De Cada Dia prima parte

È un lavoro di foto-testimonianza svolto con sacrificio e passione, da due ragazzi veneti, Dario Antonini e Luca Toffolon, in quelle zone messicane dove si può toccare con mano il dramma di migliaia di migranti che vanno in cerca del sogno “Americano”. Loro si sono posti domande oltre gli stereotipi egoistici, che nella loro terra hanno trovato facile terreno ed interpretano una cattiveria spaventosa. I veneti sono espatriati a centinaia di migliaia e oggi si fa finta di non ricordarlo. Tagliare le proprie radici e memorie porta all’annullamento della mente umana. Il lavoro dei due giovani ricercatori bagna con lacrime amare un terreno che si vuole far inardire per il proprio tornaconto momentaneo. Sic transit gloria mundi. Varrà anche per i momentanei pappagalli che si esibiscono sul teatro della storia per strappare un applauso beota.

Andrea Cantaluppi

De Cada Dia

«Quale mondo giaccia al di là di questo mare

non so, ma ogni mare ha un’altra riva,

e arriverò.»

Cesare Pavese

Foto 1: Nuevo Laredo, 2007. Si appoggia al vetro della finestra la foto, ingiallita e spiegazzata, di coloro che sono rimasti a casa. Il loro ricordo è la benzina per andare avanti.

 

Dalla finestra dell’albergo, a Laredo, Texas,

sulla sponda sicura della vita,

spio i mulinelli sulla superficie del Rio Bravo

e conto le piccole macchie nere che

punteggiano le sue rive melmose.

Sono pneumatici di camion

a cui si aggrappano

quelli che tentano di oltrepassare

la frontiera fluviale che li separa

da un futuro immaginato migliore.

Di fronte c’è il Messico.

…adesso sono lì,

che sguazzano aggrappati ad una

camera d’aria,

o aspettano l’opportunità di farlo,

nascosti tra i cespugli,

con lo sguardo puntato da questa parte.

Mi chiedo cosa vedano.

Maruja Torres

 

CALPESTANDO LA STESSA POLVERE

Quando si parla del Messico, del Guatemala o del Centro America in generale, si finisce sempre a parlare di migrazione, di muri. Il muro è stato oggetto anche di una discussa campagna elettorale del neo eletto Presidente degli U.S.A, Donald Trump.

Quando si parla di migrazione si parla spesso solo di cifre, statistiche, numeri. Al giorno d’oggi si fa la storia con le infografiche, con pochi elementi visivi.

Non esiste una riflessione sulla persona, sul sentimento, sul desiderio o la necessità di andare altrove.

Si fotografa la soluzione, si accompagna la notizia, si fa luce sulla colpa, ma non ci si sofferma a vedere cosa sta nel mezzo, sospeso. Non si parla con il soggetto principale e si riempie il vuoto che non si conosce con le proprie convinzioni, col sapere distorto di una realtà trasmessa.

Si fa una fotografia e poi si lascia alle mille e più parole (di altri) una possibile (e spesso sbagliata) interpretazione.

Ma la macchina fotografica non sa mettere a fuoco il particolare, se non viene guidata. l’apparecchio registra quello che ognuno di noi ha interpretato e vuole far vedere. Chi fotografa è decisivo e responsabile.

Questo per dire che ognuno nella fotografia può scegliere una messa a fuoco diversa, o meglio, può scegliere cosa mettere a fuoco e cosa tenere sullo sfondo. Questo punto focale non sarà sempre lo stesso col passare del tempo.

Oliviero Rossi, psicoterapeuta e arteterapeuta italiano, afferma che “le immagini non ripropongono una rappresentazione fedele della realtà, in quanto la percezione di quest’ultima è soggetta all’interpretazione dell’osservatore. Ciò che ritraggono è una selezione interpretativa di essa, un re-invenzione. La realtà è relativa alla percezione che ognuno ha di essa e il suo significato è strettamente personale, sociale e culturale.”

Le fotografie non solo rivelano storie ma evocano vissuti. Grazie a questa loro capacità narrativa, abbiamo potuto invitare, sia il narratore che noi stessi, alla creazione di uno spazio/tempo esplicitamente dedicato a un doppio ascolto: di sé e dell’altro.

Abbiamo chiesto ai migranti di mettere in pratica la presenza consapevole in riferimento alle esperienze e alle relazioni della loro vita, ovvero una presenza consapevole nel qui ed ora della interazione.

La narrazione diviene così un’occasione per generare consapevolezza, come in un rito in cui vengono reciprocamente messi in gioco dei doni, in modo particolare il dono emozionale caratterizzato dal doppio ascolto.

Se le cose ci appaiono spesso incomprensibili è semplicemente perché siamo troppo lontani per conoscere le condizioni che hanno determinato un preciso avvenimento.

Solamente se conosciamo tanti piccoli particolari di ogni specifica situazione possiamo avvicinarci al senso attribuito dal migrante (il narratore) al proprio vissuto, sia che lui lo racconti esplicitamente o che lo lasci implicito, altrimenti rimarrà tutto senza senso, inspiegabile, sfocato, e tenderemo a proiettare noi il nostro senso, senza essere entrati in contatto col suo, divenendo facilmente giudicanti.

Così siamo entrati in contatto con la popolazione migrante centroamericana e con i deportati dagli U.S.A., con la forma che il Collettivo Fotosocial promuove da anni nella prassi fotografica: dialogo, ascolto, convivenza, narrazione, responsabilità e rispetto.

Per parlare dei deportartati siamo stati con loro quando tentavano di recuperare i frammenti di una lettera in cui avevano appuntato degli indirizzi utili; per comprendere cosa significa essere migranti abbiamo camminato sulle rotaie, sotto l’afa di Ixtepec; per conoscere il problema del lavoro l’abbiamo cercato con loro, tra le officine di Tecùn Umàn; per raccontare della Bestia, il treno merci, abbiamo sentito il suo grido, e provato a salirci sopra. E abbiamo provato la paura. Con le famiglie migranti richiedenti asilo, siamo entrati nei consolati del D.F e abbiamo aspettato il verdetto con i loro documenti in mano; con le Patronas siamo andati a recuperare il cibo nella finca di Norma e nei SuperMarket di Orizaba. Come i migranti abbiamo provarto la sensazione di vedere l’America attraverso una rete metallica, come a sfiorare i sogni con le dita, camminando lungo le lastre arruginite, osservati dagli elicotteri e dalla Polizia di Frontiera, mentre l’Oceano di Tijuana si infrangeva sul muro di ferro. E come i migranti abbiamo sentito la presenza minacciosa dei narcos, nel loro territorio del Rio Bravo, in Nuevo Laredo.

Così abbiamo accolto le narrazioni. Calpestando la stessa polvere.

Ascoltare l’altro, non significa soltanto sentire con le orecchie ciò che dice. Significa accorgersi dei suoi movimenti, osservare se si muovono in modo differente i muscoli del suo viso, magari in un fugace sorriso tirato; accorgersi se tamburella con le dita o se le contorce. Magari si gratta un braccio, o la testa, o un orecchio. Si irrigidisce o cambia continuamente posizione, cercando la comodità, o la scomodità. Magari gli si abbassa il tono della voce o ha bisogno di bere. Oppure ancora distoglie gli occhi e sembra seguire il filo di un’immagine che vede solo lui, oppure se li stropiccia o li spalanca, come stupito. Può capitare che marchi col tono della voce qualche passaggio, oppure lo sottolinei col dito come se con quello potesse scrivere. A volte, può perdere il filo del discorso. Ascoltare l’altro significa accorgersi dei cambiamenti e accordarsi alle emozioni.

Far sentire e vedere che si sta percependo ciò che stanno provando, permette di mostrarsi disposti ad accogliere il dono che in quel momento si sta manifestando.

Nello spazio-tempo in cui siamo stati in relazione con una persona che raccontava di sé, abbiamo avuto accesso a una pluralità di aspetti che ci hanno rivelato molto: il suo modo di muoversi, di star seduta o di gesticolare, le espressioni del suo viso, gli odori che emana, il sudore o il rossore che compare in alcuni momenti, la rigidità del suo corpo. Lasciare sullo sfondo tutto questo, non portarlo in rilievo come aspetto da valorizzare nella nostra pratica di conoscenza, sarebbe stato la perdere l’occasione di stare con l’altro. Non possiamo parlare di reportage come una raccolta di dati in forma di discorsi e fotografie. Preferiamo un’altra direzione, più ricca quanto complessa. Più adeguata sia per chi vuole muoversi verso un ampliamento della conoscenza di sé, sia per chi intende conoscere per decidere, e decidere per trasformare.

Tale direzione emerge dal presupposto che soltanto conoscendo la cornice entro la quale prende forma una data narrazione o rappresentazione evocata dalla fotografia, un punto di vista del vissuto e del vivere personale e sociale, è possibile cercare di avvicinarsi ai significati della rappresentazione.

 

 

 

(39)

 403 total views,  1 views today