Movimenti popolari, ecologia, popoli indigeni.(Terza parte).
La novità di un’ecologia integrale.
Ad accrescere ulteriormente l’entusiasmo nei confronti di papa
Francesco da parte dei movimenti popolari e dei teologi della
liberazione era giunta, il 24 maggio del 2015, anche la
pubblicazione dell’enciclica Laudato sì, la prima interamente
dedicata alla questione ambientale e forse anche la più letta,
commentata e amata nella storia della Chiesa. Definita da
Leonardo Boff come la Magna Carta dell’ecologia integrale,
l’enciclica era subito diventata un preziosissimo punto di
riferimento per tutte le persone impegnate nella difesa
dell’ambiente: un successo inedito per un documento papale, il
quale aveva saputo suscitare l’interesse di credenti e non
credenti, laici, religiosi, vescovi, esponenti di altre religioni,
rappresentanti di movimenti popolari, ambientalisti, economisti,
docenti universitari, sociologi.
Con il suo incipit ripreso dal Cantico delle Creature di San
Francesco, l’enciclica ha infatti rivolto un pressante invito “ a
rinnovare il dialogo sul modo in cui stiamo costruendo il futuro
del pianeta”, denunciando il fatto che “ molti sforzi per cercare
soluzioni concrete alla crisi ambientale sono spesso frustrati non
solo dal rifiuto dei potenti, ma anche dal disinteresse degli altri”.
Così, accogliendo le conclusioni della quasi totalità della
comunità scientifica riguardo al fatto che “ la maggiore parte del
riscaldamento globale degli ultimi decenni è dovuta alla grande
concentrazione di gas serra emessi soprattutto a causa
dell’attività umana”, il papa ne chiedeva una riduzione tanto
drastica quanto urgente, ponendo l’accento sul “debito
ecologico” contratto dal nord del mondo e denunciando
l’operato delle multinazionali, che fanno nei paesi poveri quello
che non è loro permesso nel cosiddetto primo mondo e che,
“quando cessano le loro attività e si ritirano, lasciano grandi
danni umani e ambientali”.
In questo quadro, l’enciclica ha preso chiaramente posizione
rispetto ai conflitti ambientali scatenati praticamente in tutto il
pianeta da progetti ecologicamente insostenibili: “In ogni
discussone riguardante un’iniziativa imprenditoriale si dovrebbe
porre una serie di domande, per poter discernere se porterà a un
vero sviluppo integrale: per quale scopo? Per quale motivo?
Dove? Quando? In che modo? A chi è diretto? Quali sono i
rischi? A quale costo? Chi paga le spese e come lo farà?”.
Se le denunce sono state dure e puntuali, il cuore dell’enciclica è
rappresentato tuttavia dalla proposta di un’”ecologia integrale”,
basata sul riconoscimento che la natura non è “qualcosa di
separato da noi” o “una mera cornice della nostra vita”:” siamo
parte di essa e ne siamo compenetrati”. Di modo che “non ci
sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì
una sola e complessa crisi socio-ambientale. Oggi non possiamo
fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico
diventa sempre un approccio sociale , che deve integrare la
giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il
grido della terra quanto il grido dei poveri”. Un concetto, quello
dell’ecologia integrale, che ruota su alcuni assi portanti che
attraversano l’intera enciclica: oltre all’”intima relazione tra i
poveri e la fragilità del pianeta, la convinzione che tutto nel
mondo è intimamente connesso, la critica al nuovo paradigma e
alle forme di potere che derivano dalla tecnologia, l’invito a
cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso, il valore
proprio di ogni creatura, la grave responsabilità della politica
internazionale e locale, la cultura dello scarto e la proposta di un
nuovo stile di vita”.
Soffermandosi sulla “radice umana della crisi ecologica”, il papa
aveva messo anche esplicitamente in discussione l’idea di “ una
crescita infinita o illimitata, che ha tanto entusiasmato gli
economisti, i teorici della finanza e della tecnologia”,
smascherando “la menzogna circa la disponibilità infinita dei
beni del pianeta, che conduce a spremerlo fino al limite e oltre il
limite”. Come pure aveva denunciato l’onnipotenza del
paradigma tecnocratico, con il “relativismo pratico” che
l’accompagna, “in cui tutto diventa irrilevante se non serve ai
propri interessi immediati”.
Dal punto di vista strettamente teologico, tuttavia, non erano
mancati alcuni appunti più critici, soprattutto da parte di alcune
ecoteologhe , secondo cui l’enciclica sarebbe stata ancora troppo
ancorata, rispetto al rapporto tra essere umano e natura, alla
visione tradizionale della Chiesa ripresa dalla Genesi, e, in
quanto legata a una visione marcatamente teista della divinità,
quella di un Dio Padre e Creatore, ancora troppo distante dagli
apporti del pensiero teologico contemporaneo più avanzato, con
il suo accento sulla categoria della trasparenza divina, definita
anche panenteismo: Dio in tutto e tutto in Dio.
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