Non abbiamo un tecnico!
Il capitano Clay scrutava la distesa blu e ondeggiante del mare con il cannocchiale. Tim, la vedetta, stava facendo la stessa cosa in cima alla coffa. Ma Tim era strabico, e il suo amore per il rum non era un mistero, quindi Clay preferiva controllare da se.
Non appena avvitò una massa grigia all’orizzonte, aprì la bocca eccitato, ma Tim lo precedette, gridando: “Terra!”.
Clay chiuse la bocca, stringendola in una linea compatta di disappunto, abbassò il cannocchiale e si grattò a lungo la barba.
Pochi minuti dopo ebbe la soddisfazione di redarguire la vedetta. La terra che cercavano era grande, verdeggiante e immobile. Quella annunciata da Tim non misurava più di dieci iarde, era un grigio smorto e, soprattutto, si muoveva.
La nave la seguì per un po’, finché dalle onde spuntò una testa, che lanciò a tutti loro un’occhiataccia.
“Non è un’isola, è una tartaruga gigante” sbottò il capitano. Tim fece una smorfia. “Da lassù sembrava…”.
“Non sei qui per le sembianze, ma per lavorare, imbecille!”.
Tim tornò ad arrampicarsi mogio mogio sul suo trespolo, mentre Clay sorrideva compiaciuto per essersi risparmiato una figuraccia.
Tornò ben presto serio, ricordando che trovare l’isola era questione di vita o di morte. Le scorte di cibo e acqua – nonché quelle di rum – si stavano esaurendo. Se non avesse trovato ciò che cercava, avrebbe dovuto tornare indietro e sorbirsi le lamentele dei finanziatori e – peggio ancora – le prese in giro di sua moglie. Già gli pareva di sentirla: “Non sai trovare due calzini uguali sotto il tuo naso e speravi di trovare una terra ancora sconosciuta? Ah!”.
Clay strinse più forte il cannocchiale e si rimise a scrutare. Quando ormai gli occhi gli bruciavano, avvistò qualcosa. Sembrava proprio un’isola. Non era verdeggiante, era almeno di venti colori diversi, ma era troppo stanco per le sottigliezze. “Terra!” gridò. Poi alzò lo sguardo verso la coffa, ma Tim non si vedeva, si udivano solo dei singhiozzi soffocati. “Domani a quello li niente rum”. Il nuovo avvistamento provocò una certa eccitazione nel resto dell’equipaggio. I marinai si affacciarono al parapetto, indicando vari punti della strana isola. Troppo strana a dire la verità. Quando le furono accanto, Clay si accorse che sì, aveva le dimensioni giuste e stava abbastanza ferma o, piuttosto, non si muoveva volontariamente: galleggiava. Ma quelli che da lontano aveva scambiato per fiori erano in realtà frammenti di una sostanza sconosciuta: dura, lucida e variopinta. “Che strani sassi” sussurrò un marinaio. “Non sono sassi” sbottò Clay. “Ne ho visti di sassi nella mia vita, ma mai a forma di bottiglia né di bambolotto, tantomeno di borsa”. Confusi e abbattuti, osservarono la strana isola scivolare via dalla loro rotta. Fu solo verso il tramonto, quando ormai anche Clay era sul punto di piangere, che si udì ancora il fatidico grido: “Terra!”.
Tim si era ripreso, o forse qualcuno gli aveva passato altro liquore, perché i suoi occhi brillavano – uno verso est e uno verso ovest. Seguendo una linea più o meno nel centro di quell’entusiasta incrocio di pupille, Clay la vide: grande, verde e immobile. “Stavolta ci siamo” esclamò. Attraccarono sull’isola con una scialuppa a tarda sera. Il silenzio era interrotto solo dalle onde che frusciavano sulla spiaggia e dal vento che stormiva tra le palme. Erano appena scesi, quando un drappello di persone uscì dagli alberi e venne loro incontro. “Lasciate parlare me” ordinò Clay, raddrizzando le spalle e puntando il mento barbuto in avanti. Quando i selvaggi furono più vicini, il capitano notò qualcosa di strano. Si aspettava uomini e donne mezzi nudi, ricoperti da gonnellini di paglia – questo dicevano i manuali del buon esploratore – ma quei tizi erano diversi. Erano vestiti con ture colorate di un materiale molto simile all’isola farlocca avvistata nel pomeriggio. Uomini e donne erano difficili da distinguere, specie nella luce scarsa. Fu per questo che, cercando di individuare il capo, si rivolse per sbaglio a una femmina. “Siamo amici non temete”. Sollevò le mani con le palme in fuori, in segno di pace. “Amici di chi?” rispose la donna., il cui sesso gli divenne palese non tanto per la voce, ma per il modo ironico di alzare un sopracciglio, identico a quello di sua moglie. “Ah, mi scusi, signora. Posso parlare con il capo?”
“Ci stai già parlando, amico – di – non – si – sa – chi”.
Clay era tanto confuso che non provò nemmeno a contestare la credibilità di una femmina a capo di una tribù di selvaggi. “Questa non è l’isola al centro del triangolo delle Bermuda?”. La donna inarcò l’altro sopracciglio, in modo più perplesso che ironico, stavolta. “Non usiamo più quel nome da tempo, ma ricordo di averlo visto su dei vecchi file”. “Dei vecchi che?”. Sarà una parola straniera pensò Clay, che non era l’uomo più sveglio del mondo e non si chiese come mai riuscisse a capire tutto il resto. La donna sospirò e guardò i compagni, che scossero la testa per solidarietà. “Da dove venite?” “Dal Massachusetts”. Lei lo fissò per qualche istante, poi scoppiò a ridere, seguita subito dagli altri. “Che c’è?” chiese Clay offeso. “I vecchi stati americani? Non esistono più da un secolo”. Riuscì in qualche modo a tornare seria per aggiungere: “Quando sareste partiti?”. “All’inizio di aprile, anno domini 1805”. Questo provocò un altro scoppio di ilarità generale. Di certo quei selvaggi misuravano il tempo in altri modi, ma Clay trovava molto maleducato deridere i calendari altrui. “Siete divertenti” commentò la donna. “Da quando ci siamo rifugiati qui non è arrivato nessuno. A volte ci chiediamo se nel resto del mondo qualcuno sia ancora vivo, specie da quando si è guastato il wi-fi”. Altra parola straniera incomprensibile. Ma ciò che la donna disse dopo lo lasciò ancora più sconcertato. “Cosa siete, un gruppo di rievocazione storica? Dovete avere una grande passione, per continuare nonostante la situazione. Bravi”. E sembrava davvero ammirata, tanto che Clay sorrise compiaciuto, anche se non aveva capito un accidente. Si schiarì la voce e tentò di riprendere il controllo. “Possiamo rimanere per qualche giorno? Siamo in viaggio di ricerca, e ci piacerebbe studiare le vostre usanze”. “Usanze?” ripeté lei. Poi scrollò le spalle. “L’isola non è di nostra proprietà”. A quel punto Clay ricordò le istruzioni del buon esploratore e fece cenno a uno dei marinai di portare la cassa con i regali. La donna e gli altri osservarono incuriositi mentre veniva aperta a mostrare una montagna di perline colorate. Ci furono esclamazioni di stupore, ma subito i selvaggi scoppiarono a ridere di nuovo. “Oddio, perline! Hanno portato le perline” esclamò un uomo. La donna lo redarguì, cercando di riportare un po’ d’ordine, ma anche lei faticava a restare impassibile. “No, seriamente, ragazzi. Apprezziamo che siate così fedeli ai dettagli storici, ma ci farebbe più comodo un tecnico informatico. Quello che avevamo è diventato strano”. Fraintese lo sguardo vacuo di Clay, attribuendolo all’ultima parte del discorso. “Sì, sapete… le radiazioni”. Lo disse sottovoce, come fosse qualcosa di imbarazzante. Lo sguardo del capitano rimase identico, ma con la bocca un po’ più aperta. Riuscì solo a scuotere la testa, tanto per fare qualcosa. La donna lo prese come un “no, non abbiamo un tecnico” o come un segno di solidarietà per la questione delle mutazioni. Sospirò e lo invitò al villaggio. Anche il villaggio si dimostrò insolito, ma ormai Clay non ci faceva più caso. Trovarono acqua e cibo. Niente liquori, però: alla notizia Tim si rimise a singhiozzare. Col procedere delle ore le braci del fuoco iniziarono a spegnersi e le stelle ad ammiccare dietro un velo di nebbia rossastra. Durante la cena i discorsi divennero sempre più strani, e a un certo punto la capotribù gli mostrò un aggeggio luminoso pieno delle cose che lei chiamava “file”, in cui erano registrati gli eventi storici fino a qualche anno prima. Solo allora Clay realizzò che aveva trovato sì l’isola giusta, ma nell’anno sbagliato. “Com’è possibile?” si chiese ad alta voce. “Il triangolo delle Bermuda era famoso per i fatti insoliti…” disse la donna, pensierosa. “Ma è più probabile che qualche scienziato stia facendo esperimenti. Non sanno risolvere il casino in cui ci troviamo, quindi magari stanno provando a riportare indietro il tempo, a prima della catastrofe”. “Allora io e il mio equipaggio siamo bloccati qui?”. Clay, costernato, pensò alle implicazioni. Niente ritorno glorioso in patria con la scoperte di nuove terre. Non avrebbe più rivisto la moglie… Pensandoci bene, forse non era così tragico. Si informò con curiosità su quel nuovo mondo in cui già iniziava a sentirsi a suo agio. Quel loro dio Wi-fi, che a sentire la donna era in gradi di compiere dei veri miracoli. Il fuoco che si accendeva da solo. E molte altre meraviglie, come la sostanza che la donna chiamava “plastica”. Poi però i discorsi virarono su altri termini che, sebbene in una lingua familiare, non riuscì a capire. Suonavano sinistri e inquietanti: “parità dei sessi”, “diritti civili”, “i sindacati”…
All’alba radunò i suoi uomini. “Partiamo immediatamente” sussurrò. Nessuno obiettò. Si allontanarono in punta di piedi per non svegliare gli ospiti. Tornati sulla nave, ripassarono accanto all’isola di plastica e avvistarono un altro paio di tartarughe giganti. Più oltre, il mare era una distesa misteriosa, priva di punti di riferimento.
Forse facendo il percorso inverso sarebbero riusciti a tornare nel loro tempo, pensava Clay. In ogni caso l’ignoto era preferibile al mondo assurdo in cui erano finiti.
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