Spigolature sull’ Occidente (capitolo finale)
Arginare il mondo.
Dopo la Seconda guerra mondiale, quali aspetti ha
assunto il contrasto Oriente-Occidente, o meglio dire
dell’idea dell’Occidente in lotta con l’Oriente?
Un tentativo, altamente drammatico, di risposta venne
da un intervento: il discorso, celebre, pronunciato da
Winston Churchill all’Università di Fulton, il 5 marzo
del 1946, appena dieci mesi dopo la fine della guerra. È
un discorso celebre soprattutto per la formula “è calata
una cortina di ferro da Stettino a Trieste, tra le più
grandi capitali della storia d’Europa Varsavia, Vienna,
Praga, Bucarest si trovano al di là della cortina, la
civiltà cristiana è in pericolo, gli agenti del bolscevismo
mondiale sono tra noi, la civiltà occidentale può essere
salvata dai popoli che parlano inglese”. English
speaking World: è questo il mondo che deve salvare
l’Occidente. Precorre di ben tre anni la nascita del
Patto Atlantico.
Il tono è allarmato, da “Hannibal ad portas”. Non è
una novità, nella mentalità occidentale: l’allarme,
“l’Europa è daccapo minacciata dai selvaggi”, per dirla
con Edward Gibbon. Allarme ricorrente, da parte di
chi considera legittima normalità erga omnes la
propria dominanza. Vocazione imperialistica e
Kulturpessimismus si intrecciano mentre aleggia il
comodo concetto di “decadenza”. O addirittura
Untergang (“naufragio, rovina”, ben più che
“tramonto”) “dell’Occidente”, diagnosticato da Oswald
Spengler come effetto della sconfitta tedesca nel 1918.
Diagnosi che. in tanti che la pensavano come Spengler,
si completava con la “leggenda del colpo di pugnale”,
della “pugnalata alla schiena”, come metafora volta a
denunciare la presenza disgregatrice, all’interno
dell’Occidente, da idee generate e diffuse
dall’Occidente medesimo, e ritortesi contro di esso.
L’allarme ricorrente genera un riflesso condizionato.
Come ogni dominatore, l’Occidente si sente
costantemente assediato e minacciato. Perciò ha
bisogno di additare un ‘nemico’: perché questo è un
ritrovato che mobilità. Perciò ha bisogno ciclicamente
di ‘serrare le file’: è questo il senso del discorso di
Fulton. Perciò si affida, quando teme di non farcela più,
ad un “potente alleato” ( come il Duce chiamava il
Fuhrer), che per tanta parte del secondo dopo guerra
furono, a costo di deglutirne i lati peggiori, gli Stati
Uniti d’America, considerati prima, per molto tempo,
un Occidente spurio, primitivo, ‘estremo’.
Così, “l’assalto al mondo” descritto nel libro di Arnold
Toynbee, si è tramutato, per l’Occidente, nello scenario
opposto: “arginare il mondo”.
L’Occidente armato e post-democratico, al di là dei
tanti conflitti locali, ha uno stabile punto di attrito
diretto e violento contro “il resto del mondo”. Su questo
terreno fanno la stessa politica il socialista Sanchez, il
laburista Starmer, il fringuello liberale Macron, il ‘duro’
Trump, la nazionalista Le Pen, la AfD tedesca, Minniti
(PD) al tempo suo, e il governo Salvini-Meloni. La
Turchia ci fa i soldi, la Grecia crea campi di
concentramento nelle isole (Lesbo). È una lotta feroce, e
perdente, che coalizza l’Occidente armato contro i tre
quarti dell’umanità.
È una nuova fase, quella attuale, della partita della
decolonizazione. È, quell’ondata, la risposta
–imprevista- del mondo più esposto agli effetti
devastanti della ricolonizzazione.
(333)
![]()




