SOLO PAROLE CHE VOLANO VIA?!
Commenti in campo emigratorio.
Forse potrei esagerare o sbagliare affermando che
l’emigrazione di ieri e di oggi è uno dei fenomeni sociali che
producono maggior “rumore”, prestando il proprio fianco a
modulare le idee e i sentimenti in maniera del tutto personale,
a incorniciarli in linguaggi o sentenze a volte ripetute fino a
stancare. Se non esternate, comunque, corrono il rischio di
rimanere sepolte nell’ animo umano, invisibili come tante
radici nascoste. Antonio Stella, editorialista de “il Corriere
della Sera”, ha scritto un saggio dal titolo evocativo: “Quando
gli Albanesi eravamo noi…”.
Ogni conversazione e narrazione diventa una pratica sociale
educativa. Non meraviglia il fatto che, in relazione al tema
migratorio, siano dilagate le retoriche divisive, piuttosto che i
valori, non certo ignoti, della diversità e della inclusione. Più si
parla, si scrive e si pubblica di migrazioni internazionali come
pericolo pubblico e più si correrà il rischio di chiusure, di
innalzamento di muri, di prevenzioni di tipo militare come
toccasana per la nostra società.
Durante gli ultimi due decenni, ci siamo impegnati a sfatare
miti, pur rimanendo con i piedi per terra, citando numeri e
statistiche a non finire per non lasciare il minimo dubbio nei
nostri ascoltatori: il nostro punto di vista era da considerarsi il
più equilibrato e, quindi, il più meritevole di considerazione:
“ti spiego io come funzionano le cose…” .
L’esperienza maturata con vari decenni di permanenza
all’estero, mi suggerisce che tale metodologia non funzioni, a
meno che…non si segua un percorso diverso, e cioè
nell’impegno di assorbire la lezione che deriva da un ascolto
empatico, mettendo in discussione le proprie convinzioni, pur
di entrare nel cuore dell’altro. E piano piano, di questo passo,
intercettare le preoccupazioni di tanti emigranti che sognano
un futuro migliore e maggior sicurezza economica per loro e
soprattutto per i loro figli.
E’ appunto entrando, o almeno tentando di entrare, nel mondo
dell’altro, che si fa strada una convivenza degna di questo
nome. Passa in secondo piano e non importa quel gran che il colore della
pelle, l’uso di una lingua diversa, la conoscenza di bevande o
cibi sconosciuti e, non ultimo, un modo di pensare diverso.
Atteggiamenti utili, ma non sarebbero poi così importanti se l’
attenzione reciproca non si concentrasse sulla persona in
modo da rendere la convivenza non solo possibile, ma l’inizio e
la costruzione di una nuova forma di convivenza civile.
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