ArticoliBenito Fusco

Poter credere come “atei pensosi”, senza potere.

“ … I governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono … tra voi però non è così …” (Mc 10,42-43). Gesù ha sempre rifiutato in modo radicale ogni forma di potere. D’altronde, il potere politico e quello religioso hanno messo in croce Cristo, e ciò dà significato a molte cose, e che è impossibile battezzare il potere.

Soprattutto può significare che in ogni centro di potere il credente autentico si troverà sempre a disagio, e che in ogni gestione del potere il cristiano dovrà accettare di essere un perdente; e questo non perché vuole vivere fuori dal mondo o perché non si sente responsabile o per indifferenza o perché non vuole sporcarsi le mani, ma perché il credente cristiano deve amare, e l’amore non si serve dell’altro ma lo serve; anche perché, come Gesù, non accetta compromessi, non si arrende di fronte al male, non difende i privilegi, e non ha paura di pagare di persona.

Ama troppo la libertà per barattarla con il pane perché ha fiducia nell’Uomo,  e non si rassegna mai di fronte a situazioni disumane soprattutto perché non vuole e non deve cristianizzare il mondo ma renderlo migliore, libero, armonioso. Ma che credenti siamo? Forse come Tommaso: se non vedo e non metto il dito, no credo”. Un proverbio ebraico dice che: “l’ultima cosa che il pesce vede è l’acqua”; così forse siamo noi: pesci che non vedono l’acqua in cui stanno nuotando, uccelli che non vedono l’aria in cui volano, persone che non vedono la seduzione dell’amore che ci circonda.

È vero: credere, avere fede, non è semplice, ma i credenti che sono in cima alla piramide, lo hanno fatto diventare ancora più un qualcosa di molto complicato: formale come un codice penale, e difficile quasi impossibile come un ‘dovere’ morale. E pensare che il Dio di Gesù, invece, è molto vicino a ognuno di noi, addirittura dentro di noi, ma noi quasi sempre lo facciamo immaginare dentro un mondo strano e lontano, lo rimpiccioliamo dentro un tabernacolo, e ci impegniamo di più per dimostrare razionalmente la sua esistenza che di far assaporare la Sua presenza discreta in noi. Ci piace discutere di religione sì o di religione no, ma non abbiamo il desiderio appassionato della Verità, né un sincero atteggiamento di ricerca per scoperchiare nuovi misteri e semplificarci il cammino: ci dimentichiamo che l’amore non è un dovere ma nasce da una libertà preliminare. Preferiamo invece vivere una comoda religiosità infantile che chiude Dio in spazi angusti o extraterrestri, e che ci impediscono di sentirlo in maniera sana, libera e fiduciosa in noi. Allora, penso che dovremmo accogliere e valorizzare quell’ostinato, laico, e ateo modo di cercare Dio, modo che può aiutarci a liberarci dalla pesantezza di quel fondamentalismo clericale che sa vivere solo di certezze, senza dubbi e senza domande di senso, quando, in realtà,  per entrare nella vera fede invece ci vuole un cuore libero e curioso: un cuore che non sa stare dentro case e chiese dalle porte chiuse e prive di orizzonti diversi, ma che invece vuole toccare e mettere le mani, come Tommaso, nelle ferite e nelle piaghe dei venerdì santi dell’umanità, mani libere che sanno spingere i cuori verso una Vita che sa farci rinascere. E penso con nostalgica ammirazione, alle mie care compagne e ai miei cari compagni cosiddetti ‘lontani’, che cercano Dio in libertà, senza sapere che già sorride in loro, e che gioia vivono nel loro essere “atei pensosi” sperimentando con sincerità la bellezza tenera del dubbio e il desiderio incontenibile e appassionato di un Dio ‘per loro’, che sa nascere garbatamente dal desiderio e da domande, e non dà risposte preconfezionate.

Benito Fusco, frate servita, vive all’eremo di Ronzano.

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