VOLTI DELL’ “AUTORITA’”.
Non sono infrequenti le affermazioni che il ruolo dell’autorità, esercitata a livello locale, regionale o universale, dovunque si vada o si voglia ripiantare le proprie radici, non ha vita facile. Le sue diverse esemplificazioni storiche, come le numerosissime interpretazioni date alla pratica concreta della stessa in diversissimi contesti culturali e politici, oltre ad essere fraintese, a volte non sono state neppure condivise o apprezzate.
Per diversi anni son vissuto in una nazione del Sud Est Asiatico, alle prese con mani e cuore straniero, non solo per il sottoscritto, ma per la stragrande maggioranza della popolazione locale. E, cioè, diversi secoli di dominazione di una delle grandi potenze colonizzatrici dell’Europa (Spagna). Non mancavano coloro che contestavano apertamente la “presenza straniera”, come esistevano anche coloro che erano favorevoli all’influenza civilizzatrice dei conquistadores spagnoli. I primi proponevano e sostenevano, e a ragione ritengo, il diritto all’ autogestione, mentre i loro avversari mettevano continuamente in risalto che la classe dominante dei loro concittadini, scolarizzata nelle università o atenei stranieri, non era ancora all’altezza di intraprendere un ruolo di leadership a livello nazionale. Si ripeteva a uffa che non era ancora stata allenata o preparata per una gestione diretta degli affari pubblici della loro nazione.
Comunque la si veda o interpreti, un’autorità, civile, religiosa o culturale che sia, è indispensabile per il buon funzionamento di qualsiasi istituzione. Non sono molte le comunità (vedi gli Aborigeni in Australia e i Mongoli nella Cina settentrionale) che, diversamente da tanti altri popoli, fanno riferimento al loro territorio come “madre terra”, unica sovrana silenziosa e autorità territoriale da rispettare, evitando sconvolgimenti e ferite (scavi= atti predatori), causate dalla ricerca di metalli preziosi o petrolio.
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