Il valore dell’ape e dell’apicoltura.
Mi chiamo Dario, sono apicoltore fin da giovane per passione e poi anche per professione.
Un amico di famiglia mi ha regalato un’arnia all’età di 14 anni: da allora fino ad oggi, ogni giorno in cui visito le mie api è stupore, è qualcosa di nuovo da conoscere e imparare.
Qualche anno fa, grazie al sostegno della mia compagna Ana e delle nostre famiglie, è nata AD.Ape, un’azienda apistica a conduzione biologica, mirata principalmente alla produzione di miele e altri prodotti dell’alveare. Praticare apicoltura biologica, in grande sintesi, significa: a) ricercare pascoli floreali il meno possibile inquinati, preferendo essenze spontanee; b) alimentare le api quando strettamente necessario con materie prime biologiche; c) usare arnie costruite con materiali naturali; d) curare le patologie dell’alveare con metodi e sostanze naturali. Abbiamo scelto la strada del biologico a protezione del prodotto finale e di chi lo consuma, ma anche delle api e dell’ambiente in cui viviamo. L’apicoltura per me è una professione preziosa, perché ha un valore aggiunto per l’intera collettività. L’ape mellifera, infatti, è tra i più efficaci insetti impollinatori e garantisce la propagazione di moltissime specie vegetali spontanee e coltivate a tutela della biodiversità locale. Gli impollinatori sono necessari per i tre quarti delle nostre principali colture alimentari e senza di loro le nostre diete sarebbero limitate. Le api domestiche e selvatiche sono responsabili di circa il 70% dell’impollinazione di tutte le specie vegetali viventi sul pianeta.
La cosa che più mi affascina del lavoro con le api è che non sono animali domestici e neppure animali selvatici. L’ape, infatti, è una creatura capace di contrarre dei rapporti con noi senza perdere la propria libertà, o restando sempre in condizioni di riprendersela. Altro aspetto molto affascinante è la società di questi insetti: “le api sono insieme e non individui. Fuori dalla comunità non possono vivere” ha mirabilmente scritto Mario Rigoni Stern in uno dei suoi ultimi libri. Si parla infatti di superorganismo alveare, ovvero una comunità dove il singolo individuo è solo una parte di un organismo più complesso, con l’esistenza di una sorta di “anima di gruppo”. Non è la singola ape, ma l’intera colonia che evolve e vince la sfida con l’uomo, l’ambiente e gli organismi con cui interagisce.
Da quando ho cominciato a conoscere le api a oggi sono cambiati diversi aspetti nel mondo dell’apicoltura. Resta però ancora evidente un forte conflitto tr questa pratica e l’agricoltura convenzionale, che, pur necessitando dell’azione degli insetti impollinatori, non si adopera per garantirne la sopravvivenza. È purtroppo ancora ammesso e frequente l’utilizzo di prodotti chimici dannosi per gli insetti impollinatori (oltre che per noi). Sentiamo meno parlare di avvelenamenti delle api poiché questi sono in qualche modo cambiati. Oggi assistiamo ad avvelenamenti latenti continui, causati da molecole che, a dosaggi veramente molto bassi, provocano incapacità di orientamento e di comunicazione, portando le api all’inevitabile morte. Un altro cambiamento degli ultimi anni a tutti evidente è quello climatico, che ha portato anche a una evoluzione in molti aspetti della tecnica apistica. Ad esempio, praticare il nomadismo (ci piace definirci pastori d’api in quanto spostiamo le famiglie in base alle fioriture) oggi è diventato indispensabile per assicurare alle api un adeguato approvvigionamento di cibo e acqua. Questo perché uno dei principali problemi attuali per la sopravvivenza di questi insetti è la cosiddetta perdita di pascolo. A causa del cambiamento climatico e delle coltivazioni intensive, infatti, in molti territori le api faticano a trovare fioriture abbondanti e arie per la durata dell’intera stagione produttiva.
Oggi si parla di “sindrome dello spopolamento degli alveari” per definire l’insieme dei fattori che sta portando al declino delle api, ovvero le nuove molecole chimiche, il cambiamento climatico e le nuove patologie. È tuttavia significativo notare che la variazione degli assetti geografici dovuti ad eventi climatici estremi e l’imprevedibilità delle stagioni hanno portato anche a nuove tipologie di mieli prodotti. A dimostrazione della capacità di adattamento dell’ape. Sembra che l’ape produttrice di miele fosse già distinta da altre specie di api almeno 2 milioni di anni fa!
(47)
![]()




