Voglio veder sprofondare le armi in fondo al mare

Cent’anni fa nasceva a Omegna Gianni Rodari il 23 ottobre del 1920 (moriva a Roma il 14 aprile 1980) lo scrittore che ha rivoluzionato la letteratura per l’infanzia assurgendola al ruolo che le spetta, ossia a letteratura tout court. Un sognatore, un affabulatore, un intellettuale che è riuscito a fondere scrittura e impegno civile e politico al fianco dei più poveri, dei più deboli e per la pace universale: “ Voglio prima vedere sprofondare/ tutte le armi in fondo al mare”.

La sua opera forse più conosciuta: “La grammatica della fantasia”, è una sorta di manifesto sull’arte di inventare storie; “Le fiabe – diceva Rodari – servono alla matematica come la matematica serve alle fiabe. Servono alla poesia, alla musica, all’utopia, all’impegno politico: insomma, all’uomo intero, e non solo al fantasticatore. Servono proprio perché, in apparenza, non servono a niente: come la poesia e la musica, come il teatro e lo sport (se non diventano un affare). Servono all’uomo completo. Se una società basata sul mito della produttività ( e sulla realtà del profitto) ha bisogno di uomini a metà – fedeli esecutori, diligenti riproduttori, docili strumenti della volontà – vuol dire che è fatta male e bisogna cambiarla. Per cambiarla, occorrono uomini creativi, che sappiano usare la loro immaginazione”. La creatività di Rodari era politica, ossia progettuale, al punto da immaginare il futuro. “Si può parlare agli uomini anche parlando di gatti e si può parlare di cose serie e importanti anche raccontando fiabe allegre”.

Perché c’è molto di più dell’elemento moralistico ella tradizione popolare della fiaba che si è diffusa in tutto il mondo con i suoi grandi autori ( dai fratelli Grimm a Afanasjev, da Pitré alle fiabe nordiche ai miti africani, alle leggende mediorientali, al surrealismo latinoamericano fino ai racconti favolosi di Luis Sepulveda). C’è il prodigio dell’immaginazione, la forza propulsiva della fantasia, il potere sovversivo dell’utopia che stravolge le consuetudini sociali, i modelli comportamentali, le gerarchie di classe e fa deflagrare i muri di separazione eretti fra i popoli e gli stati. Insomma, c’è la pace. Tutto, nell’opera di Rodari, tende alla pace e la pace è il tema che si sprigiona, con declinazioni diverse, lungo l’intera produzione.

Allora la fantasia diventa il luogo della realtà e il realismo si fa follia: “Filastrocca corta corta, / il porto vuole sposare la porta, / la viola studia il violino, / il mulo dice: – Mio figlio è il mulino; / la mela dice: – Mio nonno è il melone; / il matto vuole essere un mattone, / e il più matto della terra / sapete che vuole? Vuol fare la guerra!”.

La satira anti militarista di Rodari colpisce al cuore quella ideologia metafisica della guerra che, nella tradizione del pensiero europeo, è stata accolta e interpretata spesso come momento di catarsi storico mentre la pace era vista come una sorta di svilimento della coscienza individuale ( per Hegel, tanto per fare un esempio illustre, la guerra è “la salute etica dei popoli” mentre la pace è un pantano). Per Rodari il teorizzatore della guerra diventa, invece, un cenciaiolo che nasconde nel sacco inutili stracci, “…una giacca senza bottoni / una bretella senza calzoni / e in fondo in fondo, col naso per terra / un ministro della guerra”.

Il mondo a testa in giù è il rovesciamento di una antropologia, che soltanto i sognatori possono predicare. Non è un caso che una delle opere più belle di Eduardo Galeano, lo scrittore uruguayano che voleva fosse inserito nella Costituzione il “diritto al delirio”, si intitoli proprio così: “ A testa in giù”: “Nei paesi più poveri della terra i bambini, per imparare a vivere, devono frequentare la scuola del mondo alla rovescia, dove apprendono che la povertà è il giusto castigo per l’inefficienza; che la disuguaglianza è una legge naturale che ha come corollari il razzismo e il maschilismo; che la realtà è quella che si vede in televisione; che il crimine è nero o giallo o di altri colori, ma mai – o quasi – bianco, e così via. Il piano di studi prevede corsi obbligatori di impotenza, amnesia e rassegnazione, grazie ai quali gli oppressi del pianeta imparano a subire la realtà invece di cambiarla, a dimenticare il passato, ad accettare passivamente il futuro”.

E se il sogno è bambino, allora la possibilità che questo mondo rovesciato si faccia concreto, diventa una probabilità reale, perché saranno i bambini a ereditare la terra:”…. se tutti i giorni fosse festa / se fossero zucchero la tempesta / e sulle piante crescesse il pane / come le pesche e le banane / se mi facessero un monumento / io non sarei ancora contento / Voglio prima veder sprofondare / tutte le armi in fondo al mare”.

(27)

 83 total views,  1 views today