Seminare un secolo di bellezza
Il 2 gennaio di quest’anno, la mia maestra Maria Fux, ha compiuto cento anni.
La vedo nei video danzare nella sua enorme casa, le mani fragili disegnano la musica con una precisione sbalorditiva… nessuna differenza fra la melodia e le dita che percepiscono ogni nota, ogni sospensione, ogni respiro.
Cammina nello studio tappezzato dalla storia di una vita dedicata alla danza. Mi commuove vederla transitare fra questa esistenza e quella che l’attende, allenando ancora il corpo al movimento e, allo stesso tempo, instaurando un dialogo con l’aldilà: “Dammi tempo … ancora”.
Prima che la pandemia mi chiedesse di rallentare i ritmi, cancellare i voli, mi trovavo tre anni fa nella sua cucina a Buenos Aires. I dialoghi che da sempre intrecciamo in piena lucidità, transitano in varie dimensioni. Il qui e ora, il passato che ha già compiuto il suo corso. Il mistero di ciò che ci chiama, continuamente. Lei gira lo sguardo dolcemente verso sinistra e mi dice: “Il bambino piange, lo senti?”. Annuisco. Nessun vaneggiamento senile, piuttosto una sensibilità accentuata che Maria ha sempre avuto nello spostare lievemente il velo fra vita e morte e guardare. Quel bambino che è volato via così in fretta, troppo saggio nei suoi sei anni per rimanere ancora qui. Un pronipote bello come il sole e cosciente come un Buddha.
“Forse si è smarrito per un momento, Maria”, le rispondo…
Il the arriva, il the che non mi è mai piaciuto ma che, condiviso con ei, è nettare. “Ti amo Maria, senza di te non avrei saputo vivere”. Abbassa un po’ il viso; un imbarazzo che riconosco nei suoi occhi che, inevitabilmente, si inumidiscono.
Lei invecchia ma la saggezza e la lucidità si accentuano. Una sua frase o uno sguardo sono capaci di farmi respirare e di farmi tuffare nella profondità e nella comprensione della vita. Una danza che ora mi appartiene e che viene da lei. Da ogni intesa, da ogni incontro, da ciò che capivo e ciò che non capivo. Dalle ore estenuanti di stretching che mi obbligava a fare al mattino insieme. Lei a ottant’anni flessibile come un elastico e io che le sto dietro a fatica. I seminari di giorni passati a vivere la danza come allenamento a esistere in pienezza. Nessuna astrazione, la sensibilità piuttosto a tutto ciò che intorno e dentro, salta, affonda, striscia, si sospende… Il suo braccio avvolto nel mio, misuriamo l’Avenida Corrientes a Buenos Aires, Piazza della Signoria a Firenze… strade percorse insieme centinaia di volte. Seduti in un caffè in una città qualsiasi. “Pio, la vedi questa foglia rossa che sta per staccarsi dal ramo? Come si prepara tremando alla sua danza per raggiungere la terra?… E il cielo Pio, lo vedi il cielo? Non ti sembra che quella nuvola nera sia gonfia e leggera e serena?
Un uomo dorme per strada, uno dei tanti. Nel passargli accanto Maria rallenta il asso e mi stringe il braccio ed emette un piccolo gemito e mi guarda, lo guarda. Nessun dettaglio le sfugge. Mentre nella sua stanza siamo seduti a chiacchierare, all’improvviso si alza per scostare le tende della finestra e mostrarmi la tortora che da varie generazioni depone le uova sul vaso con una pianta un po’ provata da tanta fecondità. La natura per Maria è davvero la grande madre generatrice di ogni danza, ispiratrice e altare di consolo.
Così ad oggi quando danzo, prego senza parole per questa terra così straziata e dimenticata e poi corro i bicicletta al parco, qui a Milano per toccarla nello sguardo tagliente di un cigno e nei colori invernali che si alternano all’abbondanza primaverile, estiva. Al gialloarancio dell’autunno che mi toglie il fiato e mi consola quando penso che sono già passati tre anni— così. Maria mi ha reso attento alla bellezza. Me l’ha fatta desiderare e coltivare come una necessità ancestrale. Lei che l’ha seguita, raggiunta, diffusa per esattamente cento anni. Sorrido al pensiero di quando ogni tanto in questi ultimi tempi, ho pianto al telefono con sua nipote Irene, una sorella per me, che mi diceva: “Preparati, Maria si è indebolita e stanotte sembra voglia volare via…”. E poi al mattino seguente ridiamo insieme perché si è alzata, ha mangiato un petto di pollo e ha detto alla morte di attendere. Leggera e splendida come una bambina.
La sua cucina dove abbiamo trascorso tante ore. Maria mi prepara il pranzo, la ricetta di sua madre che coltiva come un tesoro. Sua madre presente in un dialogo continuo, come la mia… Queste madri che tante volte abbiamo immaginato a chiacchierare insieme, svampite fra qualche nuvola, scambiandosi parole che ormai non appartengono a nessuna lingua specifica ma al cuore.
Cara Maria ho compreso la realazione con i genitori. Mi ha insegnato a vederli e venerarli come la fonte che generosamente ci ha condotti qui, accettandoli nei limiti e nei pregi e lasciarli andare, anche. Io qui, presente, uomo adulto. Generoso con lo sguardo che si posa sul passato, imbevuto di una salutare distanza e fertile d’amore. Nell’insegnare ciò che Maria mi ha insegnato e continua a insegnarmi, sono profondamente cosciente del privilegio di avere una Maestra. Il patrimonio di anni vissuti insieme è intoccabile. Tessuto nella mia storia come uomo in questi ultimi trenta anni. Il mio compito è continuare. Dedicare i miei giorni a coltivare, riconoscere, diffondere bellezza. Nonostante tutto e sempre. Non una sorta di alienazione ma piuttosto la lucida follia di credere a una vita che si rinnova ogni giorno, dopo ogni notte. Questo è il mio programma. Questo ho ricevuto da Maria.
E come hai fatto tu Maestra mia, voglio vivere ogni giorno come una esperienza unica, cosciente della luce e dell’ombra, aspetti diversi dello stesso respiro.
Grazie grazie grazie grazie Maria! un secolo di storia a seminare bellezza.
E io ti amo.

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