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Terremoto

Autore: Giovanni Di Sarno

Sant’Angelo dei Lombardi Ischia, domenica 23 novembre 1980, ore 19,37. La scala ondeggiava mentre salivo. Mi sembrava di essere su un ottovolante difettoso che scartava di lato senza preavviso. Poco prima, davanti alla consolle avvolta da una bandiera americana, stavo ascoltando le note del basso elettrico di Jaco Pastorius. Mark, il disc jockey, stava preparando una selezione che intendeva proporre per la serata. Guadagnato l’ingresso della discoteca mi guardai intorno. Sulla strada le chiome degli alberi oscillavano con forza, lo stormire delle foglie si mescolava al lamento greve del vento. Una buriana sorda, anomala, imperversava tutto intorno malgrado Ischia fosse distante oltre 130 kilometri dall’epicentro del terremoto, che si era appena scatenato in terra di Irpinia. Il martedì seguente di buon ora, con un folto gruppo di volontari, mi imbarcai su un autobus con destinazione Sant’Angelo dei Lombardi. All’arrivo l’autobus parcheggiò distante dal centro, non si poteva andare oltre a causa dei calcinacci disseminati lungo la strada. Il disastro era drammaticamente evidente, non c’era un solo edificio che si presentasse integro. Ovunque le macerie disegnavano un paesaggio apocalittico. Tale era l’inquietudine che la maggior parte dei passeggeri con i quali avevo viaggiato, non ebbe nemmeno la forza di mettere piede a terra. Io, con Mark e pochi altri, mi diressi verso il paese. La strada era in salita e nessuno parlava. Da un casolare spuntavano alcune travi di legno a formare una sorta di apertura oltre la quale, in una profonda depressione del terreno, si trovavano due corpi. Erano imbiancati dalla polvere e interrati sino alla cintola. Il sisma li aveva colti intorno a un tavolo, l’uno di fronte all’altro. Subito dopo mi imbattei in una bambina di circa dieci anni che piangeva disperata. Appena mi vide cominciò a saltellare scompostamente in preda al delirio e indicando un lastrone di cemento gridò: “ c’e mia madre qui sotto, aiutatemi, aiutatemi”. Ma, purtroppo, non potevo fare nulla, la morte era ovunque e mi sentivo impotente davanti a un simile sfacelo. Per due giorni con Mark raccolsi solo cadaveri. Li trasportavamo a braccia camminando in bilico sulle rovine fino a uno slargo dove venivano ammassati e dove, ogni tanto, ci raggiungeva un furgone per portarli via. Il venerdì mattina l’esercito dispose la cessazione degli interventi di soccorso e promisero che, di lì a breve, ci sarebbe stata un’operazione di bonifica. Con gli elicotteri avrebbero versato sul paese tonnellate di calce per scongiurare una possibile epidemia. Faceva molto freddo e da poco era iniziato anche a nevicare. Quella notte, come le precedenti, andai in cerca di un riparo di fortuna. Mark propose un maggiolino abbandonato che aveva notato in un campo poco distante. Ci disponemmo all’interno avvolti nelle coperte fino agli occhi e a un certo punto il mio amico tirò fuori dalla tasca una bottiglia di Vecchia Romagna. Un contadino, mi disse, gliela aveva regalata come ringraziamento per l’aiuto ricevuto. Spinto dal bisogno, controvoglia, uscii all’aperto per un bisogno fisiologico ma non feci in tempo ad aprire la cerniera dei pantaloni che caddi in avanti a peso morto. Ricordo vagamente che avevo la guancia in una pozzanghera gelata, e cercavo di muovere le braccia per risollevarmi. Ma gli arti non rispondevano, come tutto il resto del corpo. Ero letteralmente paralizzato. Provai a gridare ma la bocca non emise alcun suono. Prima di perdere conoscenza sentii la voce del mio amico distante, che si allontanava fino a sparire. Quando mi risvegliai mi ritrovai disteso su una lettiga all’interno di un tendone. Il mio amico mi aveva soccorso e si era rivolto a un presidio medico che i militari, per fortuna, avevano approntato nelle vicinanze. Ero caduto in coma, come il dottore mi spiegò in seguito. Il medico compresa la gravità della situazione, aveva dovuto praticarmi un’iniezione di adrenalina nel cuore per darmi una scossa. Riteneva che l’alcool sommato alla mancanza di sonno e allo stress emotivo mi avessero procurato il collasso. Nonostante l’accaduto l’indomani ripartii per tornare a Ischia. Non i morti ma i sopravvissuti avevano lacerato i miei sentimenti, con i loro sguardi disperati che avevo incrociato una sera, mentre distribuivo da mangiare ai superstiti ricoverati in un container. Qualche giorno dopo incontrai per strada un amico che mi chiese di questa esperienza, di come l’avessi vissuta. Non riuscii a rispondere. Immobile, con la gola irrigidita, sbottai in un pianto dimesso versando tutte le lacrime che avevo accumulato.

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