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BONFANTE SICOMORO

BONFANTE SICOMORO

(di Filippo Roncaccia)

Avresti potuto sentirci suonare le mille trombe del giudizio. Non era così impossibile ma, alle due e mezza di pomeriggio a novembre, un cielo così chiaro mi sembrava sempre una novità.

Le botte del pallone da un posto all’altro del campo, da un giocatore all’altro, qualche voce: “Lascia!”, macchine nuove per strada lì vicino, qualche debito che avrei pagato domani, eccetera eccetera, passava tutto in testa come striscioni pubblicitari. Comete rapide crossate in prossimità della linea di fondo verso il centro area e perse dall’altro lato della galassia. Non capitava spesso che mi chiamassero a uffa ma quella volta non ce n’era uno che valesse la pena. E per l’appunto la testa, dovunque la portassi, prima o poi mi ritornava là sopra: il cielo di quei posti di provincia, quando l’ha pulito la tramontana, profuma ancora; di freddo, di legnaie, di forni accesi col pane dentro e di camini che ardono.

La squadra con le casacche verdi aveva uno spilungone che dinoccolava la corsa dall’area di rigore degli avversari fin verso il centrocampo e ritorno e ogni tanto dava ordini a questo o a quello, chiamava qualche scambio ma mi pareva che col pallone ci combinasse poco e male. Avevo segnalato il portiere di quelli col fratino rosso pure se si buttava male a sinistra; era l’unico mezzo giocatore che avevo visto finora e quando stai là almeno un paio devi fare finta di segnalarli pure se poi la verità è che non pigli nessuno.

Il marrone del fondo del campo, il cielo blu e ritorno sempre sul campo. Mi scappava di chiedere a mister Martinelli se mandava qualcuno al forno là vicino, perché c’era di sicuro. Un po’ di pizza! Era segno di noia, vabbè, ma con quei poveri figli che mi metteva davanti, pure lui, che voleva!? M’ero girato per chiamarlo e intruppai uno nero con la faccia impiastrata di lacrime: “Oeh, ma che t’ha bastonato Martinelli? Ma dove vai?” Guardava il mister e tirava per scapparsene verso lo spogliatoio ma io l’avevo preso per un braccio e seguitavo a tenerlo: “Come ti chiami?”

“Bonfante Sicomoro”.

“ Ma non te lo potevano mettere un nome da calciatore?” Certe cose non vanno mai dette e, difatti, non glielo dissi: “Levati la tuta e entra”.

Il campo era marrone, il cielo era azzurro, lui era nero, aveva i denti bianchi e dopo averlo visto in mezzo al campo per dieci minutini avrei fatto mandare qualcuno a comprarmi la pizza rossa dal fornaio: “Martinelli, lui dove gioca?”

“Non gioca. Non può giocare, s’è fatto male”.

“Si ma non ti sei fatto male male, no? Corri un momento su e giù qua vicino, fammi vedere bene. Va bene, va bene. Martinelli, caccia fuori quel cacchio di spilungone e metti lui!”

“Ma Bonfante gioca centrale dietro, il centravanti …”

“Mbeh? Sono ragazzi Martine’; e falli almeno divertire, no!? Giochi centrale di dietro?”. Non lo feci neppure rispondere: “Oggi mi fai vedere come giochi centrale d’avanti”.

“Cetravanti?”

“Centravanti, si. Martinelli, e andiamo un po’ che senza tuta questo si piglia un accidente”.

L’allenatore chiamava il centravanti dell’altra squadra: “D’Ascenzi!? D’Ascenzi!?”

“Ma perché togli quello dall’altra parte?

Fammelo vedere al posto del lungone! Chiamalo e fai entrare Bonfante”.

La voce era come se a un tratto gli cigolasse: “Martinelli!? Martinelli!?” Due gesti col braccio anchilosato e spilungone dinoccolava il trotto da fuori l’area avversaria venendo verso la panchina:

“Ma, allora non ti chiamavi per conto tuo mister; si chiama come te!”

“ … E’ mio nipote”.

Il figlio del fratello di Martinelli prese dritto dritto la rotta dello spogliatoio mentre in mezzo al campo si stava scatenando qualcosa che non mi sarei mai creduto nemmeno da quei poveretti: un continuo di calci e pallonate tirate addosso uno coll’altro. Un mucchio da fare schifo. Martinelli stava in piedi: “Aooooh!”

A un tratto, in mezzo a quei cianconi da sfiatati s’era sentita una botta secca e il pallone era sparito da mezzo al mucchio. In dieci o pure più rimasero fermi addirittura per due o tre secondi prima di rendersi conto che il pallone aveva preso un campanile alto verso la porta delle casacche rosse. Alzarono la testa e rimasero fermi perché tanto, oramai, c’era poco da correre. Bonfante con quel tiro s’era aperto il gioco verso la parte libera del campo degli avversari e adesso stavamo guardando tutti, da fuori o dentro il campo, come andava a finire tra lui e il portiere. La palla se ne scendeva verso il vertice sinistro dell’area; Bonfante la doveva raggiungere prima del portiere che era già uscito dalla porta; doveva controllare la palla che veniva giù a campanile, saltare il portiere che gli stava venendo addosso e trovare la maniera di buttargliela dentro.

Martinelli strillava: “Esci esci esci esci  …” Bonfante arrivò un attimo prima che la palla toccasse terra e ci si mise davanti; poi colpì al volo col tacco sinistro; si scansò per evitare il portiere e si mise a guardare la traiettoria che schizzava rasoterra per tutta l’area di rigore, dentro la porta e in fondo al sacco. È sempre stato detto: sono pochi i giocatori che sanno segnare col tiro teso prendendo al volo una palla che viene alta.

Si, ma quei pochi lo fanno di punta; tra i pochissimi che sanno farlo col tacco adesso c’era pure Bonfante.

“E questo di chi è figlio Martine’?”

“E’ figlio tuo!”

Non andò mai in nazionale perché Bonfante Sicomoro non può essere nome da calciatore. Però ha giocato per dieci anni in serie “B” e se la squadra vinceva era perché Bonfante aveva fatto tre gol e quando pareggiavano era segno che ne aveva segnati solo due.

A fine campionato era sempre il capocannoniere e gli ultimi due anni, con la squadra promossa, fu primo pure in serie “A”.

In qualche angolo d’Italia c’è un chiosco di giornali. Sul soffitto c’è un gancio e Bonfante c’ha appeso gli scarpini. Qualche volta si gira, li guarda e si ricorda pure di me.

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