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PAGHI CHI INQUINA.

Ho ricevuto alcune telefonate di amici in Australia: con espressioni di evidente soddisfazione, mi raccontavano la decisione presa dal comitato delle Nazioni Unite per la salvaguardia dei diritti umani. Secondo il citato comitato, il governo australiano non avrebbe protetto sufficientemente gli Aborigeni dello stretto di Torres al Nord (la punta nord del continente australiano) dagli effetti dei mutamenti climatici. E per questa ragione il governo centrale di Canberra viene ritenuto obbligato, ripeto, obbligato a risarcire i molteplici danni, non solo economici, ma anche altri connessi con la millenaria cultura degli Aborigeni. 

Già nel 2019, al governo di Scott Morrison era stata presentata una denuncia firmata da diverse comunità indigene. Sottolineavano che i cambiamenti climatici non solo avevano messo in pericolo il loro sostentamento, ma le continue mareggiate avevano distrutto i cimiteri di famiglia costruiti vicino alla spiaggia, vanificando di conseguenza i riti per gli antenati, una pratica di vitale importanza per la loro cultura.

Il documento presentato al Primo Ministro Australiano si aggiungeva ad altre numerose richieste di coerenza con il tanto citato principio di “loss and damage”, provocato dalle emissioni di anitride carbonica nell’atmosfera ad opera, quasi esclusivamente, delle nazioni industrializzate del pianeta, non esclusa l’Australia. 

 Chi inquina, diventa responsabile per gli effetti deleteri che si verificano anche in altre zone del pianeta terra. E, per un senso di giustizia, è tenuto a riparare i danni avvenuti anche in zone molto sconosciute, come Torres Strait Island, abitata per migliaia di anni dagli indigeni, i colonizzatori dell’Australia.

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