Artigianato

L’Uomo, la mente, le mani:il fascino del creare

Sin da bambino sono rimasto sempre affascinato nel vedere le mani dell’uomo che creano da una cosa rozza e
inanimata, qualche cosa di bello, di definitivo, di utile.
Andavo a vedere il bottaio che, con una pialla rumorosa quanto attraente, smussava quella tavola di legno che
poi sarebbe divenuta una doga.
Lo aiutavo a far andare il mantice rosso di brace ardente e lui ci infilava dentro i suoi ferri che si
arroventavano, poi picchiava forte con il martello fino a che il cerchio avrebbe preso la forma voluta, quel ferro
avrebbe tenuto insieme le doghe.
Legno e ferro avrebbero contenuto il lavoro vendemmiato, risorsa economica di tutta la famiglia per il prossimo
anno, frutto di legatura, scacchiatura, raccolta e pigiatura( unico lavoro che non prevedeva l’uso delle mani ma
dei piedi).
Rimanevo ancora più stupefatto nel vedere il piede del vasaio che imprimeva la forza continua alla ruota che
prendeva a girare in modo ipnotico mentre lui metteva le mani attorno e dentro la creta fino a modellare la
brocca per il vino, quelle per l’acqua erano rare (ma che stai male che bevi l’acqua? Si diceva al mio paese).
Poi, sotto Natale, vedevo le piccole mani di mia madre modellare con fatica il dolce della maggiore festività,
l’unico che ci potevamo permettere di mangiare nel corso dell’anno, e forse per questo più buono: il pan pepato.
Appena impastato andavamo in una sorta di mini processione al forno del paese che cuoceva gratis quello
scuro, speziato, duro, anelato dolce che finivo di mangiare di nascosto verso Pasqua. Ammiravo muto e
timoroso la bocca dell’inferno pieno di fascine che ingoiava avidamente le teglie di metallo e temevo per il
fornaio che con una piccola pala combatteva contro il mostro assetato, fino a che il guerriero non tirava fuori da
quelle fauci i nostri dolci. Poi lui mi faceva un segreto cenno, gli andavo vicino e sentivo l’odore della farina
che impregnava la sua canottiera. Prendeva la mia incerta mano, mi alzava delicatamente l’indice e lo infilava
sui pani a creare un solco orizzontale, da lì, il giorno dopo si sarebbe aperta quella specie di ferita che apriva la
crosta croccante. Nel guardare dalla vetrina i pani esposti, riconoscevo quelli “fatti” con la mia mano e ne ero
orgoglioso.
Crescendo ho provato a fare l’orologiaio, a tentare di far marciare il tempo con i giusti ritmi dell’eternità, ma
una tara di famiglia mi ha impedito di continuare: il leggero tremolio delle mie mani mi impediva di centrare e
avvitare con calma le minuscole viti che tengono prigioniero il tempo.
Ancora oggi ringrazio qualsiasi artigiano che mi permette di osservare come, in assoluto e riverito silenzio, le
sue mani, la sua mente, la sua esperienza, la sua creatività riescono a dare forma all’arte.
Forse questo mio fascinoso e immaginifico passato ha richiamato attorno all’associazione alcuni artigiani che si
offrono di contribuire alla riuscita degli obiettivi.
Giocattoli di legno che ci riportano ad una infanzia povera ma felice, bamboline dispettose e irriverenti fatte
con la pasta di mais, quadri timidamente esposti da chi non è convinto fino in fondo di essere un artista
andranno a formare, magari insieme ad altri artigiani che oseranno mettersi in gioco in un prossimo futuro, un
angolo speciale della nostra associazione.
Claudio aveva una forte e fertile fantasia e sicuramente starà sorridendo nel vedere questi artistici lavori
manuali che verranno venduti (si spera) per solidarietà.
Eccoli a voi, fateci sapere cosa ne pensate.

(226)

Loading