Movimenti popolari, ecologia, popoli indigeni.(ultima parte).
In difesa dell’Amazzonia e dei popoli indigeni.
Grandi aspettative aveva sollevato, tra i rappresentanti dei popoli
della terra, delle acque e della foresta, anche il Sinodo
sull’Amazzonia dell’ottobre 2019, chiamato ad affrontare la
situazione della più grande foresta tropicale del mondo e dei
popoli che la abitano. Molteplici erano state le voci dei
rappresentanti indigeni a sostegno dell’azione del papa, descritto
dal rappresentante del popolo kichwa di Sarayaku Patricia
Gualinga come “la persona più lucida” dell’assemblea e come un
segno di speranza. Un appoggio, quello dei popoli indignei, che
si era riflesso in maniera significativa nella Dichiarazione della
Coica (Coordinamento delle organizzazioni indigene della
regione amazzonica) sul Sinodo, la quale, nel momento stesso in
cui non aveva risparmiato critiche ai governi di destra e di
sinistra, aveva espresso un grande riconoscimento a papa
Francesco, definito come un “potente” e “coraggioso” alleato,
deciso a “camminare insieme a noi” e ad “aiutarci a trasformare
un modello di sviluppo che mette a repentaglio l’intero pianeta”.
Ma se il Sinodo aveva suscitato speranza, l’Esortazione
apostolica post-sinodale Querida Amazonia aveva invece
ricevuto critiche anche da parte di convinti sostenitori di papa
Francesco come Leonardo Boff. Una delusione, quella
dell’ecoteologo, limitata solo all’ultima parte dell’esortazione,
essendo per lui le prime tre, quelle relative al sogno sociale, a
quello culturale e a quello ecologico, degne della massima
ammirazione e totalmente in linea con lo spirito profetico della
Laudate sì , a cui rimandano con forza frasi del tipo, “Siamo
acqua, aria, terra e vita dell’ambiente creato da Dio. Pertanto,
chiediamo che cessino i maltrattamenti e lo sterminio della
Madre Terra. la terra ha sangue e si sta dissanguando, le
multinazionali hanno tagliato le vene alla nostra Madre terra”.
l’ultima parte, quella dedicata al sogno ecclesiale, era stata
descritta da Boff come uno schiaffo agli indigeni, a cui di fatto è
stato vietato l’accesso al sacerdozio (perché “ i popoli originari
non possono nemmeno immaginare un indigeno celibe”), ai
teologi, vescovi, missionari loro alleati e alle donne che si sono
ancora viste negare il diaconato, una volta di più relegate in una
categoria inferiore.
Non con tutti i popoli indigeni, del resto, il rapporto di papa
Francesco è stato idilliaco. Basti pensare al suo viaggio in Cile,
nel gennaio 2018, quando i mapuche avevano occupato, alla
vigilia della messa di Francesco, un terreno ancestrale di 70 ettari
nel Comune di Canete, oggi di proprietà dell’arcidiocesi di
Concepciòn, invitando “la Chiesa cattolica e la sua massima
autorità a restituire senza condizioni le terre usurpate al popolo
mapuche”. E sottolineando come la Chiesa sia stata protagonosta
o complice della politica di genocidio portata aventi dall’Impero
spagnolo prima e dallo Stato cileno poi, avevano esortato il papa
a “dare l’esempio su come risolvere politicamente il conflitto
territoriale esistente nel Wallmapu, restituendo il territorio
usurpato”.
Claudia Fanti.
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