frontiere più calde e pericolose del Centro e Nord America con la Congregazione degli Scalabriniani. Un ordine religioso fondato in Italia a fine ottocento da Monsignor Scalabrini, per aiutare gli italiani che, per fame e carestie, andavano a cercare un futuro all’estero. Migranti perseguitati in patria e nei luoghi dove arrivavano. Oggi sono presenti in quasi tutti i continenti ed assistono i migranti in quanto tali e di tutte le nazionalità.

Ho chiesto ad uno di loro di descrivere il suo percorso, dal seminario e lungo le sue missioni.

Lui deciderà in libertà assoluto quando e cosa scrivere.

Oggi iniziamo con un suo primo racconto.

Andrea Cantaluppi

Da pochissimi giorni ero sbarcato al porto di New York (ottobre 1961),
con tutti quei moli, uno dopo l’ altro, sul versante ovest di Manhattan.
Dopo le pratiche sbrigate in fretta, ero stato prelevato da un paio di
studenti, per raggiungere insieme il seminario filosofico-teologico di
Staten Island, il più “verde” distretto della metropoli americana.
Due giorni dopo ero stato accompagnato a Manhattan da uno dei nostri
studenti, nato in America, ma siciliano in cor, per acquistare alcuni volumi
usati per l’apprendimento della lingua inglese. Per arrivare alla zona
dotata di enormi librerie, avevo goduto panorami insoliti: prima sul
traghetto a vapore (da Staten Island a New York City) e poi “scomparsi”,
per così dire, nella metropolitana, a tre piani. Il mezzo più adatto, mi disse
l’amico accompagnatore, per evitare il traffico sempre congestionato di
New York e così coprire distanze ragguardevoli comodamente, senza
perdere la pazienza.
Dopo aver sbrigato gli acquisti, riprendemmo la metropolitana e,
letteralmente trasportati dalla folla accalcata sulla pensilina, non senza
spinte enormi arrivammo vicino alle porte aperte del treno. Queste, ad un
certo punto, scattarono e lo studente italo-americano se ne andò sul
treno e io rimasi lì, ancora fermo sulla pensilina. Mentre il treno si
muoveva in fretta, mi parve di capire da un suo cenno con la mano che io
avrei dovuto salire sul prossimo treno per scendere alla fermata
successiva, dove, pensai, mi avrebbe atteso.
Così feci: ma, arrivato alla “fermata seguente”, dov’era l’amico
americano? Di lui neppure l’ombra! Rimasi lì, in attesa impaziente. Ero
restio a chiedere informazioni, consapevole della mia ignoranza totale
della lingua inglese. Avevo terminato il liceo classico a Como, con diversi
anni di studio della lingua francese.
Sapevo che a New York si era insediata una folta comunità italiana. Dopo
parecchio tempo, incominciai a ripetere senza gridare: ‘italiano … italiano

… italiano’ , con la speranza di trovare una qualche persona di lingua
italiana. Ma nessuno si fece avanti.
Che cosa potevo fare? Dovevo ripercorrere la stessa strada per il ritorno
in sede: metropolitana e poi traghetto. Fossi risalito in superficie, in tasca
non avevo che pochissimi dollari, insufficienti per pagare un taxi. Mentre
ero assorto in questi ed altri pensieri, fui avvicinato da un gigante che mi
guardava, quasi sempre sorridente dall’alto in basso. Era un americano di
origine africana: era così nero! Era forse per il colore della sua pelle che i
suoi denti ed occhi brillavano intensamente? Anche se con un italiano
stentato, mi domandava se avevo bisogno di aiuto.
Rimasi titubante e perplesso se rispondere di sì. Era il primo nero
incontrato dal sottoscritto, solo ventenne. Lui sorrideva e sorrideva…e io
lo guardavo con i piedi (non solo) irrigiditi. Non sapevo cosa fare. Ma poi
alla fine, estrassi dalla mia tasca la ricevuta della compera avvenuta dei
testi, dicendogli che volevo ritornare alla stessa bottega. Lui mi disse:
“vengo insieme con te”. Si voltò e data la mole della sua “personcina”,
non mi fu difficile, nonostante la calca, seguirlo sulle scale mobili, i lunghi
corridoi e poi all’aperto e dopo aver attraversato due incroci, nella
bottega dei libri.
Dopo una telefonata rassicurante al rettore del seminario scalabriniano
da parte mia ed una cordiale conversazione, almeno a giudicare dal tono,
tra il mio “accompagnatore” ed il rettore, si iniziò il viaggio di ritorno,
riprendendo la subway in direzione della stazione di imbarco sul
traghetto. Al disimbarco, sulla costa opposta, c’era il rettore del seminario
in attesa: desiderava ringraziare personalmente il gigante nero così
gentile, premuroso e generoso.
Alcuni giorni dopo il rettore mi informò che, preoccupato, dopo diverse
ore di attesa per il mio non avvenuto rientro in seminario, aveva
telefonato alle forze dell’ordine, avvertendole che un giovane italiano,
appena arrivato dall’Italia, risultava disperso a Manhattan!

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