Il paese dove non si muore mai

C’era un giovanotto, non si sa bene dove, che disse, non si sa bene quando: ”Prima o poi, morire bisogna, solo che io non ne ho affatto voglia e me ne vado a cercare il paese dove non si muore mai”.

Salutò tutta la famiglia e si mise in cammino. Andava sempre avanti e a tutti chiedeva se sapevano dove fosse quel posto fortunato, ma nessuno lo conosceva. Un giorno, finalmente, incontrò un vecchione con la barba bianca che spingeva una carriola carica i pietre.

“Lo conoscete il paese dove non si muore mai?”. “Figlio mio, no, ma conosco un rimedio. Se non vuoi morire quand’è tempo, fa’ come me: finché non ho finito di spianare quella montagna laggiù, non posso morire”. “E quanto tempo ci vuole?”. “Cent’anni almeno…”. “E poi?”. “Poi dovrò morire anch’io”. “Allora non mi interessa”. E proseguì. Dopo un po’ arrivò al mare, dove c’era un vecchio vecchissimo che guardava un’anatra, e l’anatra beveva l’acqua del mare goccia a goccia.

“Lo conoscete il paese dove non si muore mai?” “No, ma non c’è bisogno di andare là per scamparla. Io, per esempio, non morirò finché quest’anatra non avrà bevuto tutto il mare”. “E quanto tempo ci vorrà?”. “Mille anni almeno”. “Allora non mi interessa”. E se ne andò”. Cammina cammina, arrivò a un gran palazzo costruito sull’orlo del mondo, e bussò. Gli aprì un vecchio con la barba fino ai piedi. “Cerchi il paese dove non si muore mai? Bene, l’hai trovato. Finché starai con me, non morirai”. “E allora non me ne andrò più. Ci faremo compagnia”.

Il giovane rimase nel palazzo con il vecchio dalla lunga barba, e fece vita da signore per mille e mille anni, e forse qualcuno di più. Alla fine però, aveva voglia di tornare a vedere i suoi parenti, che erano tanti e affezionati.

“Ma come ti viene in mente, disse il vecchio, saranno morti da chissà quanto tempo”. “E allora voglio conoscere i loro discendenti. Ce ne sarà pure qualcuno”. “Questo si; ma devi stare bene attento a come ti comporti. Prendi il mio cavallo, che è il più veloce del mondo, e vai sempre dritto. Bada però che se scendi da cavallo sei morto”.

Il giovane ringraziò e si mise in viaggio. Ripassò dove c’era il vecchio con l’anatra, e vide che invece del mare c’era un gran prato, e ai margini del prato le ossa di un morto: “Se restavo qui, finivo anch’io allo stesso modo”. Più in là, vide che al posto della montagna c’era una piana liscia liscia, e da una parte una tomba: era quella del vecchio con la carriola: “Sarei morto da un pezzo se restavo qu!”.

Alla fine arrivò al suo paese, ma era tutto diverso da come se lo ricordava lui, e gli sembrava di non conoscere più nessuno. La sua casa non esisteva più, e dei suoi non era rimasta la memoria. Ci restò molto male, e alla fine decise di tornarsene indietro. Voltò il cavallo e in quel mentre un vecchio carrettiere lo chiamò. Era magro magro e malridotto, e il suo carro non era meglio di lui: pieno di scarpe rotte e sfondate, e tirato da un bue scheletrito dalla fame.

“Per carità, bel cavaliere, aiutami a tirar su la ruota, che m’è finita nel fosso. Da solo non ce la faccio”. “Ma non posso fermarmi, ho da riprendere il viaggio”. “Per carità, fammi il piacere, che qui viene notte e a casa mi aspettano”. Impietosito il giovane scese, e a quel punto il carrettiere lo prese per un braccio, con dita che sembravano di ferro: “T’ho preso alla fine! Io sono la Morte, e quelle scarpe sul carro le ho consumate a forza di cercarti. Ma adesso vieni con me! Prima o poi è destino che vi acchiappi, voi uomini.

Così il giovane dovette morire anche lui, ma in fondo aveva vissuto abbastanza.

(fiaba popolare veronese)

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