Anni di piombo
di Andrea Cantaluppi
Quaranta anni fa stavo davanti all’ingresso principale dell’Università la Sapienza di Roma. Facevo il servizio d’ordine a Luciano Lama. Da tempo l’Università era stata oggetto di scontri violenti tra fascisti e autonomi, e da qualche settimana era diventato un luogo da incubo. Era stata occupata e nessuno poteva entrare. Stop agli studi e a qualsiasi dialogo per riprendere la normale attività.
Luciano Lama aveva deciso che bisognava fare qualche cosa per riportare al dialogo le parti in conflitto. Qualcuno doveva pur parlare con quei ragazzi.
Tra servizi deviati, tentativi di golpe e “rivoluzionari” gravemente infiltrati, la CGIL era scesa in piazza in molte città italiane a difendere le Istituzioni e i Valori democratici di una Costituzione nata per una Italia democratica da una lotta partigiana. Quindi toccava ancora una volta a noi tentare di fare qualche cosa. Il PCI era il più grande partito comunista in Europa; la CGIL il più grande e unitario sindacato. Insieme erano un baluardo e una difesa di quei valori. Sono sempre stato convinto che fossero questi i due veri obiettivi da sconfiggere da parte delle forze reazionarie. Tolti di mezzo questi, si apriva la strada, come è poi avvenuto, per un capitalismo aggressivo che avrebbe fatto ricadere il mondo del lavoro nel medioevo.
Oggi come quarant’anni fa, sono con la memoria davanti a quella cancellata universitaria chiusa e sbarrata da decine di autoblindo delle forze dell’ordine. Il Rettore aveva chiuso il perimetro per difendere l’autonomia dell’istituto.
Si poteva entrare alla spicciolata e con un forzato passaggio facemmo entrare un camioncino da dove Lama avrebbe parlato. Era un 615 FIAT adattato allo scopo. I poliziotti dell’ Ufficio Politico ci avvertirono che dentro ci stavano aspettando armati di bastoni e di P 38, la pistola che andava di moda tra gli autonomi. Lama era stato irremovibile a qualsiasi tentativo di ripensamento. La federazione romana del PCI aveva parlato nella notte con gli esponenti dei collettivi e questi avevano garantito la tranquillità. Trappola ben organizzata o ingenuità di chi fece le trattative. Dentro ci aspettavano eccome! Lama ruppe gli indugi dicendo: “Non mi hanno buttato fuori i fascisti dall’università di Bologna quando comandavano loro, figuriamoci se mi faccio intimidire da questi ragazzi”.
Entrammo e lui salì sul camioncino. Ci mettemmo intorno per evitare assalti, e subito fummo aggrediti con idranti che ci schiumavano la faccia. I compagni più anziani ci invitavano a non accettare provocazioni e a resistere. Fummo accerchiati da ragazzini che ci urlavano: “faccisti fuori dalla nostra Università”. Erano per lo più ragazzine e ragazzini mandati avanti dai coraggiosi con la P38. Ci sputavano e insultavano. Quando Lama tentò di dire:”Care compagne e cari compagni”, fu come se si fosse scatenata una parola d’ordine definitiva. Partirono sampietrini da ogni dove. Ci fu un fuggi fuggi generale e noi li a resistere con Lama che tentava ancora una volta di prendere la parola. Con le braccia e le mani alzate tentevamo di difenderci e di difendere Lama da quell’impressionante sassaiola. Gli agenti in borghese della “Politica”, furono con noi a prendere botte, calci, sputi e sassate, fino a quando tutto ebbe termine. Erano arrivati i compagni dei consigli di fabbrica della Tiburtina a darci una mano e la situazione si calmò. Rimanemmo per ultimi, io e Amerigo, un compagno con il quale avevo militato nel PCI dai tempi della gioventù comunista. Demmo una mano al proprietario del camioncino che non voleva saperne di rimettersi in moto. Così, in tre, attraversammo tutto il viale dell’Università, inseguiti a calci e sputi da figli dei pariolini che per quel giorno avevano giocato a fare la rivoluzione. Ma contro chi la volevano fare questa rivoluzione? Guarda caso contro i lavoratori. Possibile che non si accorgessero che avevano scatenato la guerra tra poveri? E possibile che i vari Erri de Luca, trionfatori della giornata, nelle loro sede di via dei Volsci, non si rendevano conto che a vincere quel giorno erano proprio le forze padronali, governative, dei ricchi borghesi che tramite i loro figli “rivoluzionari” avevano assestato un colpo all’unità della classe lavoratrice. Caro Erri, sia tu, io e Amerigo, ancora oggi stiamo lì a difendere i nostri valori e ideali. Ma quand’è che farai una seria autocritica?
Quando arrivammo alla federazione del PCI che era poco distante, ci sembrò di stare al pronto soccorso. Feriti da tutte le parti e alcuni medici e infermieri del vicino Policlinico erano venuti a dare una mano.
Intanto nelle stanze superiori, iniziava una severa riflessione sia del partito che del sindacato sul momento storico che stavamo attraversando, e decidere il che fare.
Con Amerigo stiamo ancora qui pronti a rispondere colpo su colpo, ma amaramente dobbiamo constatare che non solo non c’è più nessun partito che difenda la classe lavoratrice, ma che sono scomparsi anche i dirigenti che erano stati cresciuti sulla strada e non negli uffici studi. Non si vede più neanche l’ombra di uno statista all’orizzonte e questo è molto triste se pensiamo al futuro delle giovani generazioni.
Ricordare e riflettere fa bene.
Roma 1977-2017
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