Il loro grido è la mia voce.
Poesie da gaza.
Capita raramente (assai raramente) di leggere pagine di poesia che rimandano immediatamente a quanto accade nella cronaca quotidiana, qui e ora. Sono mesi e mesi, ormai, che social, giornali e telegiornali portano nelle nostre case la tragedia immensa di Gaza, quel che succede in quella angusta Striscia dove – già prima di quell’evento sciagurato del 7 ottobre 2023 – le condizioni di vita delle famiglie e delle persone (tantissime bambine e bambini) erano già estreme. Anche di fronte alle più grandi tragedie del nostro tempo, il pericolo dell’assuefazione per le coscienze è soverchiante, imminente, attuale. Ci si abitua a tutto, purtroppo, e allora anche un libro di poesie può aiutare a tener desta l’attenzione, a continuare a suscitare indignazione, speranza. Lo fa con inaspettato vento irruento un’ammirevole antologia: Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza. ( Fazi editore).
Antologia nel senso etimologico del termine, “raccolta di fiori”, e occorre dire subito che qui i fiori sono fiori recisi, fiori appassiti, avvizziti, e i fiori sono vite vere, e, per lo più, vite giovani. E purtuttavia sono sempre di fiori – in questo caso espressione della bellezza e della tragicità del vivere – si tratta.
“Poesia per sublimare l’orrore, e non per trascendere dall’orrore che proprio in questo tempo vive Gaza nei suoi smarriti abitanti, ma per riportare Gaza al centro di una riflessione che appare e – se fosse possibile – di un agire immediato per sollevare dalle sofferenze, risolvere una situazione che appare senza sbocco se non nel progetto dell’intransigenza israeliana ( una estrema destra senza umanità) di cancellare Gaza, disperdere i suoi abitanti, farne tabula rasa con la sua gente morta o dispersa o profuga o annullata. Ritornano in questo libro i versi splendidi dell’indimenticato poeta Mahmud Darwish (morto nel 2008) dove il cielo sopra Gaza non è più un cielo di stelle ma “cieli che ti esplodono di odio addosso”. E in altri versi il poeta dice: “Se devo morire/tu devi vivere/per raccontare la mia storia”, dove il tramando non è naturalmente intergenerazionale, ma avviene per caso, con le persone quotidianamente in balia degli eventi, in una fuga continua con le poche povere masserizie con sé, braccate dalle bombe israeliane.
La poesia più autentica alla fine – e nel testo ci sono poesie di poeti vivi e morti e sopravvissuti – nel mare della precarietà della vita, diventa “uno spazio di rivalsa, di affermazione identitaria” quasi a rivendicare un estremo sussulto di umanità. Quando persino in mancanza di inchiostro “posso scrivere una poesia/col sangue che sgorga”. Mentre Ni’ma Hassan “fa il pane col sale fresco dei suoi occhi”. Mirabile, tragica metafora.
(30)
![]()




