Spigolature sull’ Occidente (parte quinta)
La dominanza del mondo occidentale sul resto del mondo è un fenomeno che ha radici remotissime, e che alcuni pensano, a torto, che sia finito grosso modo con la fine dell’impero romano, e collocano qui la fine della schiavitù, la dipendenza personale.
Vediamo: nel 19 febbraio 1995, lo Stato americano del Mississippi, che era stato sempre un baluardo del razzismo, ha finalmente approvato il 13° emendamento della Costituzione americana, siglato nel 1865 dopo la Guerra di Secessione (!), secondo cui la schiavitù volontaria o involontaria non può esistere entro i confini degli Stati Uniti. 1995. Cioè, data la struttura abbastanza singolare degli Stati Uniti d’America, dove l’autonomia diciamo operativa su certi terreni è molto larga per i singoli Stati, fino al 1995 la schiavitù era legittima, non necessariamente praticata, ma legittima in uno Stato così importante.
Il rapporto del mondo, chiamiamolo ancora una volta occidentale, con il fenomeno della schiavitù è un rapporto quasi ininterrotto. Potremmo dire che quando finalmente la Convenzione nazionale, il Parlamento della prima Repubblica francese, su iniziativa di Danton e dei suoi seguaci, nel febbraio del 1794 approva l’abrogazione della schiavitù nelle colonie francesi delle Antille, dove era praticata in maniera pervasiva (anche il colore della pelle costituisce un ulteriore fattore di subalternità), la delibera rimane lettera morta perché nel frattempo le colonie francesi, dato il caos determinato dalla guerra della Francia contro le coalizioni, sono passate sotto controllo inglese; e gli inglesi hanno mantenuto, anzi rinforzato, essendo un grane Stato liberale, questa pratica della schiavitù. Così dopo anni, nel 1848, vigente ormai una seconda Repubblica francese, due personaggi importanti, uno cattolicissimo e l’altro laicissimo, Henri Wallon e Victor Schoelcher, ripropongono e ottengono dalla Assemblea Nazionale l’abrogazione della schiavitù coloniale. Ma negli Stati Uniti, nel 1861, incomincia una guerra ferocissima in cui la posta in gioco è appunto la schiavitù, soprattutto nelle piantagioni degli Stati del Sud, è capeggiata dall’allora già così denominato Partito Democratico, mentre la parte nordista, che dopo dopo una guerra tremenda riuscì a prevalere, sia pure sul piano puramente giuridico, il famoso 13° emendamento, faceva capo al partito che già allora si chiamava repubblicano. Ma ai neri, non più (formalmente) schiavi ma discriminati, il diritto di voto fu concesso negli USA soltanto un secolo più tardi, il 6 agosto 1965, con il voting act. Era infatti “la più grande democrazia del mondo”, come allora cantavano i menestrelli (da ultimo ammutoliti).
La vicenda della durata nel tempo della schiavitù è rimasta sempre un po’ ai margini, anche della ricostruzione storica e della politologia. Un testo celeberrimo e giustamente famoso e di grande efficacia nel corso del tempo quale Il manifesto di Marx, febbraio-marzo del 1848, si apre con un rapido profilo della storia universale dal punto di vista dei rapporti di dipendenza e la schiavitù viene relegata nel mondo greco-romano. È una visione schematica e completamente svincolata dalla realtà, quale quella appunto documentata dagli episodi e dalle vicende ora evocate.
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