Le domande che ci lascia la Pasqua di papa Francesco.
I cristiani credono che Cristo è risorto e da quel momento ogni
partenza diventa Pasqua e incanto. Oggi, quando penso alla
Pasqua di papa Francesco, provo diversi sentimenti. In questo
momento di addio, io e molti di voi abbiamo la sensazione di
aver perso un amico caro, come se l’avessimo conosciuto di
persona, come se avessimo vissuto con lui la nostra vita di tutti i
giorni.
Io ringrazio Dio soprattutto per la testimonianza evangelica di
Francesco, che ha cercato il più possibile di umanizzare il
Vaticano e la Chiesa. Lo ringrazio in particolare per aver cercato
di valorizzare le Chiese locali e per aver proposto la sinodalità
come modo normale di essere di tutta la Chiesa.
Ci vorrà tempo per valutare quanto papa Francesco sia riuscito a
rinnovare le strutture e a toccare le menti e i cuori delle persone.
Forse possiamo dire di lui quello che, secondo i Vangeli, le
guardie del tempio dissero di Gesù quando spiegarono a i
governanti perché non lo avevano arrestato: “Nessuno ha mai
parlato come quest’uomo”.
Come Gesù, papa Francesco è stato un profeta che ha parlato al
cuore di molti uomini e donne nel mondo. Tuttavia, negli
ambienti ecclesiastici, ci sono ancora molte persone importanti
che pensano come quel sacerdote che, qualche anno fa, confidò
alla stampa brasiliana: “Uccidere il Papa è peccato, ma pregare
per la sua morte, no”.
L’estrema polarizzazione del mondo non tra destra e sinistra, ma
tra civiltà umana e barbarie, ferisce profondamente la Chiesa
cattolica e le altre Chiese. Anche tra noi, ci sono fratelli e sorelle
che non si rendono conto che la contraddizione è strutturale e
riguarda il modello di Chiesa che si vive. Il papato e la cattolicità,
così come esistono oggi, esprimono la continuità di una
organizzazione ecclesiastica che risale al medioevo e che si ostina
a restare così, anche dopo tutti cambiamenti del mondo di oggi.
Anche dopo tutte le riforme attuate da papa Francesco, lo Stato
Vaticano è l’unica monarchia assoluta dell’Occidente. Come
dice il Vangelo: “Nessuno cuce una toppa di panno grezzo su un
vestito vecchio” e “nessuno versa vino nuovo in otri vecchi”. Non
basta quindi chiedersi cosa possiamo aspettarci o desiderare dal
nuovo papa. Sulla base dell’esperienza di papa Francesco e del
suo scarsissimo successo negli ambienti clericali, dobbiamo
chiederci quando la Chiesa cattolica potrà accettare, una volta
per tutte, di rompere con il modello di cristianità organizzata
come religione civile e ancora espressa nello Stato Vaticano.
Nel 1966, il vescovo brasiliano Hèlder Camara scrisse a papa
Paolo VI proponendogli di dimettersi da capo di Stato, di
eliminare le nunziature apostoliche nei vari Paesi e di trasferirsi
nella Chiesa di San Giovanni in Laterano a Roma, consegnando
il Vaticano alle Nazioni Unite come museo e memoriale di
un’epoca storica.
Qualche settimana dopo, il vescovo ricevette una lettra dal
cardinale segretario di Stato, che diceva:” Sua Santità ha
ricevuto la sua lettera e la ringrazia, ma ricorda a Sua Eccellenza
Reverendissima che non siamo più al tempo dei Vangeli”.
Più di mezzo secolo dopo, papa Francesco è venuto a mostrarci
che dobbiamo tornare allo spirito del cristianesimo dei tempi del
Vangelo, anche se lo aggiorniamo per il mondo di oggi.
Senza dubbio, dobbiamo essere più precisi su quale sarà in
futuro il ruolo del Vescovo di Roma come primate della
comunione delle Chiese locali in una Chiesa veramente sinodale.
Che papa Francesco interceda per noi dal cielo, partendo dalla
pesante croce che ha vissuto nel suo ministero, affinché sappiamo
essere fedeli al Vangelo di Gesù e al suo progetto attuale nel
mondo.
Marcelo Barros. Benedettino brasiliano, biblista e scrittore.
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