Lo chiamerò “Andrea”, forse…

Pio Campo

Da oggi pubblicheremo racconti brevi di Pio Campo, un danzaterapeuta che vive e lavora a Goias, Brasile.

Passi che si snodano per sentieri sterrati, fra gli orti abusivi di un quartiere in disparte, a Milano. Ascolto le mie scarpe scricchiolare sui ciottoli e la ghiaia, gli occhi si perdono nelle recinzioni create con reti sbrindellate, letti dimessi, lavatrici e porte sfasciate. Il tutto compone un’armonia ingoiata dalla natura disordinata che sorregge e trasforma le divisioni improvvisate in composizioni artistiche riconducibili ad autori originali, scultori annoiati, pittori ventriloqui che gracchiano corvi e rospi primaverili. Intravedo insalate rigogliose, carciofi e cavoli e penso che in una città come questa mi pare un miraggio tanta esuberanza in un terreno abbandonato.

Abbondanza creativa, resistenza, audacia. Ci arrivo attraversando un quartiere periferico, di palazzi appesi ad un cordone di precarietà. Dai balconi ogni tanto qualcuno fa ginnastica, c’è chi cuce el sole, chi litiga e chi canta…Panni stesi, spesso dimenticati sotto la pioggia. Mi avventuro in tempi di pandemia per respirare, esplorare… una città in cui ho vissuto per anni senza conoscerla veramente.

A volte lui è per strada e, come sempre, sbraita. Me ne sto alla larga; ce l’ha su col mondo. Dall’altro marciapiede insulta chi passa e urla storie di politica, rivendicazioni sindacali, rimbrotti irati. Sinceramente mi fa un po’ paura e quando senza neanche vederlo, sento la sua voce rauca, cambio direzione. Un pomeriggio lo vedo intento a una specie di comizio, con microfono, da un balcone fatiscente, il suo. Qualche vicino lo osserva divertito, altri lo ignorano ma rimangono attenti agli sputi che saltuariamente fuoriescono dall’arringa infuocata. Per qualche giorno smetto di passare da quel quartiere perché segretamente temo di vederlo spuntare nei sentieri di cavoli e pomodori. Lui in realtà appare ovunque in zona. Sull’autobus, quando sale, chi può scende o si crea un vuoto protettivo e attento fra chi ha ancora tante fermate prima del proprio destino. Lui mi ricorda una piccola imbarcazione sfasciata sempre alle prese col maremoto. E penso quanto penoso sia il suo vivere.

Piove; la gente si affretta ad entrare al supermercato. Lui è li, fradicio e silenzioso. Ha montato una piccola esposizione straziante di oggetti suoi, sopra un pezzo di legno sistemato sul cestino dei rifiuti. Rallento e per entrare gli passo accanto. Mi rapisce la vista lacerante dei suoi prodotti in vendita. Una statuetta sbeccata di una madonna, un accendino, qualche scatoletta di chissà cosa, una candela usata. Sento un terremoto di tenerezza; per la prima volta incrociamo gli sguardi. Lui mi sorride con il suo unico dente che svetta dalla gengiva nuda. Come spinto da un imbarazzo che non sa giustificare l’attività in atto, mi dice: “Sai, devo comprarmi le sigarette”. Ho una moneta di due euro che mi farfuglia in tasca, gliela porgo istintivamente e lui:” Scegli pure quello che vuoi”. Non prendo niente. “Vendi pure a qualcun altro, sono a posto per oggi”, gli dico. Lui torna a sorridere. Entro nel super col cuore in tumulto. Sento il fragore del muro che crolla e che apparentemente mi separava da lui, giro lo sguardo e fra gli scaffali dei pelati trovo svenuta la mia paura. In realtà non vedo l’ora di uscire e rivederlo e mi affretto a mettere sul cestino cose che non mi servono, dimenticando ciò che sono venuto a comprare. Non piove più ma lui sgocciola. Mi mostra felice il pacchetto di sigarette. La madonna l’ha venduta. “Mi hai portato fortuna” mi dice e il tono è quello di un ragazzino. Lui a cui non so dare un’età.

Lo chiamerò Andrea, forse.

Andrea, in greco, uomo forte, coraggioso.

Da allora lo incrocio quasi tutti i giorni e non lo evito. Spero che veda che da dietro la mascherina gli sorrido e sempre sventolo la mano in un “Buongiorno caro”, lui fa altrettanto. Il suo sguardo è di complicità assoluta. Mi pare più tranquillo. Non lo vedo urlare. Forse qualche rimbrotto ogni tanto. Forse lo hanno medicato. Però mi piace pensare che fra gli scaffali dei pelati la paura esanime, disfatta, è stata la svolta per accendere fra noi altri sguardi, vederci veramente, sentire umanità e basta. Andrea, chiamiamolo così, è magro e curvo e si porta addosso le bastonate ricevute in vita. Però è evidente quanto viva sia in lui la fiamma dell’affetto, chiamiamola amore, quando si sente visto con altri occhi.

Lui un Andrea infuocato ma incline alla dolcezza.

Ed è così che il mondo cambia, nei piccoli fatti, un incrociare di sguardi senza veli e pregiudizi. Una vendita improvvisata sul cestino dei rifiuti, che trasuda storie vissute. Due euro e un pacchetto di sigarette. Il cuore in tumulto, la paura svenuta fra gli scaffali. Un unico dente come l’Everest in una gengiva. E tutto il degno, degnissimo desiderio di scambio, comprensione, affetto.

La danza, sì la danza, sia benedetta sempre per avermi dato occhi per vedere.

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