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Grottaferratesi

Memorie della mia appartenenza

Origini difficili, come quelle mie, e per chi, come me, è nato sul lettone di casa con l’aiuto della levatrice, in questo paese che dista soltanto 18 chilometri dal Campidoglio di Roma. La signora Capo, che era imponente come una matrona romana ma con un gran sorriso, ci aiutò a vedere una bellissima luce.

Sono nato proprio di fronte al vecchio palazzo Koch che ha ospitato il Municipio, e dalle finestre vedevo il giardino comunale fino a che non costruirono quell’obbrobrio del mercato di erbe e frutta fino al recente trasferimento. Al piano terra c’erano le poste prima che costruissero un nuovo edificio, tutto per loro, a metà di viale 1° Maggio, dove Agnesina, Ermelinda e Alfredo Fortini, u postinu, trovarono uno spazio più degno di un così importante ruolo.

Era passata da poco la seconda guerra mondiale, e in quell’anno ci fu un considerevole impulso alla crescita demografica del nostro paese. Eventi non marginali, non tanto per la qualità dei nascituri, tutti normali, per fortuna, ma per il contributo che dettero alla demografia che è sempre stato il tallone d’Achille del non vecchio comune.

Un grottaferratese non deve mai dimenticare che è nato, ma oramai non più, in un paese di fatto “inventato” alla metà del 1800, era il 1848 (grande data storica italiana), dal volere di un gruppo di frascatani. Sì, questa è l’inizio della storica rivalità con i cugini che sono larghi di…e stretti di mani e con le tasche a chiocciola. Erano possidenti terrieri, vigneti più che altro, che andavano a scendere verso Roma fino ad arrivare ai confini di Ciampino, di Morena, e della stessa Roma.

Capeggiati da colui il quale venne ricordato con una lapide posta tra il Corso e la fine della Piazza. Ma sempre ignorato, a partire dalle istituzioni scolastiche, come il reale promotore del nuovo paese. Chi sa e conosce il nome e la storia di Giovanni Passamonti? In nessuna classe delle elementari ci si è ricordati di ricordarlo. Mia madre mi ricordava che la sua, mia nonna, era una Casinovi e sua madre una Di Mattia, due delle famiglie dei fondatori. In questo modo mi trasmetteva la memoria. Non sapere e non trasmettere tutto questo fa parte di un atteggiamento che è parte costitutiva del carattere accidioso e immobilista di tutti noi.

Sempre pronti a criticare chi fa qualche cosa: “vedi che stà a ffàaa!”, piuttosto che darsi da fare. Abbiamo sempre avuto una strana puzza sotto il naso per nulla giustificata da un qualche cosa di eclatante che giustificasse questo complesso di superiorità. Forse è perché non ci stimiamo l’un l’altro, forse perché siamo timidi, ma sta di fatto che siamo iper critici e allora usiamo l’arma dell’aggressione. Per non dire poi di chi non sia grottaferratese. “Quillu ve da fori”, come se questo fosse un diminutivo di qualche cosa.

Non ci siamo mai ricordati delle origini e della storia del nostro paesello.

Se esiste Grottaferrata, anche come denominazione, si deve a uno straniero: S.Nilo, che, in fuga dai saraceni, venne accolto dai Conti di Tuscolo che a quei tempi facevano il bello e il cattivo tempo sin dentro le stanze papali.

S. Nilo portò con sé tutta la sua grecità. Era nato in Calabria, quando questa era una provincia dell’impero bizantino e visse molto a lungo. Morì agli albori dell’XI secolo e non seppe mai che in suo nome era stata fondata un’Abbazia che riuniva monaci basiliani di rito greco i quali, dopo lo scisma, decisero di restare all’interno della Chiesa di Roma pur conservando il proprio rito orientale. San Nilo era cresciuto in un ambiente culturale e religioso greco bizantino, e ci ha insegnato un lavoro che ancora oggi porta il pane a casa di molti grottaferratesi: l’arte della stampa che seguì il suo essere un amanuense di eccelso livello.

Dopo mille anni dalla sua morte si giunse, nel 2004 a festeggiare il primo millenario di vita dell’Abbazia . Millenario dei monaci e non certo del Comune, eppure siamo riusciti a perdere quell’occasione rimanendo con le nostre fieristiche noccioline, porchetta e fuochi artificiali. Chissà se mentre critichiamo gli altri, ci domandiamo cosa stiamo facendo, o che cosa pensino i non grottaferratesi, che nel frattempo sono diventati l’assoluta maggioranza dei residenti.

Da S. Nilo in poi, nell’occasione della nascita del nostro paesino, sono dovuti intervenire di nuovo gli stranieri. I frascatani che volevano diventare grottaferratesi, quindi una nascita da nuovi stranieri, non raggiungevano il numero minimo previsto per costituirsi in comune autonomo, e allora? Allora qualcuno ebbe una felice intuizione e andò nelle Marche portandosi dietro circa 300 marchigiani che ci fecero raggiungere il quorum necessario.

Un sangue nuovo veniva a mescolarsi al nostro. Li misero ad abitare alle “capanne”, l’attuale Poggio Tulliano e si partì con la nuova cittadinanza. Anche qui, per prendere in giro qualcuno, si faceva finta di parlare “marchigiano”, sottolineando le parole con il tipico intercalare accentato.

Loro, i marchigiani, s’inserirono alla grande. Braccianti, giardinieri, domestici, muratori, factotum fidati e laboriosi.

Oggi dirigono le nostre attività a tutti i livelli e spesso noi siamo diventati i loro “marchigiani”.

Ai tempi della mia nascita, sempre in difetto demografico, si dette impulso all’attività edilizia oltre alla classica viticoltura.

Arrivarono ondate di avellinesi, foggiani, “ciuciari”, romani che, partendo dai lavori più umili che noi non abbiamo mai fatto per via del nostro strano naso, occuparono attività altamente lucrative.

Ciabattini che misero su bottega e che oggi sono diventati immobiliaristi.

Venditori sui banchi dello storico mercato ambulante del lunedì che passarono poi ad aprire negozi.

Imprenditori che, da camerieri, aprirono poi il primo supermercato alimentare.

La nostra onorabilità lavorativa si è sempre espressa con la produzione del vino, mai effettivamente buono, che in attesa della vendita della terra, portavamo alla cantina sociale e lì la nostra uva dava vita al “Frascati”, e ai voglia a dire che il tuo vino è migliore del mio, anche se siamo confinanti. Intanto che ci giravamo attorno al nostro naso, i frascatani, al pari dei milanesi, hanno preso e fatto un prodotto con il loro nome e con le nostre uve. “Ma tantu che te metti a ffà?”. “Chi to fa fa?”

 

La seconda attività che ci ha visto presenti in forze è quella tipografica. Sia sempre ringraziato il Santo fondatore dell’Abbazia che ha aperto questa strada. Poi ci possiamo vantare di aver avuto i migliori serciaroli della regione. Sul nostro terreno vulcanico, abbiamo tratto la selce e abbiamo fatto diventare arte un lavoro molto duro.

L’onore dei serciaroli ebbe l’apice subito dopo la seconda guerra mondiale.

La prima riunione della giunta comunale eletta alle prime votazioni amministrative, tra le altre, prese la decisione che la mattina successiva tutti i serciaroli, nessuno escluso, avrebbero ricostruito il passaggio del vecchio ponte levatoio della badia. Era un segno tangibile del riconoscimento ai monaci che avevano accolto la popolazione in occasione dei bombardamenti degli alleati che ci venivano a liberare a colpi di ondate aree e ci regalarono, a noi e ai frascatani devastazione e morti civili.

Una curiosità tutta guareschiana nacque quel giorno e si protrasse per molti decenni. Si deve sapere che il sindaco di quella giunta era un comunista, Francesco Consoli, e che la sua giunta era composta da comunisti e socialisti e che i serciaroli erano tutti comunisti. Brontolando e con dubbi ideologici, stalinianamente repressi, tutti si presentarono e fecero il loro bellissimo lavoro di ringraziamento.

Ma tra il momento della fondazione e la fine della seconda guerra, mentre gli “stranieri” venivano a insediarsi, anche se ironicamente sopportati, tanti grottaferratesi mancavano all’appello.

Per vari motivi, fallimenti familiari con conseguente perdita di rendita e più che altro di prestigio, alcuni dovettero fare le loro valigie di cartone e andare a trovare un futuro all’estero. Alcuni fecero carriera come bravi maitre nei migliori alberghi di New York, altre si sposarono con i liberatori e andarono a fare le mogli, altri si confusero e non dettero più notizie.

Centioni, Tiberi, Graziani, i cognomi più illustri e importanti, fin dai tempi della fondazione, videro i loro figli emigrare.

Già, anche ai nasi finissimi toccò sentire la puzza dell’altro, e andarono a ingrossare i milioni d’italiani che per fame, miseria, guerre, furono costretti ad andare in luoghi lontani e remoti, sconosciuti persino alla fantasia dell’epoca. Il sogno americano ha abitato le nostre strade così come succede oggi ai milioni di centro e sud-americani che cercano un futuro dignitoso in quel paese del loro nord.

Grottaferratesi che varcarono le Colonne d’Ercole.

Classicamente andare oltre la “colonnetta”, la fine del corso, significava andare oltre il conosciuto.

Per chi abitava alla fine del corso, all’ombra della badia, dover andare ad abitare fino a metà viale 1° Maggio era una follia, una lontananza inimmaginabile.

Gli spazi grottaferratesi sono sempre stati circoscritti al pollaio. Così come il tempo quotidiano aveva un limite che non arrivava mai alle 20 di sera. Scattava un coprifuoco che autorizzò i mortificati, derubati, scornati cugini scozzesi a chiamarci conigli.

“ O sa ‘ndò è itu a abbità Mario? È itu ai Casali!”. “Ma dimme tu! E cosu che è tenuto da i a Burghetto? Di come te pare, ma però sempre meio che i a Corea!”.

Ecco gli spazi fisici e mentali che hanno fatto grande il naso grottaferratese.

A differenza di coloro che ci abitano a 2 chilometri di distanza e che “tenno pure u spidale”, noi non siamo mai stati campanilisti. Anche se può sembrare una contraddizione. Noi siamo stati badianti o donpandolfiani. Quegli altri boh! Territori limitati oltre il quale ci gira la testa.

Infatti, sono due i principali campanili che hanno contraddistinto l’appartenenza. Quello storico e aristocratico dei monaci basiliani, e quello proletario costruito “appena” a fine ottocento, quello parrocchiale.

Campanili che dividono anziché infiammare i cuori nel petto patriottico.

Alzando però lo sguardo dal Tuscolo, in una visione panoramica verso il nostro borgo che non ha mai avuto un centro storico degno di questo nome, in un certo periodo si sono contate fino a 75! Case Generalizie. Altro che il Vaticano!

Ospitavano suore più che altro che non si facevano mai vedere ma che tornavano utili al momento delle votazioni amministrative. Erano straniere ben accette, anche se per Grottaferrata non facevano nulla e i loro voti non puzzavano ai nasi raffinati dei biancofioriti.

I trinaricciuti locali facevano i conti e per loro quella tornata elettorale avrebbe senz’altro visto vincere il loro partito. Ma alla conta finale i biancofioriti vincevano sempre. Analisi su analisi, marxiane o no, non riuscivano a spiegare come mai il popolo diceva di votare in un modo e poi da dentro le urne uscivano altri orientamenti. Fu un biancofiorito che una volta m’illuminò. Mi disse che lui era regolarmente eletto consigliere comunale senza però “prendere un solo voto dalle monache!”. Sul momento non riuscii a capire, poi venni a sapere che poco prima delle amministrative c’era un gran lavoro extra all’ufficio dell’anagrafe civile e all’ufficio elettorale, feudi cristianamente bianchi colorati e con un po’ di verdoline foglie d’edera, che decine di nuove carte d’identità venivano lavorate e consegnate a “nuovi cittadini”. Il tempo di votare e le 75 case generalizie tornavano ad essere un luogo sacro e di preghiera, avvolto da un silenzio mistico. Quei voti di persone sconosciute, che venivano da fuori erano ben accetti, erano stranieri/e che si dovevano accogliere per uno scambio del voto necessario a far rimanere il paese nell’ambito della libertà e non consegnarlo ai bolscevichi che avevano i loro cavalli pronti per essere abbeverati alle fontane di Piazza San Pietro. Già si mangiavano i bambini e poteva anche andare, ma San Pietro no!

Peppone e don Camillo versione romanesca.

Come quella volta che tutte e due le fazioni si riunirono sulla piazza principale per vedere passare lo Sputnik!

Separate dalla fontana centrale aspettavano di veder brillare nel cielo notturno quel puntino luminoso che avrebbe sancito una vittoria sull’odiato nemico americano nella corsa allo spazio. Ma,… e si c’è sempre un ma, era una serata nuvolosa e il tempo passava senza che quel traguardo scientifico con la falce e il martello apparisse. I trinaricciuti diventavano sempre più nervosi e invece i biancofioriti cominciavano a pregustare una vittoria insperata. La tensione si ruppe con la frase rivolta ai “baffoni”. “Ao Crusciovve va fregatu. Nun se vede gniente!”. Quando ecco sparire le nuvole, far capolino una luna ritardataria e si vide risplendere un puntolino luminoso che segnava un’epoca per tutta l’umanità. Fu allora che si alzò il canto di bandiera rossa cantata come in un derby cittadino. Da allora i nomi dei cani dei cacciatori baffomuniti si chiamarono Laika, come la cagnetta che sperimentò il volo prima degli umani.

La replica stizzita non si fece attendere da parte degli sconfitti sempre più agitati:” Si se vede, ma è piccolu!”.

Pur in una piccola comunità le divisioni si fanno profonde quando si pensa di avere la verità in tasca.
FINE SECONDA PARTE

Episodi pepponeschi e don camilliani erano sempre sulla punta della lingua che faceva rimbalzare da un bar a un’osteria le malignità reciproche.

Ci fu però un grandioso episodio che riunì tutti gli spiriti grottaferratesi sotto la bandiera delle libertà costituzionali ottenute grazie alla lotta partigiana. Peppone e don Camillo unificavano gli sforzi per arginare la piena del fiume che aveva allagato tutto e per portare conforto agli alluvionati e allo stesso modo si reagì spontaneamente e celermente alla notizia che il fucilatore di partigiani, capo del MSI avrebbe tenuto un comizio nella nostra piazza.

Il giovane segretario biancofiorito accettò la mia proposta di esporre le bandiere di tutto l’arco costituzionale sul balconcino della sua sezione che aggettava proprio sopra la piazza dove ci sarebbe stato il provocatorio comizio. Esponemmo le bandiere della DC, (due per rispettare il manuale Cencelli), quella rossa del PCI, quella rossa del PSI, quella rossa del PSDI, e quella rossa del PRI. (Non so se sia l’unico caso di una bandiera del partito repubblicano ad essere rossa con una foglia d’edera verde al centro, quella dei repubblicani grottaferratesi l’ho vista così, e mi è sembrata molto bella e significativa. Forse era più garibaldina che mazziniana e ricordò allo stesso Ugo La Malfa che era venuto per contrastare la nascita di una giunta di sinistra, che lì decidevano loro e non la centralità romana).

Moltissima gente si radunò in poco tempo sotto la sezione. C’era chi era inferocito contro quello che considerava uno scempio al suo partito: le bandiere rosse sul suo balconcino. C’era chi stupefatto, si domandava cosa stesse accadendo. Poi tutti insieme improvvisammo un corteo verso Piazza Giordano Bruno per tenere un comizio di protesta, fregandocene dell’avvertimento minaccioso del vice questore che considerò la nostra iniziativa una provocazione. La logica questurina quella era. Venivamo invasi da squadristi e non dovevamo protestare!

Giovanni Elmo, un calabrese, tessè le lodi del nostro paese che non doveva essere sfregiato da una simile presenza.

Poi tutto tornò alla normale rivalità.

I tempi oramai stavano cambiando, non erano più quelli della guerra fredda giunta agli sgoccioli. Non era più il tempo che nel periodo di carnevale ogni sezione organizzava il suo veglione eleggendo la reginetta rossa, bianca o slavata che fosse.

Il marciapiede di fronte al bar al centro del corso di proprietà di un trinaricciuto, Agostino, (altra guarinesca contraddizione) non si abbassava più sotto il peso dei biancofioriti più scalmanati che erano gli unici clienti fissi.

Quando poi Erichetto “ponticellu” regolarmente affiggeva la prima e l’ultima pagina dell’odiata L’Unità, cosa che fece regolarmente per anni a sue spese, una leggera scossa sismica scuoteva quel pezzo di marciapiede. Fingevano indifferenza, ostinato voltar di spalle, poi, appena Ponticellu andava via, i primi lettori erano proprio loro! Non dovevano fare che cinque passi e stavano lì a cercare qualche sbaglio politico, o tipografico che fosse per lanciare l’ennesima cristiana critica.

Le incrostazioni sempre più arrugginite della guerra fredda, finirono con l’avvento in politica dei giovani figli del ’68.

Aria nuova, forze nuove, abbatterono ostacoli che non avevano più senso. Il segnale della svolta venne con l’invito da parte dei nuovi fiori bianchi ai giovani degli altri partiti ad assistere al loro congresso. Ci si poteva finalmente ascoltare, conoscere e condividere futuri scenari senza barriere precostituite.

Ragazzini, giovani, adulti e ti arrivano addosso le responsabilità. Lavoro, famiglia, salute, i temi che scandiscono la vita di tutti. Ognuno per la sua strada. Chi arrivò fino a Roma per un lavoro sicuro al riparo dello Stato e conquistò la pensione senza cambiare mai la routine quotidiana per interi decenni, e chi osò volare sul nido del cuculo e visitò per propria scelta il mondo.

I miei valori, oserei dire genetici, mi hanno sempre fatto scegliere un percorso che accompagnasse gli ultimi, i senza voce, i coerenti con le proprie scelte di vita. Fino ad oggi continuo questo percorso aiutando i migranti vagabondando come volontario per i paesi del terzo e quarto mondo senza mai dimenticare di tornare a viale San Nilo. Là dove c’è “u funtanaccio” per riscoprire le radici fanciullesche di mia madre, Giuseppina, che mi raccontava di come con le sue amiche, e in particolare con Eleonora con cui rimase amica per tutta la vita, giocassero a salire sui giganteschi alberi che costeggiano il viale stesso. Alberi secolari che offrivano rifugio per un nascondino giocato in piena libertà e gioiosità.

Non si dimenticano le radici, qualsiasi esse siano; non si vive senza memoria, coi belli e brutti ricordi; non si può andare altrove senza sapere da dove si viene; non ci possiamo far accettare dagli altri se abbiamo paura dell’alterità. La mia ignoranza, le mie paure, non mi hanno mai fermato davanti all’ignoto che rappresenta una persona che viene da altre culture. Noi siamo alieni a noi stessi e l’altro ci fa da specchio per le nostre debolezze.

Da grasso europeo mi sono visto riconsegnare una dignità proprio da parte di coloro i quali non hanno niente, non chiedono nulla e che volevo aiutare.

Alcuni mi hanno chiesto di questa mia scelta di solidarietà. Da quelle esperienze ho scritto un libro che aiutasse a combattere i luoghi comuni che ci sono sul tema della migrazione. A far conoscere e a dar voce ai diretti interessati, ad appassionarmi e a lavorare su un tema che ultimamente, dopo aver visto negli occhi dei bambini, donne e uomini lo sgomento di una vita incerta, mi pone una domanda: Perché l’uomo schiavizza l’uomo?”. Sto provando, insieme con tutti coloro che in questi decenni ho conosciuto in giro per i Continenti, a rispondere a questa domanda. Provateci anche voi e vedrete che sarà una ricerca interessante.

Lavoro in stretta collaborazione con gli Scalabriniani, (Peppone e Camillo sono definitivamente superati anche perché, astoricamente stanno nello stesso nuovo partito di potere), un ordine religioso nato in Italia a metà ottocento, nel periodo che il papato perdeva il potere temporale, per aiutare i milioni d’italiani che emigravano per fame. Oggi sono presenti in tutti i Continenti e offrono solidarietà spirituale e materiale senza chiedere in cambio nulla. Accompagnano il cammino tragico di coloro che sono alla ricerca di un futuro rimanendo dignitosamente se stessi.

Ho fatto il volontario nelle loro -Case del Migrante- in Guatemala, in Messico ai confini con il Texas. Mi sono ritrovato a essere me stesso senza compromessi di potere, religiosi, (sono rimasto ateo), culturali. Ho avuto la fortuna e la gioia di conoscere uomini, donne e bambini che nella loro infinita povertà mi sorridevano, mi chiedevano consiglio, cercavano la mia benedizione per un futuro diverso. Mi hanno raccontato le loro storie personali mentre lavavo i loro bagni; cantavano sotto la doccia dopo giorni e giorni di cammino pericoloso, e mi parlavano delle loro madri, mogli e figli che avevano lasciato a casa. Erano partiti con la loro benedizione e appena racimolati i soldi bastanti per tutti sarebbero tornati indietro. Ho visto sui giornali le foto degli annegati che, nonostante le nostre avvertenze avevano tentato a nuoto di passare il Rio Bravo, quel maledetto e mortale confine che divide il terzo dal primo mondo. Sono andato a chiedere l’elemosina per loro nel ricco, grasso e ignorante Texas, e lì ho trovato solidarietà negli evangelisti, mormoni, pentecostali, titolari di negozi, tranne che nelle suore della Divina Provvidenza che gestiscono un’immensa fattoria, una scuola per i figli delle classi agiate, con frutteti, animali e orti. Neanche un tozzo di pane avanzato. Fino a che un giorno ho detto allo scalabriniano che stava con me di rimanere un attimo fuori della porta. Sono entrato, ho chiesto solidarietà e davanti all’ennesimo rifiuto ho iniziato a gridare che ci saremmo rivisti all’inferno, sempre che ci credessero, e lì avremmo sistemato le cose. Da quel giorno ho trovato tutto quello di cui avevamo bisogno.

Ho litigato con la polizia di frontiera sia messicana che statunitense al rischio di farmi arrestare, perché ci volevano sequestrare la merce che riuscivamo a trovare. I messicani, con la scusa che portavamo merce avariata volevano toglierci tutto. Una volta ho scaricato la merce e mi sono messo a mangiarla sotto lo sguardo sbalordito del sacerdote scalabriniano e sotto lo sguardo stupito delle guardie. Ho detto loro che mi sarei rialzato solo dopo aver finito di mangiare tutto quel veleno, ma a loro non avrei dato nulla. Questa scena la ripetevo ogni due giorni di ogni settimana e sono sempre riuscito a portare da mangiare ai nostri migranti.

Il tempo passa e non si finisce mai di scoprire gli altri e se stessi. Più studio e leggo e più tocco con mano la mia ignoranza.

Vado avanti per una strada ignota che prende forma camminando.

Sono rimasto e sempre rimarrò un grottaferratese perché questa è la mia appartenenza, ma mai dimenticherò che quando ho avuto estremo bisogno di solidarietà, nessuno, tranne due persone, un medico e un ingegnere, (amicizie di un passato politico, un dc e un psi) mi hanno telefonato per testimoniarmi la loro vicinanza.

La puzza, dal naso è risalita fino al cervello e poi è discesa fino al cuore bruciando i sentimenti?

Andrea Cantaluppi

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