Cartoline

Passano gli anni, tornano le stagioni, si contano i giorni e negli spazi incommensurabili della memoria le cose prendono corpo, instaurano una confidenza di affetti e rivelano l’identità di valori che solo la complicità dei luoghi conosciuti ha la prerogativa di raccontarci. Vivono così i paesaggi della mia vita. Quelli dell’infanzia, l’impronta del primo lustro.
Digrada l’aurora da Monte Cavo lungo pendii accarezzati da giochi di luci e di ombre, per una sosta complice ai piedi della Colonia, vetusta residenza degli sfollati che la occuparono dopo l’incursione devastante della Seconda Guerra Mondiale. Le glorie liberty di uno dei più celebri alberghi d’Italia ospitano la resistenza titanica di povera gente, nell’epifania di porte fregiate, atri policromi e monumentali, avvolgimenti a spirale di scale, geometrie ambiziose di marmi, passerelle, volte a crociera, corridoi densi di presenze enigmatiche e terrazzi aperti sul fronte del lago Albano. È una simbiosi davvero singolare il rapporto tra persone e cose in un mondo popolato dalle memorie di fasti antichi e caustiche speranze dei sopravvissuti, che rivendicano un diritto di cittadinanza nei registri della storia! Ma questa casa grande di tutti è destinata a subire l’insulto dell’ostentazione di potere di pochi, al saldo seriale di mini appartamenti sul degradato versante occidentale di Rocca di Papa. Nello spettro del giorno la sferzata dell’aria irrompe dal finestrino del tram in corsa lungo la valle verso la montagna. Stridono le rotaie perforando il verde dispiegato a falde nella cornice dell’Anello, stazione della funicolare. La Fortezza domina il paesaggio e apre una prospettiva meravigliosa di terra, di cielo, di mare. E questo riverbero diurno entra dal Tuscolo nella casa dei nonni paterni a Squarciarelli, Paolina, piccola donna generosa senza risparmio e riserve, loquace e volitiva, e Marcuccio. La finestra profila di azzurro la figura del nonno, che siede al tavolo sorridente, con il volto buono di sempre. Sulla stufa a legna cuoce il baccalà in umido, una delizia culinaria in cui eccelle. La sua pelle ha l’odore di terra che i contadini si portano addosso come abito rituale del ministero di pane e sudore alla vita. Allo stesso modo il sentore muschioso di foglie e rami dichiara la fatica di Adolfo, nonno materno, boscaiolo. I suoi passi si inerpicano sulle pietre che dalla piazza conducono ai Campi d’ Annibale, attraverso la spessa cortina crepuscolare degli umori di muffe e salnitro sfuggiti alla gravità opaca dei tinelli e delle osterie, serpeggianti tra i muri di vicoli tortuosi. Ma ecco il controcanto meridiano del mercato in Piazza dell’Erba, giostra di piante aromatiche, frutta, ortaggi vivacemente declamati dall’imbonitore di turno con appelli accesi replica su replica nel tepore giallo dell’aria. In questa rete tentacolare di promozioni bene sa districarsi con discernimento nonna Maria, arguta e determinata. Questa sua fierezza si acquieta nelle processioni estive in onore dell’Assunta, lungo il percorso dal Duomo al Santuario del Tufo, quando la luce tremolante di mille candele si dipana sul cammino dei tornanti. Il mio sguardo è rapito in quel calice bianco che protegge la fiamma e ferma la memoria di un’infanzia compenetrata di mistero, un mistero tante volte sondato e non ancora svelato. Altre voci si appellano ai ricordi e giungono adesso dal Casalaccio, la contrada della mia prima casa, della rivendita di sali e tabacchi di Giggia, del pollaio sotto il balcone, della rampa di scale che salgo con la presa sicura della mano di papà, passo dopo passo. In prossimità dei Casali ecco la Molara, ritrovata nell’oasi di verde che digrada dal recinto vulcanico dei monti, mentre si svolge intorno alla chiesetta sconsacrata la festa di San Giovanni, è giugno. C’è la corsa dei sacchi, c’è l’albero della cuccagna, c’è la vivace policromia di umori di una comunità allegra e solidale. C’è il sorriso chiaro di mamma, che apre il suo cuore giovane e franco a un’indomita voglia di vivere. L’approdo odierno al giardino di casa in questo tempo dilatato è in vista di un piccolo ulivo, di un pesco nato spontaneamente, di un ramo poderoso di rose con attitudini zen, di una gatta vegliarda che attende le carezze di Enrico, mio figlio, a cui lascio il testimone di altre storie d’infanzia da raccontare.
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