Contadino della poesia

Fare il contadino della poesia vuol dire tornare all’Essere
Alle Radici
Alla Fonte
Ai Sassi
Alla terra
Per recuperare i sapori, gli odori, i colori e i raggi solari,
portare nelle narici
i profumi campestri, gli odori delle erbe, i canti dei merli,
saper chinarsi a raccogliere,
chiamare le cose come fanno i muratori,
essere un poeta della campagna
allo stesso tempo
poeta di campagna e di città.
Avere un cuore caldo come la pietra focaia,
mangiare la terra,
lavarsi con la terra,
disincrostarsi dell’industria culturale che produce libri come le scarpe della moda,
creare una poesia come il vino della vigna,
come i fichi d’india,
come il pane della campagna,
ridare dignità al verbo,
rispecchiarsi negli occhi della mucca,
riconoscere nell’asino, nel cavallo, nella mucca, i nostri antenati.
Fare il contadino della poesia vuol dire versi che abbiano il profumo inconfondibile del pane caldo a tavola.
Guadagnare il piatto quotidiano con il sudore della fronte,
sopravvivere alla giornata lontano dalla patria tradita,
non possedere nulla oltre il proprio corpo,
non lasciare nulla,
credere nel potere della poesia come i credenti credono nel potere di Dio,
comunicare con Dio,
scrivere la propria Bibbia,
il proprio Corano,
tornare all’origine del messaggio del Verbo,
ridare la dignità alla parola perduta,
ricostruire il Tempio delle parole, distrutto dai rampolli del minimalismo sterile.
Vuol dire produrre poesia e non poetica,
poeta e non scrittore di poesia,
recuperare il senso epico, musicale e civile della parola,
scrivere semplice ed essere profondo,
farsi capire come gli epici,
crescere le parole con pazienza come il giardino cresce le pietre focaie,
scrivere sul proprio corpo,
con il proprio corpo,
vivere il corpo,
essere un poeta di petto e di pancia, non di testa e di gola.
Recuperare la divinità della parola,
essere libero,
un individuo,
non chiedere parole in prestito,
coniare la moneta del proprio verbo,
riconoscersi nella propria voce,
bellezza,
eros,
spingere la gente all’amore,
sedurre come seducono gli amanti,
essere un amante,
fare l’amore dodici volte al giorno come le pernici,
essere virile,
essere uomo,
appartenere alla stessa razza umana,
essere umano,
tornare al mito,
mettere in moto il mondo dei sensi,
scendere nel proprio io centrale tramite gli spiriti e le divinità degli antenati,
vuol dire contro potere,
sfidare l’ordine dei poteri oscuri,
essere uno scultore della poesia,
vuol dire resistere,
nutrire la propria parola con il sangue,
diventare carne e sangue delle proprie parole,
essere un rivoluzionario,
leggere la storia con i propri occhi e conoscere la controstoria,
essere un “eretico”,
non scendere mai a patti con i boia dell’umanità,
dimenticare gli pseudomiti del realismo socialista che hanno servito i peggiori comunisti e la lotta di classe,
raccontare sempre la verità,
cogliere l’assoluto,
la solitudine di Dio e il mistero dell’esistenza,
scegliere l’esilio invece di asservirsi al potere,
un esule esiliato nell’esilio,
padrone di se stesso,
amare la vita,
essere un martire del desiderio della parola,
sentirsi parte della totalità.
Fare il contadino vuol dire camminare sulle orme di Omero, Dante, Hugo, Milton, Tagore,
denunciare i crimini, i genocidi, gli abusi, la corruzione, gli scambi di favori, i traffici.
Recuperare il legame tra la pagina bianca e l’onestà intellettuale,
tra parola e verità,
tra poesia e vita.
Diffidare dell’arte isterica, balbuziente, autoreferenziale e sterile dei metropolitani alieni,
recuperare i valori etici e la tradizione.
Fare il contadino della poesia vuol dire memoria,
ricordare a te stesso che il compito è di rendere un’età consapevole dei propri ideali,
essere un vero intellettuale, contribuire al beneficio dell’umanità, vivere negli altri.
Vuol dire salvezza.
Attraversare la vita e rileggere il cielo e la terra.

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