ArticoliMartina Romanello

Insegnateci a cercare la felicità.

Ho 28 anni e faccio parte di una di quelle generazioni più sotto pressione che sia mai esistita.

Cresciuti come quelli che vivranno peggio dei propri genitori, in un mondo con molti più problemi, abbiamo già assistito a due crisi economiche da record e a una pandemia.

Il modo in cui noi guardiamo al futuro è come affacciarsi in un buco nero. Guadagneremo mai abbastanza da permetterci una famiglia e dei figli? Riusciremo mai ad aiutare i nostri genitori se le loro pensioni non saranno sufficienti? Avremo mai una casa tutta nostra? Avrà senso mettere al mondo dei figli se il pianeta sta andando a rotoli? Che vita gli daremo se non sappiamo neanche come sarà la nostra da qui ai prossimi 6 mesi? Saremo mai felici?

E si, perché in questa corsa folle in cui siamo lanciati alla ricerca di non si sa bene cosa ci possa collocare sani e salvi in questo ipotetico futuro, siamo portati a dimenticare una cosa fondamentale: l’essere felici qui e ora.

Se il futuro è una trappola in cui sopravvivere sarà difficilissimo, viviamo il presente con una tensione e una pressione sproporzionate, spinti da un’ansia di performare, di produrre, di accumulare non si sa bene cosa ( esperienze, soldi, titoli di studio, follower?!) che alla fine tutto fa brodo, o meglio, tutto fa curriculum. Lavoriamo in genere molto più di 40 ore settimanali perché in azienda c’è da dimostrare che siamo disposti a dare tanto, o perché siamo le cosiddette partite iva e abbiamo bisogno di accettare quanti più clienti possibile ed entrare in qualunque progetto di cui veniamo a conoscenza. Io non mi vedo, vedo i miei amici, ci vedo in questo folle turbinare di situazioni lavorative precarie, di episodi di mobbing sempre più normalizzati, di diritti dimenticati. A partire da quello più importante, il diritto al proprio benessere fisico e mentale. Abbiamo passato anni a studiare e ad eccellere – perché se non ti laurei subito e a pieni voti, sei fuori – e poi ci affacciamo al mondo del lavoro in maniera timida, inconsapevoli del nostro valore e convinti che sia normale non vederci riconosciuti talenti, predisposizioni e passioni, mentre dovrebbe accadere esattamente il contrario. E allora cosa succede? Succede che cresciamo nei dubbi e nelle insicurezze.

Avremmo fatto la scelta giusta? Abbiamo sbagliato ad iscriverci a quella università? E ad accettare quel lavoro? E a provare quel concorso? Ed ad aver fatto quel tirocinio? E se di colpo cambiassimo tutto? E se mi licenziassi? E se invece cercassi un lavoro “vero”? E se iniziassi a studiare qualcosa di completamente diverso? Sia chiaro, non sono domande che riusciamo a porci in maniera serena, sarebbe bello di avere sempre voglia di mettersi in discussione in maniera propositiva, per aggiungere consapevolmente valore alle nostre vite. No, queste sono domande che ci facciamo in uno stato quasi di panico, con agitazione, incapaci di rispondere il più delle volte e presi da uno sconforto generale che ci paralizza. Noi non sappiamo niente.

Non sappiamo prevedere il nostro futuro, nemmeno da qui ai prossimi 5 anni. Non abbiamo delle ricette, quelle dei nostri genitori – posto fisso e casa di proprietà – non funzionano più, ma non sappiamo con cosa sostituirle. Inutile dire che per noi donne il discorso si complica.

Dobbiamo essere sempre, anche a 20, 30 e 50 anni delle brave bambine, è quello che la società si aspetta da noi. E il mondo del lavoro non fa certo eccezione. E se mai volessimo essere madri? Riusciremo anche a lavorare o a tornare a farlo? Il ruolo della cura riusciremmo a condividerlo davvero con i nostri partner? Saremo brave mamme? E riusciremo anche a mantenere anche i nostri sogni, progetti, ambizioni?

E già perché essere una giovane donna nel 2021, significa anche scappare da tutti gli stereotipi di donna forte, indipendente, wonderwoman 2.0, che stanno sostituendo quelli di donne casa e chiesa, dedite solo alla cucina e ai figli, ma non è detto facciano meno danni.

Questa donna che non deve chiedere mai è l’esatto alter ego del perfetto uomo patriarcale e capitalista e ci espone a tutta un’altra serie di pressioni legate ad obbiettivi di carriera, stipendio, autonomia che non è detto corrispondano alle nostre aspirazioni e passioni interiori, al nostro personalissimo modo di vivere.

Nessuno ci insegna a riconoscere le nostre pulsioni, i valori da cui vogliamo farci guidare e il modo di perseguirli consapevolmente. Dobbiamo sempre rispondere a un modello che qualcun altro ha preconfezionato per noi. Un modello perfettamente aderente al turbocapitalismo, alla società della performance ma non a noi stessi, non alla nostra soddisfazione personale, non al nostro benessere. Ci hanno cresciuto come macchine per produrre ma noi ce ne siamo accorti e non è detto che staremo al gioco.

Voi però aiutateci.

Insegnateci a cercare la felicità o almeno incoraggiateci a farlo.

(67)

Loading