Andrea Cantaluppi articoliArticoli

Migrazioni, città e cambiamento climatico.

Sappiamo che il riscaldamento è dovuto alle emissioni di gas serra, il più importante dei quali è la CO(2). Quali saranno le conseguenze per il pianeta e soprattutto per le città, la nostra nuova nicchia ecologica, il luogo dove a fine secolo vivranno ben oltre 7 miliardi di persone, non posiamo prevederlo con una certa precisione. Il motivo dell’incertezza è legato al fatto che la temperatura influenza qualsiasi processo che avviene sul pianeta, sia esso fisico, chimico, biologico, ecologico.

Avere modelli affidabili su come evolverà il clima urbano nei prossimi decenni diventa perciò fondamentale per immaginare soluzioni.

A oggi 350 città sperimentano condizioni di caldo estremo, ovvero periodi di almeno tre mesi in cui la media delle temperature massime non scende sotto i 35° C. Nel 2050 queste città diventeranno 970. Oggi 200 milioni di persone nelle città vivono in condizioni di caldo estremo, diventeranno 1,6 miliardi entro il 2050. Il 14% della popolazione urbana vive in condizioni di caldo intenso, nel 2050 questa quota salirà al 45%.

Il futuro che non vogliamo ci avvisa che entro il 2050, oltre 650 milioni di persone, che vivono in 500 città, potrebbero subire un calo di almeno il 10% della disponibilità di acqua dolce; 2,5 miliardi di persone che vivono in 1.600 città, potrebbero subire un calo di almeno il 10% delle rese nazionali delle principali colture; oltre 800 milioni di persone, che vivono in 570 città costiere, saranno a rischio inondazioni. Gli attuali modelli climatici proposti dalle università ci fanno scoprire il futuro delle città che avranno un clima di quelle che sono situate a circa 1.000 km più a sud. Roma avrà il clima di Izmir, Londra quello della Barcellona di oggi, Parigi quello di Istanbul e Madrid sarà simile a Marrakech.

La storia della Terra, quando osservata nella sua lunga durata, è stata una continua successione di mutazioni del clima, della tettonica e degli oceani, cui la vita ha sempre risposto attraverso la capacità di specie di modificare la propria distribuzione. Ogni specie, sia questa animale, nel corso della sua vita, o vegetale, generazione dopo generazione, tenderà a spostarsi dai luoghi più ostili verso quelli più adatti alla sopravvivenza. Si tratta di una regola generale e che non ammette deroghe: quando le condizioni ambientali peggiorano, gli esseri viventi migrano alla ricerca di condizioni migliori. Da qualche decennio, oltre l’80% delle specie marine sta migrando verso altri luoghi, modificando i propri modelli di riproduzione e alimentazione. Alcune specie sono già migrate fino a circa 1.000 km da dove erano abbondanti solo pochi decenni fa. Anche per gli animali terrestri la storia non cambia: orsi, lupi, linci, scoiattoli, rane e insetti, stanno migrando alla ricerca di climi più freschi ad una media di 15 km per decennio. Si deve dedurre che quando migra una specie, migrano anche tutte le altre che ne dipendono. Oltre che in altezza, le piante stanno migrando verso nord a una velocità che in alcune zone del pianeta dove il riscaldamento globale sta colpendo con più forza, come l’Artico, può superare i 50 metri all’anno. Una delle più evidenti conseguenze del riscaldamento globale sulla vita delle piante è lo spostamento improvviso e straordinario di numerose colture agrarie verso nord per mano dell’uomo. Fino a pochi decenni fa il limite nord dell’areale dell’olivo, simbolo della civiltà mediterranea, era considerato la catena degli Appennini. A nord della Toscana si trovava soltanto in Liguria e intorno al lago di Garda. Oggi si coltiva in tutta l’Italia, fino alle pendici delle Alpi. Ancora più straordinario è quanto sta accadendo all’altra pianta simbolo del Mediterraneo: la vite. Oggi esistono vigneti che producono vino commerciale in Danimarca e in Norvegia. I produttori francesi acquistano terreni dove impiantare nuove vigne fra la Normandia e il Kent, e in Bretagna si producono da qualche anno i primi vini rossi. il Regno Unito, famoso per le sue birre, prevede che nei prossimi dieci anni la superficie vitata raddoppierà, alimentata dalla domanda dei suoi vini spumanti. Nella Svezia meridionale esistono già 200 ettari di vigneti e sono in programma forti estensioni.

Ovviamente, non sono soltanto le colture mediterranee a migrare verso nord: anche quelle tropicali sono soggette alla stessa spinta. E così si scopre che il Sud Italia, la Sicilia, l’Andalusia e altre regioni dell’Europa meridionale sono diventate produttrici di mango, papaya, avocado, litchi, annona, banane di ottima qualità.

Poiché le regioni potenzialmente più colpite saranno tra le più povere al mondo, possiamo ragionevolmente attenderci che grandi masse migratorie provenienti da queste aree si sposteranno verso settentrione. L’intero modo ricco sta chiudendo i propri confini anche ai ridicoli numeri odierni di migranti. Cosa accadrà quando miliardi di persone si muoveranno per sopravvivere? Spero che dimostreremo di essere una specie intelligente, perché questo sarà il secolo delle grandi migrazioni e immaginare di impedirle non è una buona idea. Impedire a un animale (uomo compreso) di migrare vuole dire impedirgli di esprimere la sua essenza: l’unico modo che conosce per risolvere i problemi. Le temperature elevate colpiranno tutti, ricchi e poveri. Così nei prossimi anni non si muoverà soltanto un terzo della popolazione del Bangladesh, che vive lungo coste basse le quali scompariranno sommerse dalle acque, ma migreranno anche gli abitanti di molte regioni ricche, in parte perché costretti, in parte per sentirsi più sicuri. Gli abitanti del villaggio gallese di Fairbourne, ad esempio, dovranno abbandonare le loro case perché lì, come in Bangladesh, l’aumento del livello del mare sta sommergendo le coste. Saranno i primi migranti climatici della Gran Bretagna e non saranno i soli. Il servizio meteorologico britannico prevede con questi scenari climatici il mare potrebbe aumentare di un metro entro il 2.100. non dimentichiamoci del fenomeno demografico: la popolazione continuerà a crescere fino ad arrivare a circa 10 miliardi intorno al 2060, ma l’aumento maggiore si avrà nelle regioni tropicali proprio là dove il riscaldamento globale spingerà le popolazioni a muoversi verso nord. In quello stesso nord dove, al contrario, non nasce più nessuno e in cui una popolazione anziana sempre maggiore è sostenuta da una forza lavoro sempre più piccola. Una condizione economicamente e socialmente insostenibile che presto o tardi costringerà l’Europa e gli Stati Uniti a fare di tutto per attrarre migranti, non per respingerli. Semplice buon senso. Si tratterà di tornare un po’ indietro nel tempo a quando gli Stati, alla ricerca di competenze e tasse, erano più impegnati a evitare che le persone se ne andassero più che a impedirne l’arrivo.

Non ho disegnato la futura apocalisse creata dallo sfruttamento capitalistico del pianeta, ma mi sono avvalso dei dati contenuti nel libro “Fitopolis” di Stefano Mancuso, editori Laterza.

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