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Il crollo del sole

Autore: Piero Fortini

Il crollo del sole

1.

Clara si svegliò alle 6.00 di soprassalto, come se una palla di cannone l’avesse colpita proprio sotto lo sterno. Un tonfo sordo. Seguito da un boato che si espandeva all’infinito, fracassava il cielo e scheggiava la terra, circondava la casa e si conficcava dentro di lei.

Aprì la porta e fuori una caligine nera aveva reso vedovo il tempo. Sentì al giornale radio delle 6.10 che il sole, un sole ancora acerbo e indefinito, era precipitato su monti e pianure dell’altro emisfero. L’incendio più devastante di sempre aveva incenerito Australia e Nuova Zelanda.

Proprio allora realizzò che quello era il mattino in cui Martino sarebbe partito, alle 6.00 in punto.

Vorticando le gambe corse al pozzo dove la sera prima, con la luna piena, aveva fatto specchiare Martino. Erano state le vecchie del villaggio a dirle che in una notte di luna piena l’immagine si sarebbe conservata più a lungo.

Issò il secchio col respiro ingolfato – dai, issa, forza – e vide il volto di Martino splendere col suo sorriso migliore, come una promessa di matrimonio. Entrata in cucina pose il secchio sul tavolo, e il volto di lui era ancora lì, solo un poco increspato da ondine che lo percorrevano come un viaggio, ma verso casa.

Invece Martino si recava 11.000 chilometri più in là, nell’altro mondo.  Tre anni di lavoro per costruire una strada, in modo che degli argentini potessero andare da Buenos Aires fino a Rio Gallegos, in Patagonia. Metteva un intero mare tra loro, se ne andava in luoghi remoti e nello stesso tempo rompeva ponti lì vicino, alluvionava strade e case attorno a Clara, cucine e camere da letto. Una scrosciante e prorompente inondazione dentro cui volteggiavano – rallentati e sospesi – cucchiai, bottiglie, cornici, forcine per capelli, biancheria intima, saponi, specchi, sedie, foto, cappelli. La vita di tutti i giorni, la vita di sempre, nuotava via per sempre in un silenzio estatico e minaccioso. Ma la paga era buona e lui giovane e senza un lavoro continuativo.

Quando lui le annunciò che sarebbe partito, Clara svenne. E poi non volle sapere più niente. Lo pregò solo di rivedersi il giorno prima della partenza.

Quel pomeriggio lo portò a fare il bagno nel laghetto della cascata come era accaduto mille altre volte, a passeggiare nel bosco che era stato lo scrigno dei loro incontri segreti. Poi lo mise a sedere in cucina e silenziosa stette a guardarlo lungamente. Impedendogli di parlare lo fece stendere sul letto, fermo fermo per ore. E alla sera lo fece specchiare nel pozzo.

Non volle sentire parola né essere toccata. Solo al momento del congedo lo baciò sulla bocca e alla fronte, sollevandosi sulle punte dei piedi, con la mantellina scura attorno alle spalle, uccello femmina ferito grave che saluta la partenza inesorabile  del suo compagno migratore.

La sera prima del crollo del sole.

2.

Clara era bella, con capelli lunghi, lucidi, inquieti e scuri come il mare dell’ottocento. Gli occhi neri, grandi. Finestre olandesi, vetrate. Il naso dritto di Psiche, le gambe solide e snelle. Anche Martino è bruno, un gomitolo sempre arruffato, gli occhi: un vortice di vento, alto uno e ottantacinque e dritto come un’impalcatura.

Abitanti del mediterraneo, turbinosi, dolci di pasticceria, la spontaneità del sole, si amavano di un amore di pietra, di sabbia, di corse, di pini, di ginepro, d’acqua, di soste accovacciati nell’occhio del ciclone.

Dopo la partenza di Martino, Clara, chiusa in casa, continuò per molte ore a scrutare il volto di lui racchiuso nella minuscola pozza del secchio. In quel momento tutto il suo universo.

Il giorno seguente, in quella notte perenne, Clara comprò una lampada e andò alla cascata. Si spogliò lentamente, in un rito d’amo-re, s’immerse nuda e nuotò, dolcemente abbandonata. Il rumore dell’acqua era la voce di Martino, le onde, le sue braccia e le sue gambe. Si lasciò cadere sul fondo e quel silenzio era il silenzio di lui.

Si addentrò nel bosco delle loro escursioni amorose, si distese bocconi incagliata nella cattedrale di tronchi, contò ogni filo d’erba, s’incantò titillandoli con le dita, s’impregnò dell’odore ter-roso e umido del sottobosco, si lasciò avvolgere dal velo di nebbia che andava alzandosi e rendeva più soffusi e meno dolorosi i ricordi.

Tornata a casa si coricò nel letto e per ore lo sentì respirare, indovinando i suoi sogni. Quando si alzò, andò a guardare il secchio e lui la guardava.

Pranzava e cenava con Martino, ogni giorno apparecchiando con la tovaglia più bella, le posate più preziose, i piatti decorati a mano, i bicchieri con i colori più allegri. E in interminabili conversazioni gli raccontava le sue speranze, faceva progetti con lui, che assentiva con dolcezza e aggiungeva dettagli gratificanti e rassicuranti. Ed erano cenni d’intesa, ammiccamenti, complicità. Un continuo vagheggiare di figli, di lavori, di scuole, di viaggi, di notti di veglia, di notti d’amore.

L’oscurità divenne la sua dimensione ottimale, un mondo buio In cui lei vedeva le cose come non le aveva mai viste, come non le aveva mai vissute, mai con questa chiarezza, così pienamente in luce.

3.

Iniziò allora per Clara il tempo delle peregrinazioni incessanti, tranne qualche ora di sonno. Seicentonovantaquattro giorni tra lago, bosco, pozzo e casa. Passo su passo in quel mondo rapito.

La lampada era sempre con lei, a rischiarare i ricordi e a dare vita ai luoghi, lucciola gigante che scivolava sospesa nella notte senza più fine, come un’idea che non muore o un’anima che non trova pace. Clara, in quelle processioni, sembrava una madonna dolente che seguiva il suo Gesù sul Calvario.

Il 91° giorno giunse la prima lettera di Martino, preferì non aprirla. Qualunque cosa lui avesse scritta non sarebbe stata all’altezza del suo mondo di adesso, un corpo estraneo a questa nuova vita compiuta e sfolgorante, edificata con pazienza certosina per giorni e giorni come 91 piccoli mattoni.

Il 132° giorno, con l’estate, tornò un po’ di luce. Un nuovo piccolo sole si stava formando ed emanava un chiarore diafano e ancora incerto. Un grande stormo di uccelli arrivò da sud-ovest, da altri soli ed altri mari. Lei li interrogò a lungo con occhi insistenti, una sola domanda. Loro virarono e le volarono incontro chiassosi e festosi, in un girotondo stordente e giro su giro si misero in formazione disegnando una M maestosa. Poi tornarono in alto e nel dondolio dell’aria formarono una grande vela che, invadendo l’intero cielo, riproduceva il profilo di Martino, merletto di luce ed ombra appena mosso dal vento. Clara s’illuminò come se un profluvio di fuochi d’artificio si specchiasse sul suo viso.

Il 173° giorno arrivò un’altra lettera di Martino, che lei schivò come la prima e ripose chiusa in un cassetto.

Il 231° giorno nel pieno dell’autunno si spense il nuovo sole, non ce la fece ad inerpicarsi nel cielo, ad ardere ancora, bagliore tenue mai diventato pienamente luce.

In quella nuova sera la lampada di Clara non era l’unico lume.

Un nugolo di fuochi baluginava nella pianura, appena fuori le case. Un gruppo di attori e saltimbanchi girava l’Europa dopo un lungo viaggio di mare e anni passati tra gli italiani d’America, ad architettare storie e acrobazie.

Lei li raggiunse con il secchio in mano e glielo mostrò, fissandoli a lungo con occhi insistenti, una sola domanda. Capì già la risposta quando loro assunsero le sembianze di lui, e parlarono con la sua voce. “ Certo, l’abbiamo visto a Bahia Blanca, sono all’incirca tre mesi. Stanno costruendo una strada lunga mezzo continente e lui è forte, generoso, pieno di vita. Ma, cova un grande dolore. Ci ha parlato del suo amore lontano in Italia, si sente perduto perché lei non da più cenno di sé e lui non sa darsi pace. Ci dispiace ragazza, allora non pensavamo proprio che saremmo giunti da queste parti…. Ti avremmo portato un messaggio, qualche ricordo da consegnarti”.

Corse a casa trafelata e ingolfata dai singhiozzi gettò sul tavolo della cucina la lampada accesa, prese Martino per mano, lo distese sul letto, gli si arrampicò sopra, lo divorò da non avere fame per mesi, lo bevve da non avere arsura per anni, lo sposò per averlo con sé per sempre e desiderarlo ogni sera e placarsi ogni notte e brillare il giorno come un tracciante e occultarsi la sera tra le sue braccia e diventare scoiattolo sulla sua schiena e coccinella nel palmo di mano e cantargli una canzone d’amore lunga una vita col fiato di cento generazioni, di donne e sirene, di leonesse e gazzelle, violando foreste, scavalcando vulcani, saltando fiumi con un solo passo, traversando laghi con una sola bracciata.

Dopo qualche ora si svegliò tramortita.

4.

Il 265° giorno arrivò un’altra lettera, che non incontrò migliore fortuna. La lampada continuava perennemente a vagare, non si sa più se spirito di vita o segnale di morte, calda speranza o insana follia.

Il 312° giorno i venti di sud-ovest soffiarono come in una grandiosa, devastante ribellione e una tempesta spaventosa sconvolse l’Atlantico, con onde alte 12 metri, le coste flagellate, le spiagge divorate, le isole cancellate. In quell’immenso fragore da fine del mondo arrivò fino al villaggio di Clara, sballottolata e barcollante, la voce di Martino che la invocava, sospinta fin lì da un ardore sovrumano, da un urlo gigantesco che erompeva dal vento, dalle onde, dalla terra squassata, da tutto lo spazio che aveva trasvolato, da una disperazione che aveva frantumato la barriera del suono.

Il 357° e il 525° giorno altre due lettere ebbero il loro inutile decorso.

Poi il 694° giorno, con l’arrivo di un’altra lettera, il colore del mondo cominciò a stingere, il sonoro a sfumare, il volto di Martino si appannava in un’acqua più torbida e i pranzi e le cene divennero silenziosi, le stoviglie meno curate, il letto più freddo e il respiro notturno più fioco. L’acqua della cascata un piccolo rivolo.

Ma dentro di sé Clara bruciava sempre di più. Un tizzone rovente le trivellava il cuore e lo stomaco. Martino si affievoliva e sfumava là fuori, ma prendeva man mano rifugio dentro di lei, bestia parassita che s insinuava e si ricavava uno spazio sempre più grande. E premeva, spingeva come una testuggine gigante, pulsava come un mantice.

Lei si struggeva perché tutto quel peso, quell’insostenibile spessore interiore non trovava all’esterno più nessuno sfogo e nessun ristoro.

Si sentiva in un vicolo cieco, brancolava invano come un animale in trappola, senza futuro.

Sentitasi persa, aprì di getto il cassetto dove erano custodite le lettere di Martino, le uniche cose che potevano ancora parlarle di lui, e finalmente le lesse.

5.

Giovedi 16 Maggio

Mia amatissima, luce dei miei occhi, sole della mia pelle, acqua della mia gola, sale delle mie ferite, coltello delle mie piaghe, dolcezza che mi consola e punteruolo che mi trafigge. Non ho che te. Sono finito in un buco nero, fatto di marce e di lavoro, di sveglie precoci e di fatica, di tardi coricamenti e di incubi cupi, di scherzi da uomini che con occhi da folli danno il peggio di sé senza la loro metà del cielo. Risparmio su ogni cosa affinché tu possa raggiungermi al più presto, perché alla fine del mio tunnel vedo solo la luce dei tuoi capelli.

 

Domenica 6 Agosto

Perché non scrivi, non mi rispondi? Ho aspettato il tempo di un ergastolo. Non ti è forse arrivata la mia lettera? Questa di sicuro la leggerai.

Scrivimi subito, dimmi tutto quello che fai, ogni minuto in ogni luogo tutte le volte che mi pensi. Invadimi di te, raccontami chi sei da lontano. La tua lettera sarà la mia torcia nel crepaccio scuro e senza fondo in cui sono precipitato. Sostienimi tu, ferma la mia caduta.

 

Lunedi 6 Novembre

Impazzisco. Il tuo silenzio è una spada che mi perfora, un millimetro ogni minuto. Non so più cosa pensare. Mi hai dimenticato? Mi hai rinnegato? Mi odi così tanto? Io non penso che a te, a noi. Il tuo silenzio è una tortura insopportabile. Sono solo, non riesco ad avere una vita normale, penso continuamente all’assurdità del tuo silenzio.

In questo modo sei assente due volte, troppe volte. Non mi dai nessun conforto e non so se io conforto te. Cosa ti è successo? Io sto mettendo da parte tutti i soldi che posso. Se ancora lo vorrai, tra non molto potremo riunirci.

 

Domenica 6 Febbraio

“ Ecco il biglietto. Non mi hai mai scritto perché non volevi parole, non credevi in loro, forse non credevi più in me. Ecco il biglietto. Parti. Ti aspetto. Ho trovato una casa grande per tutti e due. Sto approntando gli arredi, poi insieme vedremo tutti i particolari, cosa cambiare.

Tutto quello che non ti piacerà lo butteremo via, piatti, quadri posate, anche i mobili. Sostituiremo tutto con ciò che tu sceglierai. Ma ti prego, arriva, vieni. Con te tutto acquisterà un senso”.

 

Domenica 24 Luglio

Non so più cosa pensare. Ti sei rifatta una vita? Hai conosciuto un altro? Non vuoi più saperne di me? Non riesco a spiegarmi, mi sono fatto migliaia di domande, ma non mi raccapezzo. Rischio di diventare pazzo. Vado al lavoro e poi mi tappo in casa, la notte dormo, se dormo, l’indomani torno al lavoro e di nuovo a casa. Non posso più andare avanti così, mi sto distruggendo, mi stai distruggendo. Non ce la faccio.

 

Lunedi 9 Gennaio

Un colpo di fortuna insperato, ho cambiato ditta e lavoro, ora ho un bell’ufficio in città, nella sede centrale.

Valuto e seleziono la manodopera nuova, organizzo i turni e le squadre. La vita è più tranquilla, non dico serena, ma più tranquilla. Frequento alcuni amici, cuciniamo e ceniamo insieme qualche volta. Vado anche al cinema quando posso o al varietà, mi diverto un po’. Il capo mi apprezza, dice che sono intelligente e ci so fare con gli operai.

Sarebbe tutto molto più bello se tu fossi qui con me, sarebbe davvero il paradiso, ma forse non è destino. Chissà che vita stai vivendo tu, io sto cercando di rimettere insieme i pezzi della mia.

 

Venerdi 24 Ottobre

Quanto tempo è passato, quante cose cambiate giorno dopo giorno senza che me ne accorgessi. Da otto mesi conosco una ragazza bravissima, anche bella. Ci sposeremo. Siamo dipingendo la casa, poi la arrederemo. Sto pian piano superando lo strazio che mi hai inferto col tuo silenzio ostinato.

Ti sei negata fino a scomparire. Ignoro i motivi di questo tuo comportamento, e tutto ciò ora non ha più importanza.

Spero solo che tu sia felice, alla fine è la sola cosa che conta.

6.

Clara ne fu stordita, tramortita. Anche l’aria le doleva e la faceva cadere. Si aggrappò al tavolo, girava a sprazzi la testa in diverse direzioni, la faccia piegata con una smorfia incredula, un sorriso doloroso ed ebete.

“Ma come, è stato qui con me fino a stamattina, quando è andato al lavoro…. Giorni e notti insieme….inseparabili. Ci siamo amati, abbiamo parlato…..abbiamo progettato il nostro futuro…. Era tutto previsto…. era tutto deciso…. No, non è lui questo che scrive…. È un altro….. quando è partito?….Questo pomeriggio?….E già è arrivato così lontano?”

Da profondità che non sospettava minimamente di poter toccare scaturì un urlo spaventoso e prolungato, che pareva non avere fine. Si scaraventò con la testa contro il muro, un’ossessa. Spaccò le sedie contro il tavolo e la porta, si strappò le vesti, sfondò l’armadio a spallate.

Corse dissennata alla cascata e al lago. Disseccati. S’inoltrò nel bosco e lo trovò inaridito. Corse al pozzo e suonava di un tonfo sordo, il secchio un buco vuoto. Anche il buio della notte non aveva colore. Il letto non emanava respiro né odore, un sudario di morte asettica. Dentro di lei Martino spingeva, sbracciava e scalciava. Clara ne soffocava, sentiva dolori lancinanti in ogni parte del corpo.

7.

Partì all’improvviso. Decise e partì.

Lo andò a cercare per non morire di quel peso smisurato che le si era incastrato dentro. Nel viaggio per mare le sembrava che la nave ne potesse affondare.

A Buenos Aires s’ingarbugliò in un via vai convulso, tutte le ore del giorno e della notte, in un circuito che non aveva mai fine e ripassava sempre nel luogo di partenza. Chiedeva ai passanti, nei negozi, nelle sedi di imprese di opere pubbliche, nei bar. Non sapeva quale fosse il nuovo lavoro di Martino, non conosceva il nome dell’azienda, né l’indirizzo. E continuò a camminare, per giorni e giorni, e settimane e mesi, tanto da

diventare indifferente al tempo e il tempo a lei. L’eternità e un giorno, un’ora. Un minuto che scorre per sempre.

Progressivamente perse per strada anche quel senso di disperazione che la spingeva nelle prime settimane. Andò somigliando sempre più ad un automa, che non ha più consapevolezza di nulla altro che il suo stesso incedere senza tregua.

E’ da un anno ormai che a Buenos Aires ci si può imbattere a qualsiasi ora in una donna vestita di nero, senza più età, sempre in cammino, con una sola domanda, sempre la stessa, insistente. La si può riconoscere perché non ha mai requie, un  batuffolo scuro che migra perenne. Ma si sarà assolutamente sicuri che si tratti di lei quando, guardandola, non vedrete il suo volto, ma quello di Martino.

8.

Nel suo villaggio in Italia, il sole nel frattempo è tornato e la vita ha ripreso il suo corso normale.

Solo la notte succede qualcosa di strano. Una lunga, infinita processione di luci, lucciole giganti, rischiara il cammino che porta alla cascata del lago e al bosco, e poi al pozzo, giungendo infine a casa di Clara, a illuminare d’un  bagliore siderale la cucina e poi il letto, tutta la notte, per tutte le notti.

Intanto a Sidney, Wellington, Brisbane, Auckland, Adelaide, Melbourne, Perth, Dunedin gli sparuti sopravvissuti alla catastrofe di tre anni prima stanno cercando di riprendere vita.

Lo fanno assieme ai non pochi immigrati giunti nel tempo, sospinti dal desiderio, più forte quanto più insensato, che induce ad andare in una terra che proprio perché totalmente distrutta ci appare nuova e prodiga di futuro, levatrice di sogni e azioni grandiosi.

Una distesa di macerie alle quali ridare forma in orizzontale e in verticale, in una riemersione della vita che si rialza dalla morte.

Da tre anni quelle terre sembrano un lunare parco zoologico di ruspe, bulldozer, camion, gru. Giraffe d’acciaio e uno strano bestiario di metallo, gomma e vetro, meccanici scarabei sempre in movimento con voci di motori e di clacson, mentre gradualmente scompaiono gli accampamenti di tende, inghiottite dalla stessa terra che poco più in là erutta cantieri, impalcature e facciate in costruzione.

Si sono ristrutturate condutture e fognature, tracciate e piantumate strade; piantati alberi, riprese le colture, riattivata l’acqua, la luce; si sono ricostruite le prime case, i negozi, gli uffici, le fabbriche.

Tutti hanno ripreso a lavorare, comprare cibo e vestiti e scarpe. Sono tornati a scuola, si recano dal medico, scrivono lettere, bevono birra, vanno a ballare il sabato sera. Rimettono in piedi la loro esistenza come si ricompone un puzzle, con pazienza e ostinazione, con attenzione.

Si vuole continuare a vivere, anche dopo una distruzione immane,  quando niente è rimasto. E anche di più quando il disastro è totalmente privo di ragione e di senso. Perché nessuno di loro è mai riuscito a sapere cosa sia veramente accaduto tre anni prima, quale funesto prodigio abbia scatenato quell’enorme ammasso di fuoco che si è abbattuto sul loro mondo, su tutto ciò che esisteva prima.

Prima del crollo del sole.

 

 

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