ArticoliMarta Quilici

Don Nandino, il prete espulso da Israeleperché “pericoloso per la sicurezza”


Don Nandino Capovilla è un uomo pieno di un’energia potente, positiva. Il suo volto è spesso segnato da un sorriso contagioso e i suoi modi da un’estrema gentilezza e vivacità. Non di rado porta una kefiah sulle spalle e addosso una maglietta con qualche scritta sulla pace e sulla non violenza.


È parroco di Marghera, dove ha fondato progetti per migranti e persone senza fissa dimora. Dal 2009 al 2013 è stato coordinatore nazionale di Pax Christi e da tempo segue le vicende della Palestina. Lo scorso agosto è atterrato a Tel Aviv insieme ad altre 15 persone guidate dall’arcivescovo Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, per un pellegrinaggio in Terra Santa.

Arrivato all’aeroporto, è stato trattenuto per sette ore e poi espulso perché – così è stato definito – “persona che mette a rischio la sicurezza dello stato di Israele”.
Quando gli si chiede di raccontare quanto è accaduto, la sua risposta non ha mai come protagonista se stesso: “ Il punto in realtà non è quanto successo a me, ma quanto sta accadendo, non da ora, al popolo palestinese. Ad avermi colpito più di ogni altra cosa in quella vicenda, non è stato tanto il fatto che mi abbiano preso, isolato dal gruppo, che mi abbiano sequestrato il telefono e che sia stato considerato per Israele un “public security risk, ma quanto è accaduto con una agente: mi ha consegnato il decreto di espulsione dicendomi :”Firma!”. Non mi offre nessuna spiegazione, mi da solo quel comando secco: “Firma!”.

Quando dico di no, chiedendo informazioni e di parlare con un avvocato, la reazione dell’agente è di estrema incredulità: è sbigottita ed irritata. A quel punto mi
ripete “Firma!” e alla mia nuova richiesta di spiegazioni, lei si alza, mi guarda attonita, picchia un pugno sul tavolo e se ne va. Perché? Perché Israele è sempre stato abituato a non vere nessuno che contrasta le sue decisioni e le sue richieste.

L’impunità di Israele è largamente indiscutibile e lo è non da ora, ma da tanti anni. Fino al genocidio…”.

Impunità, appunto. Di fronte a un genocidio, nessuna sanzione efficace, nessuna interruzione del commercio di armi. Niente. Neanche la sospensione di Israele dalle manifestazioni sportive internazionali. “Sono vent’anni, continua dona Nandino, che andiamo in quella terra e posso dire che questa impunità ha però di fronte a sé un sumud , ovvero una perseveranza, una fierezza incredibili da parte del popolo palestinese”.

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