CON QUALI CULTURE

una Terra 
un popolo
una Costituzione
una scuola
Newsletter n.11 delL’8 aprile 2020 

CON QUALI  CULTURE

Cara Amica, gentile Amico,
la grande tormenta che da noi è cominciata emblematicamente quando il governo disse che non ci si doveva baciare, continua a estendersi nel pianeta e sta raggiungendo ora la sua massima intensità negli Stati Uniti. Avendo ben visto in questa crisi come il mondo sia uno, tutto attraversato da uno stesso virus e tutto dotato di un solo anticorpo che è la solidarietà umana sulla Terra, ci stringiamo con affetto all’America, che non meritava una prova così dura resa anche più difficile dai guasti provocati da Trump e da tanti improvvidi governanti prima di lui. E con lo stesso spirito facciamo i nostri migliori auguri a Johnson che è in rianimazione.
In forza di  tale esperienza, sempre più appare necessario andare verso una Costituzione mondiale, e soprattutto verso la creazione o l’aggiornamento di istituti di garanzia che indipendentemente dagli Stati,  si protendano a rendere effettivo per tutti gli abitanti della Terra il godimento dei diritti universali alla salute, alla vivibilità dell’ambiente, all’istruzione, al cibo, alla pace e così via.
Questo imperativo politico, avanzato dalla nostra Scuola, comincia a essere discusso e apprezzato anche all’estero. In Spagna continua a fare notizia e ad essere dibattuto anche se c’è chi, come il costituzionalista Josu De Miguel dell’Università di Cantabria. dice al Paìs che una Costituzione della Terra c’è già, è la Carta dell’ONU, e mentre è già così difficile far passare l’idea di un diritto internazionale valido per tutti i popoli, sarebbe “ingenuo” fare il passo verso una Costituzione della Terra.
In verità è proprio la labilità e impotenza dell’attuale diritto internazionale che spinge ad andare oltre il modello internazionalistico; come ha detto il prof. Ferrajoli in un’intervista a Vatican News, i modelli di democrazia atti a rispondere alle sfide globali possono essere i più svariati, ma la scelta più adeguata sarebbe il passaggio a un modello di democrazia cosmopolitica: “E’ il sogno di Kant, che oggi è possibile integrare, attuare e garantire dando ad esso la forma e la sostanza di una Costituzione globale, rigidamente sopraordinata ai poteri sia degli Stati che dei mercati”.  Dello stesso Ferrajoli pubblichiamo nel sito un’altra intervista a Rassegna Sindacale, in cui denuncia il colpo di Stato in Ungheria, col pretesto dell’epidemia, e sottolinea le virtù della nostra Costituzione e della nostra cultura democratica.
Nella visione complessiva dei problemi che emergono e possono fare da ostacolo al cambiamento oggi necessario e alla ripresa dopo il virus, non possiamo non rilevare l’arretratezza che si è manifestata in Italia  nella polemica relativa alla rinuncia della Chiesa a celebrare  col solito concorso di grandi folle e assemblee ecclesiali i riti della Settimana Santa. Non vogliamo alludere tanto al prevedibile sfruttamento del dolore dei fedeli fatto da Salvini nella sua nuova improbabile veste di “defensor fidei”,  vindice del sacro  e sostituto dei vescovi, quanto alla legittimazione che gli è stata data dal Corriere della Sera, giornale noto al senso comune come espressione ideale della borghesia italiana, o almeno lombarda.
Questa borghesia è laica, perché viene dall’illuminismo,  ma rivendica anche il cristianesimo come fattore determinante dell’identità italiana (Croce!). Tuttavia nel fondo di Antonio Polito, che pur viene dalla sensibilità della cultura comunista, si rivendica il “sacro” come “formidabile strumento di tenuta e coesione” sociale, e anzi addirittura come “nato per questo”, e si ignora del tutto il cristianesimo, se non per dire che anche prima di esso e della sua Pasqua le feste pagane celebravano la rinascita primaverile della terra.  Ma il cristianesimo è precisamente l’evento che ha operato il passaggio dalla legge del sacro alla libertà della fede, dalla pesantezza dei riti alla interiorità dell’adorazione in spirito e verità, dal timore del Dio “affascinante e terribile” alla visione del Dio sfigurato, mansueto e vivificante della croce. È impressionante, e certo anche colpa di un mal trasmesso messaggio, che dopo duemila anni una borghesia europea sia attratta dai residui e dalle briciole delle antiche culture pagane, rivendichi le virtù  palliative “dei miti e dei riti”, richiami in servizio una religione ridotta a “simboli e metafore”, nella persuasione che ciò serva agli uomini, “anche ai contemporanei così sicuri di sé, ma oggi all’improvviso sconvolti dalla scoperta di non essere invincibili”; un’ennesima alienazione, una cristianità senza cristianesimo.
Polito ricorda l’editto di Costantino: per la prima volta, da allora, dice, si celebra la Pasqua a porte chiuse. Allusione incauta: perché prima di Costantino c’era la persecuzione.
Molte cose dobbiamo dunque mettere a posto con le nostre culture. Per questo nella nostra scuola e nel sito c’è una sezione intitolata “Dimenticare Teodosio”. Per fare l’unità umana, tutte le religioni devono uscire dal loro sogno di Costantino, verso un’età diversa da quella costantiniana di Teodosio e diversa dalla ricaduta nelle manifatture pagane del sacro.  È una gran cosa che a guidare la Chiesa tra questi scogli, nel sovvertimento della pandemia, ci sia tutta la misura e la lucidità evangelica di papa Francesco.
Poiché si riferisce a questi problemi, pubblichiamo nella citata sezione del nostro sito l’ultima newsletter dal sito “Chiesadituttichiesadei poveri” dal titolo: “La profezia di Caifa”.

Con i più cordiali saluti ed auguri di buona Pasqua

Costituente Terra

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