Movimenti popolari, ecologia, popoli indigeni: ilmeglio del pontificato di Francesco.
Pubblicheremo in quattro puntate le riflessioni sul
pontificato di Francesco, sviluppate da Claudia Fanti. Giornalista
e scrittrice.
Di nemici, all’interno e all’esterno della Chiesa, ne ha avuti tanti,
ma papa Francesco ha avuto di sicuro dalla sua parte un gran
numero di movimenti popolari, per i quali è stato un alleato
prezioso nella lotta contro il capitale. E nulla ha fotografato
meglio tale circostanza degli incontri mondiali dei Movimenti
Popolari, un percorso di dialogo, avviato nell’ottobre del 2014,
costruito dal papa insieme ad alcuni importanti leader sociali
attorno ai tre grandi temi della Terra, della Casa e del Lavoro, al
fine di offrire uno spazio di incontro, indipendentemente da ogni
appartenenza confessionale, a quella ricca galassia di forme di
auto-organizzazione riconducibili in vario modo alla categoria
dell’economia informale.
Non è un caso che tra i discorsi più densi e coinvolgenti di papa
Francesco un posto speciale lo occupino proprio quelli
pronunciati durante tali incontri a cominciare dall’intervento
“storico” del 2014, quando, nella cornice dell’Aula Vecchia del
Sinodo, il papa si era rivolto alle organizzazioni degli esclusi
definendo la loro lotta una “benedizione per l’umanità” e
denunciando quelle strategie di contenimento mirate a fare dei
poveri “esseri addomesticati e inoffensivi”. Era stato allora che,
riconoscendo ai poveri il merito di non limitarsi a subire
l’ingiustizia, ma di lottare contro di essa rivendicando il proprio
protagonismo oltre i processi della democrazia formale, il papa li
aveva esortati a continuare a organizzarsi e a coordinarsi tra
loro, in maniera che, aveva detto con parole divenute un po’ lo
slogan dell’incontro, “non vi sarà più nessun contadino senza
terra, nessuna famiglia senza casa, nessun lavoratore senza
diritti”.
Applauditissimo era stato anche il suo intervento nell’evento
conclusivo del III Incontro dei Movimenti Popolari, quando si
era rivolto ai partecipanti evidenziando il loro ruolo di
“seminatori di cambiamento” e “poeti sociali”, e ricordando i
“compiti imprescindibili” sulla via della costruzione di
“un’alternativa umana di fronte alla globalizzazione
dell’indifferenza”: “mettete l’economia al servizio dei popoli,
costruite la pace e la giustizia, difendete la Madre Terra”.
Esaltando la creatività e la speranza racchiuse nella voce dei
movimenti, il papa si era detto convinto che i loro sforzi stiano
“mettendo radici”, nonostante “la velocità di un meccanismo
distruttivo”, quello del “Denaro divinizzato” che opera in senso
contrario. “C’è – aveva evidenziato il papa – un terrorismo di
base che deriva dal controllo globale del denaro sulla Terra e
minaccia l’intera umanità” ed è di questo che si alimentano i
“terrorismo derivati”, compresi quelli definiti erroneamente
etnici o religiosi”: non sono affatto i popoli a essere terroristi, né
le religioni, ma questo sistema fondato sul Denaro, una tirannia
costituzionalmente terroristica, in quanto “nessuna tirannia si
sostiene senza sfruttare le nostre paure”. Paure a causa delle
quali i cittadini “che conservano alcuni diritti sono tentati dalla
falsa sicurezza dei muri fisici o sociali”: “cittadini murati,
terrorizzati, da un lato; esclusi, esiliati, ancora più terrorizzati,
dall’altro”.
Quanto al rapporto tra popolo e democrazia, il papa, dopo aver
evidenziato come il divario tra i popoli e le nostre attuali forme di
democrazia si allarghi sempre più “come conseguenza
dell’enorme potere dei gruppi economici e mediatici che
sembrano dominarle”, aveva preferito mettere l’accento su due
rischi che corrono i movimenti nel loro rapporto con la politica:
il “rischio di lasciarsi corrompere”, a cui rispondere vivendo “la
vocazione di servire con un forte senso di austerità e di umiltà”, e
“il rischio di lasciarsi incasellare”. “Finché – aveva spiegato – vi
mantenete nella casella delle “politiche sociali”, finché non
mettete in discussione la politica economica o la politica con la
maiuscola, vi si tollera”. È quando i movimenti voltano le spalle
all’”idea delle politiche sociali concepite come una politica verso i
poveri, ma mai con i poveri, mai dei poveri e tanto meno inserita
in un progetto che riunisca i popoli”; è quando rifuggono alla
tentazione di ridursi “ad attori secondari o, peggio, a meri
amministratori della miseria esistente” e pretendono di entrare
“sul terreno delle grandi decisioni che alcuni pretendono di
monopolizzare in piccole caste”, è allora che diventano
intollerabili e cominciano a essere perseguitati. Eppure, aveva
concluso, il futuro dell’umanità “non è solo nelle mani dei grandi
leader, delle grandi potenze e delle élite. È soprattutto nelle mani
dei popoli; nella loro capacità di organizzarsi ed anche nelle loro
mani che irrigano, con umiltà e convinzione, questo processo di
cambiamento”,
(prima parte).
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