ARIANNA (2)
Pubblichiamo la seconda parte degli interventi alla due giorni “delle trame e del filo da torcere”.
Iniziando dall’intervento di Marina Gentilini:
Penelope
Mani in opera
E’ la prima figura di donna che viene in mente, quando l’opera di tessitura profila gli orizzonti della vita , con la scansione dei tempi ciclici dei giorni, assorbiti nella quotidianità di desideri, ansie, inquietudini, affanni, slanci e aspettative. Una liturgia di gesti si dipana a raccontare avventure di solitudine e di attesa, percorsa da ricordi di prossimità umane, intimamente custodite eppure disperse nel continuo avvicendamento di trame esistenziali. Il travaglio di mani al telaio dà forma al silenzio, piega il disegno dei pensieri alla volontà di rappresentazione del cosmo, nell’inesausta speranza di controllo e dominio di una sorte bizzarra e spesso beffarda. E si cullano fantasie di riscatto dal giogo del labirinto, mentre s’intrecciano fili. Ambivalenza e contraddizione. Manipoli di distanze e contiguità. Pause e legature, legature di distanze, fili rossi di sentimento. Di passione. A nutrire l’amore. Salite impervie, discese vertiginose, flusso sinuoso e tenace, centro e periferia…Dov’è l’approdo? Il punto di partenza e ritorno?
Nella prerogativa dell’essere donna, la comprensione del mistero insondabile della vita sostiene l’attitudine perseverante a scandagliare le regioni più profonde della natura umana, senza schermaglie, ma con la preziosa e confidente complicità del mistero, della sua complessità, dello scandalo della bellezza che salva.
E Penelope diventa memoria, della prima musa eredita l’arte di tessere, che è il più grande dono fatto agli uomini dagli dei. Nasce il racconto. Ecco Il volto dei sogni che, confinati in un altrove esclusivo della coscienza, dalla periferia di stelle filano nella promiscuità terrena di luci e di ombre, col gioco intricato di arabeschi e rammendi, racconto di viaggi nella grande saga del Labirinto, giogo e intrigo.
Tessere significa scrivere, di più, è sostanza e materia di emozioni, sentimenti, idee, progetti. L’avvolgimento abile di fili e il dipanare grovigli vantano quella forte complicità tra mente e mani, che sola consegna al gesto una ritualità dinamica sacrale. E’ adesione all’intimità del sentire riconciliata con la tradizione orale del narrare. Non c’è soluzione di continuità tra il tessere e il vivere.
Sposa, madre, regina, padrona della casa nelle lunghe stagioni di attesa che Ulisse torni, Penelope traduce lo smarrimento dell’abbandono e della lontananza nella sua regia domestica di governo di passioni e di emancipazione, resistendo all’assedio di chi attenta alla sua libertà e offende la sua fede coniugale.
Fare e disfare, in questo binomio antagonista di azioni condotte sulla tela, cerca di annullare la tirannia del tempo, per ritrovarlo in spazi di vita interiore e domestica. Vince la dicotomia tra il parere e l’essere alla ricerca di se stessa, quasi a seguire l’avventura di Ulisse nei suoi episodici approdi su lidi diversi, lontani dal conforto che solo Itaca può dare.
Fila e canta. Si evolvono le linee di sviluppo del suo pensiero in parole intrecciate di lana e colore. Sono movimenti sinuosi tesi a cucire relazioni umane per restaurare le ragioni del cuore. Un disegno melodico di ritmi nuovi e ritrovati: tessitura e prosodia. Tessitura come paradigma dell’esistenza, progettualità di sopravvivenza, compensazione, incontro, disciplina…
Fuso, ago, spola: un alfabeto prodigioso di operosità indefettibile…Scansioni ritmiche di fruscii e sussurri segretamente custoditi nello scrigno di affetti familiari e nelle vibrazioni pulsanti delle fusa di un gatto pigro adagiato nella luce e nel calore di una casa.
Dal caos all’armonia! Il percorso è nella stessa misura entusiasmante e scabroso: seduce l’indole duttile e malleabile del filo, ma improvvisamente esso stesso diventa briglia, legame inestricabile, condizione, arbitrio…Ma tenace sempre! Nella titanica impresa di sfida al mosaico del fato, che le implacabili Moire conducono sulla trama di fili ordita dal cielo sul loro arcolaio, la donna indomita disegna il suo abito, tesse per la sua alcova un ornamento solidale alla diramazione d’ulivo nel legno delle sue segrete stanze. Un ritorno alla terra dalla voracità del cielo!
Le figlie della Notte legano i fili di ogni esistenza, dal fuso di Lachesi è la nascita, Cloto fila lo stame che si svolge dalla sua rocca, Atropo con la sua mano impietosa segna, tranciando, l’irremovibile fatalità della morte superiore anche allo stesso potere dell’Olimpo. Ma la forza misteriosa e indomita della vita cerca il suo riscatto da questa servitù, per un credito umano di riconoscenza e clemenza divina. Il telaio è un aedo che canta e tenta una riconciliazione con il cielo. Qui dimora la follia del volo di Icaro e l’eco del suo pianto fa da contrappunto alle melodie del poeta.
E Penelope tesse, penetrando nel dedalo delle sue segrete ambizioni e pene. Rigenera speranze e muove i suoi fili senza le interferenze dello spessore sonoro dei rumori di fuori, perché la tessitura è già di per se stessa interferenza, opera complessa di relazioni estrinseche di segni, di sogni, di nostalgia del futuro.
La tessitura, come codice dell’agire e metafora politica, è per la donna e la sovrana una strategia di manipolazione atta a forgiare contesti di vita. L’incastro delle ore che scorrono e delle superfici che si estendono e contraggono è corsa deliberata verso il centro del labirinto, tensione affrancata da cadute inerziali e rassegnazione. E’ volontà temprata alla promiscuità delle passioni che torna vittoriosa in superficie e si specchia di nuovo nella vita. Proprio a questo punto giunge l’imperativo a disfare, prima che tutto sia compiuto e non lasci scampo. Dall’attrazione centripeta dell’abisso ci si libera solo riavvolgendo il filo, tornando sui propri passi, in una prospettiva ribaltata di discernimento, di riconoscimento, di conquisa dell’identità…Partenze e ritorni… Tele, lacci, navetta tra i nastri , trecce e reticoli… itinerari e fughe di trame… Ancora rammendi… Ricordi…Filo da torcere… Ricamare. Nodi da sciogliere. Riannodare. Sempre accorta nel districare. Per tessere paesaggi non ancora esplorati.
Ulisse in viaggio segue le rotte tracciate dal canto delle sirene, non può rassegnarsi al loro silenzio.
All’orizzonte si profila Itaca, dove c’è la casa, la sposa, sua fortezza e asilo. Ma anche suo assillo. Torre di resistenza da cui ripartire, per varcare i confini del Mediterraneo e non sa quale altra Babele lo attende. Due labirinti.
Penelope, generosamente madre e moglie confidente nella libertà dell’animo, capisce che c’è nella costanza del tessere un modo per affermare con eleganza la sua civile insubordinazione alla barbarie del caos: la bellezza dell’arte, la coscienza che la verità si può raggiungere con un atto di intuizione estetica.
E contemplare una tela è come addentrarsi nella magnificenza dell’infinito.
Desidero ora esprimere la mia gratitudine e la mia ammirazione a tutte le donne presenti oggi con le loro opere straordinarie, che di Penelope assumono l’identità e la costanza perseverante di ragione e sentimento. A ciascuna la mia stima incondizionata.
Ad Anna Morroni, insegnante, artista, tessitrice, amica … tutto il mio affetto.
Marina Gentilini.
Poesia di Vittorio Centioni:
Il filo rosso
Dal tondo abitacolo del morbido gomitolo
un rosso filo
di lana fine
scorre flessibile
con trama tessile
cuce e accoglie
colle sue maglie
accende tenebre
colle sue fibre.
Disegna vesti coi ferri del vento
le dipinge dei colori del mondo.
Disegna bluse col calore del sole
offrono affetto donano amore.
Disegna tessuti come paesaggi
arazzi dipinti di querce e faggi.
Disegna mappe con ordito attento
indicano il senso del labirinto
disegna al telaio tele infinite
per prendere tempo per salvare vite.
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