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Razzismo in Italia

Molteplici interpretazioni, previsioni e rimedi per il futuro.

In Italia, ma anche altrove, la parola razzismo suscita molteplici reazioni, che vanno dallo sconforto, dubbio o anche assenza di una opinione alla semplice affermazione, quasi una velata ammissione: “Non sono razzista, ma..!”
Non sono razzista, perché a scuola hanno evocato gli orrori dell’Olocausto; non sono razzista perché ho appreso che il razzismo è un sentimento odioso; non sono razzista perché il mio vicino di casa è marocchino e se ci incrociamo per le scale ci salutiamo brevemente; non sono razzista perché la badante di mia nonna è ucraina. Non sono razzista, ma… non voglio che nel mio comune venga costruito un centro di accoglienza; non sono razzista, ma non voglio che mio figlio vada all’ asilo insieme al figlio di un nigeriano che vive appunto in una di quelle strutture; non sono razzista, ma se sull’autobus ci sono alcuni africani mi tengo stretta la borsetta con i soldi. Cosa si nasconde dietro quel “ma…”? E’ anche il titolo di un libro sull’argomento: “Non sono razzista, ma… di L. Manconi e F. Resta, Feltrinelli, 2017).

In passato, l’importanza che hanno avuto sentimenti popolari, le teorie e le leggi
sulla razza (Regio Decreto Legge 1938 – 5 settembre 1938) dimostra che esse non
fanno presa per la loro fondatezza teorica, ma per la loro immediata capacità di
rispondere al bisogno di cercare il capro espiatorio del momento per far fronte a
reali o presunti disagi sociali. E’ importante sottolineare che i nomi dei firmatari
del Manifesto sulla Razza del 1938 era un gruppo di intellettuali che, dopo la
Seconda Guerra Mondiale, hanno occupato cattedre di rilievo nelle università
italiane, ricoprendo ruoli dirigenziali durante il ventennio fascista.
Allora, come oggi, ci si nasconde sotto il velo sacrosanto dell’autoassoluzione: “Abbiamo la coscienza pulita”…Noi siamo “un popolo e un paese per bene”: antifone che, anche se stantie, venivano e vengono ripetute continuamente. Anche oggi.

Finche’ penseremo che il razzismo nella storia del nostro paese sia stato
puramente un incidente di percorso isolato, ci sarà qualcuno che raccoglierà
consensi suggerendo di spalare con le ruspe i campi rom e ributtare in mare gli
immigrati.
L’ assoluzione dei crimini del fascismo e la minimizzazione delle imprese coloniali italiane “impeccabili” costituiscono un ostacolo alla comprensione critica di quanto ora avviene sotto i nostri occhi. Fondamentalmente si fomenta una distorta percezione dell’umanità dell’altro. Ecco che l’opinione pubblica si
commuove maggiormente di fronte ad un cagnolino abbandonato ai cigli della
strada che di fronte agli assalti fisici avvenuti a danno dei richiedenti asilo, senza
parlare dei saccheggi o delle distruzioni degli alloggi a loro assegnati. E’ come se
la nostra identità nazionale, a volte, venisse erroneamente alimentata da un sentimento di negazione e di rifiuto: io faccio parte di un gruppo
sociale e di conseguenza ho dei diritti che un estraneo non ha e non può avere.
E non si fanno sconti nemmeno a coloro che sono nati e cresciuti sul suolo
italiano, se visti in compagnia di stranieri.
Mi ha colpito il rifiuto di offrire un lavoro a una ragazza italiana di 18 anni solo perché fidanzata con un ragazzo africano. E’ successo a Torino. Il titolare del negozio ha visto delle foto su Facebook della ragazza in compagnia dell’ amico africano. La giustificazione non è tardata ad arrivare: Per me puoi anche uscire con il mostro di Firenze, ma permettimi di non affidare la cassa di un negozio a chi divide la sua vita con un africano.
E non va meglio nelle pubbliche istituzioni. Il giornalista Luigi Mastrodonato (https://twitter.com/luigimastro) ha raccolto 33 aggressioni di sospetta matrice razziale o xenofoba avvenuti nell’arco di due mesi e li ha inseriti
in una mappa virtuale, dove sono elencati i dettagli di ciascuna aggressione. Di
fronte al continuo ripetersi di queste situazioni, le interpretazioni e conclusioni istituzionali rimangono perlopiù inconcludenti.

Reazioni istituzionali.

Sul tema delle aggressioni è intervenuto diverse volte il Presidente della
Repubblica Italiana, Sergio Mattarella: “Il veleno del razzismo continua a creare
barriere nella società”. La sinistra italiana promette battaglie mediatiche e
popolari, mentre i due partiti politici quando erano al potere insieme (Cinque Stelle e Lega) affermavano
con insistenza che “non esiste alcuna emergenza”, e che, comunque, il “trend di
aggressioni e di atti discriminatori nei confronti di extracomunitari si mantiene
costante di anno in anno”. Di ben altro tono e meno conciliante è Papa Francesco. Rivolgendosi ai partecipanti alla Conferenza Mondiale sul tema Xenofobia, razzismo e nazionalismo populista nel contesto delle migrazioni mondiali”, parlando a braccio libero, ribadisce:
“viviamo in tempi in cui sembrano riprendere vita e diffondersi sentimenti che a
molti parevano superati. Sentimenti di sospetto, timore, disprezzo e perfino odio nei
confronti di individui o gruppi giudicati diversi in ragione della loro appartenenza
etnica, nazionale o religiosa…La gravità di questi fenomeni non può lasciarci
indifferenti”.
Allarmi anche sottolineati dalle istituzioni mondiali quali l’ ONU (UNHCR) e la
Comunità Europea (vedi, per es., OSCAD = Osservatorio per la sicurezza contro
gli atti discriminatori). L’allarme sollevato in seguito ai recenti sviluppi di
rigurgiti a sfondo razziale in molte nazioni del mondo, cosiddetto sviluppato, ha
trovato terreno favorevole nell’italica penisola. L’ invio di ispettori è l’ultima mossa dell’ufficio di rappresentanza dell’ ONU a Ginevra.
Purtroppo sono molto frequenti ed evidenti i segnali di una inversione di rotta
nella mentalità e nei comportamenti degli Italiani di oggi. Milena Santarini,
Presidente dell’Alleanza contro l’intolleranza e il razzismo del Consiglio
d’Europa, è preoccupata per la “dimensione popolare e banale dell’ intolleranza
contemporanea, che si traduce nell’ affermare che le differenze siano inconciliabili
così da essere destinati a vivere separati”. Non mancano gli esempi: “Gas per i
negri” è la scritta apparsa a Isola del Gran Sasso a Teramo vicino a un centro di
accoglienza. Su un autobus a Trieste un uomo impone a una ragazza nera con un
bambino in braccio di cedergli il posto con la seguente scusa: “Questo non è un
autobus per loro!” Fortunatamente un’ altra donna offre silenziosamente il suo
posto alla donna di colore. “Non mi faccio visitare da un negro”, ha gridato una
donna in un ambulatorio di Cantù (Como). Alla donna allarmata il medico ha
risposto con spirito: “così ho un quarto d’ora per godermi un caffe!’”
Tre fra i tanti episodi, maldestri ma rivelatori, che si ripetono con una frequenza
allarmante, in un crescendo di attacchi verbali, minacce e aggressioni fisiche. Un
ventenne italiano, intervistato a Roma, ha dichiarato: “Oggi il razzismo tra i
giovani è una moda: non sanno neanche loro perché lo sono. Copiano
semplicemente gli altri”.

Rimedi.

C’è chi minimizza e chi esagera nell’interpretare non solo gli episodi sopra
descritti ma tanti altri ancora, ed è interessante quanto ha detto in un’intervista
(3.7.2018) Maurizio Alfano “Il razzismo in Italia: una liturgia politica basata sul
pregiudizio”. Da parte mia desidero presentare e discutere alcuni fatti incontrovertibili sull’ immigrazione in Italia, ben cosciente che tali fatti, benché ignorati quasi del tutto, rimangono pur sempre fatti incontestabili.

Il primo di questi fatti riguarda il contributo economico delle migrazioni a livello
mondiale e nazionale (Fondazione Leone Moressa, Rapporto annuale sull’
economia dell’ immigrazione. Edizione 2017. Mulino, 2017). Domanda: qual è la
spesa sostenuta per emigranti e stranieri? Quanto fanno spendere (l’aspetto più
sottolineato) e quanto producono (l’aspetto più ignorato). La spesa istituzionale
per l’accoglienza supera i 16 miliardi, mentre se ne incassano quasi venti (inclusi
i contributi della comunità europea). Con un evidente attivo di quasi 4 miliardi.
Non bisogna dimenticare coloro che, pur stranieri e integrati, vivono e lavorano
(2,4 milioni) soprattutto nell’edilizia e nei servizi (“Avvenire” -19 Ottobre 2017/7-
titola “Stranieri in Italia, un PIL come la Croazia”. Producono 130 miliardi,
gestiscono 570.000 imprese, versano 11,5 miliardi di contributi previdenziali e
non rubano lavoro a nessuno. In un paese dove l’evasione fiscale su base annua si
aggira intorno ai 150 miliardi). Da non dimenticare, inoltre, che con le loro
rimesse inviate alle loro famiglie nei paesi di origine, gli immigrati hanno un
ruolo sempre più rilevante. Significativo il fatto che il flusso di denaro inviato in
patria dagli immigrati supera abbondantemente gli aiuti concordati e forniti dai
governi dei paesi industrializzati. Incluso il governo italiano.

Il secondo di questi fatti è l’incremento demografico che supplisce alla
contrazione continua delle nascite (culle sempre più vuote!) di tante comunità nazionali in Europa. Nel caso dell’ Italia, secondo Maurizio Alfano (“autore di “Italiani razzisti perbene”) le stime demografiche al 2050 prevedono, in assenza di migrazioni, una perdita del 32% di popolazione attiva e un aumento del 67% di popolazione anziana.
In un occasional paper della Banca d’Italia, la tesi di fondo è che l’ immigrazione
ha avuto un effetto tampone negli ultimi due decenni. Questa situazione, con ogni
probabilità, diventerà sempre più evidente nei prossimi decenni. In Italia,
nell’ultimo quinquennio (2011-2016), gli anni della crisi, la flessione del PIL pro
capite (-4,8%) sarebbe stata più marcata in uno scenario di assenza della
popolazione straniera (-7,4%). La stessa Banca Centrale Europea (vedi L’
Osservatore Romano 10.2.2018), nel suo bollettino mensile, oltre alla consueta
analisi macroeconomica, mette in risalto come “gli immigrati hanno un età media
inferiore e un livello di istruzione medio lievemente inferiore rispetto ai cittadini dei
paesi ospiti, con la quota in età lavorativa (16-64 anni) più ampia di quella dei
cittadini dei paesi stessi. Per questo – insiste il bollettino – sono una risorsa
importante che va integrata e utilizzata al meglio”.

Il terzo di questi fatti è forse il più importante. Si tratta del fenomeno della
globalizzazione galoppante nel nostro mondo in diversi campi: l’ informatica, attraverso lo scambio rapido ed efficace di informazioni, il commercio e i trasporti per via mare e aerea, il turismo e così via. Ma, oltre ai fitti scambi commerciali, anche le numerose chiusure, rappresentate da muri veri e propri, steccati e barriere di vario genere. Sono dappertutto nel mondo e costruiti con investimenti finanziari notevoli: in Messico, in Sud Africa, in Israele, in Croazia, Slovenia… Viene in mente l’avvertimento di un grande filosofo: Paul Ricoeur (1913-2015) nella sua “Ermeneutica delle Migrazioni” : Il senso di estraneità (tener distanti gli altri…) può produrre delle derive, dalle quali guariamo solo con l’ospitalità. Questa, anche se con enorme fatica, ci traghetta, anche se lentamente, dal dovere di aprire la porta ad una percezione del diritto di ospitalità.

Previsioni per il futuro.

Riguardo ai flussi migratori umani a livello globale, i pronostici son sempre se
non fallimentari, certo non completamente attendibili. Questo perché si tratta di
previsioni che riguardano il comportamento umano di masse in movimento e di coloro che assistono a questo fenomeno i cui rigurgiti continui sono difficilmente prevedibili. Su di noi, spettatori a distanza, esistono degli studi sociologici molto attendibili: il confronto tra il 2001 e il 2018 mostra una crescita della polarizzazione ideologica e una stabilità degli effetti dell’ istruzione (“Fattore Sfiducia. Rapporto sull’ accoglienza degli Italiani” in Il Regno – Attualità 18/2018 pg. 570).
Alcuni paesi (non solo l’ Italia) hanno imboccato un sentiero sdrucciolevole. E’ evidente che chi vive o convive, più o meno simbolicamente, con queste situazioni ha bisogno di un equilibrio fisico ed interiore a tutta prova . Diversamente si arriva o ci si avvicina pericolosamente ad uno scivolone fatale (come la promulgazione di leggi razziali nel 1938).

Per evitare questi scivoloni serve una cultura di apertura ed accettazione,
eliminando facili allarmismi (immigrazione non si traduce in maggiore
insicurezza!) o false dichiarazioni di generosità. Il rischio di scivoloni collettivi
deve essere affrontato con coraggio e lungimiranza, evitando facili illusioni o
fantasticherie faraoniche. Si può cominciare e da dove?

Don Luigi Ciotti suggerisce: C‘ è una violenza verbale che rischia di tradursi in
violenza di fatto. C‘è degrado nelle parole, nei linguaggi e anche nei
comportamenti, c’ è un clima giudicante. Credo che dovremmo fare una dieta delle
parole: dobbiamo trovare l’umiltà di fermarci. E’ risaputo, infatti, che dalle
intolleranze verbali a quelle materiali il passo è breve. Ricorda con tanto senno
una persona di spicco, Martin Luther King, che aveva vissuto sulla sua pelle le
contraddizioni inerenti alla segregazione razziale: Può darsi che non siate
responsabili per la situazione in cui vi trovate, ma lo diventerete se non farete nulla
per cambiarla.

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