I RISERVISTI CHE DICONO BASTA
Un movimento di riservisti si sta battendo contro l’attuale scelte del governo israeliano. Si rifiutano di combattere e di partecipare alle azioni violente dell’Idf a Gaza. Sono obiettori di coscienza e vengono regolarmente incarcerati.
Tutta la nostra informazione, che si è specializzata in gossip e non ci informa su cosa stia accadendo nel mondo, non ci dirà mai cosa accede realmente nelle varie zone di guerra che papa Francesco definiva la terza guerra mondiale spezzettata.
Pubblichiamo due loro testimonianze affinché si possa capire meglio, tramite le loro parole, una realtà tragicamente a noi ignota.
Andrea Cantaluppi.
Sono Tal Maron. Condividere il nostro messaggio è il modo migliore per sostenere noi e il nostro movimento.
Il rifiuto, noto anche come obiezione di coscienza, sta diventando una tattica mainstream qui in Israele-Palestina. Siamo la Refuser Solidarity Network (Rete di solidarietà degli obiettori), fondata da coloro che fanno obiezione di coscienza alla guerra e vengono imprigionati per essersi rifiutati di partecipare alle politiche di violenza, esproprio e guerra permanente di Israele durante e dopo la seconda Intifada. Promuoviamo e sosteniamo il rifiuto di massa, una tattica che negli anni ci ha permesso di ottenere concessioni da parte dello Stato israeliano, ma che non riceve attenzione internazionale al pari di altre forme di azione, come la forma di protesta.
In questo momento, il movimento israeliano contro la guerra si trova in una rara congiuntura, mentre ci avviciniamo ai 600 giorni dall’inizio del genocidio del popolo palestinese a Gaza. Il rifiuto della guerra è esploso oltre i suoi confini più tradizionali della sinistra radicale e le élite politiche e militari, strettamente interconnesse tra loro, stanno affrontando una crisi: stanno esaurendo i corpi da sacrificare sui “campi di battaglia” della Striscia, che si estendono tra gli scheletri di ex case bombardate in modo irriconoscibile. L’occasione di questa “crisi” è il crescente consenso di ampie fasce della società israeliana sul fatto che una campagna genocida non può riportare a casa gli ostaggi israeliani, e non è mai stata progettata per farlo. Nelle ultime settimane, i principali media israeliani sono stati inondati di notizie di riservisti che non si sono presentati in servizio, di ex ufficiali militari di alto livello che chiedono la fine della guerra e di lettere aperte dai soldati che chiedono la restituzione degli ostaggi. I riservisti sono la spina dorsale dello sforzo bellico israeliano. Senza le decine di migliaia di riservisti che pilotano gli aerei che bombardano Gaza e che lavorano nel quartier generale dell’intelligence a Tel Aviv, Israele non può continuare il suo genocidio. Lottiamo per porre fine all’occupazione, per sostenere la giustizia storica per il popolo palestinese e per trasformare la società israeliana da una base militare di massa che sacrifica i suoi figli sull’altere del militarismo in una società costruita su una reale autonomia e sicurezza.
Tal Maron.
Care persone. Sono Max. sono un riservista che ha prestato servizio durante l’assalto di Israele a Gaza prima di rifiutarmi di continuare a farlo perché voglio che cessi la violenza , siano ripostati a casa gli ostaggi e sia posta fine all’occupazione. Il rifiuto è stato a lungo tenuto fuori dai confini del dibattito legittimo nella società israeliana. Ogni volta che ci presentiamo a una protesta con le nostre magliette Soldiers for Hostages, sul retro c’è scritto” Si ha la responsabilità morale di disobbedire alle guerre ingiuste”. È stata pubblicata una lettera di rifiuto del personale medico, seguita da 1000 militari dell’aviazione che chiedono la fine della guerra. Non siamo obiettori “tradizionali”. Siamo soldati. Abbiamo prestato servizio. Siamo tutti tornati più disillusi che mai, essendo costretti a prendere parte a una guerra senza un vero obiettivo se non la sopravvivenza politica del regime di Netanyahu, la continuazione dell’occupazione e l’annientamento dei palestinesi. La risposta al nostro attivismo è stata rapida. Violenza della polizia. Intimidazioni. Io stesso sono stato picchiato dalla polizia durante una protesta. La loro aggressione ci dice qualcosa di importante: vedono questo movimento come una minaccia. Il governo dovrà avere paura di noi. Qualcosa sta cambiando. Le persone stanno ascoltando. Le crepe si stanno allargando e noi non ci tiriamo indietro. Max Kresh.
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