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MATURITA’, SOLIDARIETA’, INCREDULITA’, SDEGNO

 

Queste sono state le emozioni forti vissute dai giovani di un “clan” scautistico milanese durante il loro lavoro volontario svolto presso il “ghetto” di Rignano, in provincia di Foggia.

Ragazzi allegri, strafottenti nei confronti della vita così comè giusto che sia da parte di chi si sente in mano il proprio futuro.

Hanno trascorso una settimana intensa al campo organizzato dallo scalabriniano p.Arcangelo Maira, significativamente chiamato “Io ci sto”.

Del tutto impreparati a quella realtà, erano arrivati per dare una mano. Insegnare i rudimenti della lingua italiana, dare uno strumento importante di comunicazione per poter capire meglio la realtà difficile di uno in terra straniera, che non deve essere estraniante.

Mettere in piedi una rudimentale ciclo-officina, per aiutarli a pedalare con più autonomia verso un briciolo di libertà.

Offrire un contatto visivo, uditivo, musicale, allegro, tra giovani e per giovani e poter condividere quei principi troppo spesso solo enunciati e non praticati.

Se ne sono tornati a casa più ricchi di umanità, di voglia di fare, di trasmettere quella esperienza unica.

Da futura classe dirigente di questo Paese faranno in modo che non ci si debba più vergognare di appartenere a coloro che, senza memoria perché procura dolore, ostentano arroganza, egoismo, individualità che, presi insieme segnalano inconsciamente una grande paura.

Paura del diverso, dell’ignoto, di rimettersi in discussione, di scoprirsi ignoranti.

Leggete i loro pensieri raccolti durante l’impatto emotivo con una realtà non mediata da media filtratori di emozioni.

Le foto di David, scattate con timore e con la paura di disturbare un’intimità troppo palese, chiariscono la realtà e fanno da sottofondo alle parole dei suoi amici. Parole che hanno avuto bisogno di una consistente elaborazione prima di trovare la via d’uscita dal cervello e dal cuore.

Ve le offrono così come le hanno vissute, fresche ed emozionanti.

Chissà che il prossimo anno non tornino al campo di “Io ci sto” per continuare ad approfondire l’essenza del loro essere.

Grazie per esserci stati e per aver testimoniato, fate in modo che il vostro futuro sia saldamente nelle vostre mani e non lasciatevi scippare le vostre utopie.

Ciao a: Giulio, Elena, Emma, Pietro, Arianna, Federico, Nathan, Lorenzo, Davide, Federico, Laura, Chiara, Francesco, Camilla.

 

Andrea Cantaluppi

 BARACCA

Il ghetto si trova a pochi chilometri da dove alloggiamo, nell’interland di Foggia. Per arrivarci bisogna percorrere una piccola parte di autostrada e poi una strada sterrata che genera un denso nuovolone di terra che porta sino alle baracche. C’è una prima parte del ghetto con poche baracche e un paio di case malmesse poi, dopo il pullman di emergency e i tendoni di noi volontari di Io ci sto e degli Avvocati di strada, comincia una fitta distesa di baracche che si estende per alcuni chilometri.

 

Il primo giorno in cui siamo andati al ghetto alcuni ragazzi ci hanno accompagnati a visitarlo. Abbiamo subito notato le grandi e azzurre cisterne d’acqua alle quali c’è sempre qualcuno che riempie bottiglie. Nel ghetto si sente un gran vociare di lingue diverse, ma in sottofondo si sente un silenzio pesante, coerente con le condizioni di vita dei suoi abitanti. Il colore chiaro della terra ricopre ogni cosa, in particolare si nota sulla pelle degli abitanti del ghetto. A prima vista il paesaggio è monotono, tanto da sembrare un labirinto, le baracche si assomigliano tutte e le facce si confondono l’una con l’altra. Riceviamo degli sguardi di sfiducia, siamo un discreto numero di ragazzi bianchi in un ghetto di ragazzi neri. Ciò nonostante alcuni ricevono anche dei sorrisi o delle frasi carine. Il ghetto è un villaggio, oltre alle abitazioni ci sono diversi locali, ristoranti e bancarelle dove si può ritrovare il sapore di diverse culture. Dietro la prima fila di baracche c’è un grande spiazzo dove sorgono il campo da calcio e la baracca della radio in costruzione. Al calare del sole l’atmosfera cambia, è finito il ramadan, i ristoranti aprono e il ghetto si risveglia.

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La Radio

Radio ghetto è la voce del ghetto, delle centinaia di migranti che hanno trovato un mezzo per esprimersi. L’emozione della prima volta in onda è palpabile, i volontari girano per il ghetto con radio in mano facendo sintonizzare tutti sulla frequenza 97.0. In molti si accalcano davanti alla baracca da cui si trasmette, chi per parlare, cantare o semplicemente guardare.

La radio è il mezzo attraverso cui unirsi, raccontare la propria storia, denunciare la propria situazione, formare una coscienza di massa, ma anche stare bene, ridere e trasmettere, attraverso la musica, una parte di sé, della propria cultura e la nostalgia per il proprio paese.

IL CALCIO

Al tramonto tutto finisce. “E’ il ramadan”, ci spiegano, “il campo è dietro alla moschea, e bisogna avere rispetto per chi va a pregare per la fine del giorno”. Il campo da calcio, fino a quel momento pieno di giovani contendenti, si svuota, rimangono solo le due minuscole porte composte da due bastoni uniti da una camera d’aria sgonfia, l’aria terrosa sollevata dalla corsa e le tracce del gioco su di essa.

I ragazzi del ghetto amano giocare a calcio. Lo fanno a piedi nudi o con le scarpe, mettendoci tutta la voglia e la grinta che hanno. Si sporcano, sudano e ridono rincorrendo un pallone sgonfio, il tutto per staccare emotivamente dal contesto in cui sono costretti a vivere. Un arbitro tiene il tempo: cinque minuti a partita. Non c’è un portiere, il tiro deve essere il più preciso possibile.

Le partite si giocano in quattro contro quattro: il primo che segna vince, e ha il diritto di restare in campo e sfidare la squadra successiva. La coda è spesso lunga: un solo campo per duemila persone rimane comunque poco.

Il calcio è il modo per svagarsi dei ragazzi del ghetto, per vivere l’amicizia. E’ l’unico momento della giornata per stare assieme e dimenticare la situazione e la disperazione della situazione in cui si trovano. Le risa, le urla, il rumore del pallone calciato sono i rumori che restano nell’aria dopo la partita: sono i suoni della normalità restituita attraverso il gioco.

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IL CIBO TRADIZIONALE

Quando scende la sera sui campi la strada principale del ghetto si riempie di luci e suoni. A noi è sembrato strano che un posto del genere in mezzo al nulla fosse illuminato e animato da musiche.
Nel corso del tempo gli abitanti del ghetto si sono organizzati e hanno creato dei piccoli ristoranti e bar illuminati da generatori, al suono di ritmi etnici. 
Arrivando da lontano si scorgono uno dopo l’altro alcuni piccoli ristoranti che consistono in grosse baracche ripulite e fornite di panche, sedie e tavoli, rigorosamente senza tovaglia. Le portate sono composte solitamente da un unico piatto che contiene un’abbondante porzione di riso accompagnata con carne di capra speziata, pesce, agnello, pollo o verdure miste. Le caraffe servite contengono acqua rinfrescata con un cubo di ghiaccio, altrimenti si possono comprare delle bibite al bar. 
Non si tratta di alta cucina per palati sopraffini però basta a saziare e rinvigorire i corpi stanchi dal lavoro.
La cena termina senza dolce né caffè, tuttavia all’uscita si trovano delle bancarelle dove è possibile comprare dei dolci tradizionali. Noi siamo rimasti affascinati da quella specialità del posto, si tratta di semplici palline di pane fritte e cosparse di zucchero.

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LE TANICHE D’ACQUA, LE LANTERNE E I PACCHI DI PASTA UE

La zona del Gargano è molto torrida d’estate e l’acqua è un bene veramente prezioso. Ci sono tuttavia delle parti di pianura un po’ isolate dove l’acqua non arriva e tra queste vi è il ghetto di Rignano.
Nei campi vicino alle baracche e lungo la strada del ghetto si trovano delle condotte per l’irrigazione dei campi dove scorre acqua non potabile. Grazie al lavoro di alcuni volontari, da qualche anno si può attingere a queste fonti con dei rubinetti o delle rozze pompe. Ogni giorno molti abitanti del ghetto riempiono numerose taniche per avere dell’acqua nelle capanne con cui pulire le stoviglie, i vestiti o semplicemente per lavarsi.
Inizialmente il ghetto non aveva l’acqua potabile e gli abitanti, pazienti e tenaci, compivano lunghi viaggi con taniche enormi per avere acqua da bere.
Quando degli operatori di Medici Senza Frontiere visitarono il ghetto si resero conto del degrado, della sporcizia e dell’alto livello di malsanità dovuto all’assenza di beni essenziali come l’acqua potabile. Vennero dunque installate circa una quindicina di cisterne d’acqua potabile all’interno del ghetto che vengono periodicamente riempite (circa due volte al giorno) da un ente comunale. Nonostante tutto è difficile fare affidamento sulle cisterne pubbliche, infatti già alle 21:00 sono tutte vuote.
Un altro problema riguarda l’alimentazione e il rifornimento di provviste. Quando nacque il ghetto, come luogo di stazionamento stagionale dei lavoratori, non esistevano sul posto mercati dove ci si potesse rifornire e quindi i volontari si organizzarono per far arrivare gli aiuti della Comunità Europea come pacchi di pasta, formaggi e latte di olio.
Per risolvere il problema dell’illuminazione vennero donati alcuni generatori.

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LA BICICLETTA

Il ghetto di Rignano è completamente isolato e circondato in ogni direzione da uliveti e da campi coltivati. Spesso i braccianti devono raggiungere luoghi molto distanti dal ghetto e sono costretti a camminare a lungo. Per trovare lavoro solitamente bisogna recarsi sui campi, ma senza un mezzo di locomozione non si arriva in tempo.
La bicicletta è la soluzione migliore ai problemi di spostamento. 
Le bici non si trovano ovunque né tantomeno al mercato, ci sono alcuni immigrati che gestiscono il commercio delle bici nel ghetto e loro decidono il prezzo da pagare. 
La maggior parte delle volte le bici non si trovano in buone condizioni anzi sono usate, con i copertoni logori, i raggi storti, i pedali rotti, il sellino bucato o la camera d’aria sgonfia. È difficile che una carretta del genere sopravviva a lungo sulle strade sterrate di campagna o sui campi secchi. 
Ci ha molto stupito l’attaccamento alla propria bici dei braccianti che, pur di non perdere il loro mezzo, erano in grado di fare riparazioni in tutti i modi e con i pochi attrezzi a disposizione. 
Come servizio sul luogo abbiamo organizzato una modesta ciclofficina per aiutare e insegnare a riparare alcuni danni subiti dalle bici.

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QUADERNO

Quando il sole comincia a diventare meno caldo è l’ora della scuola d’italiano. Partiamo con i pulmini per raggiungere il ghetto. Siamo una trentina di volontari. Passando sulla strada sterrata ci lasciamo dietro un grosso nuvolone di terra. Arriviamo al ghetto verso le diciassette e trenta e ci sono già alcuni ragazzi che ci aspettano per fare scuola, ci scambiamo saluti sorridenti. La scuola viene fatta sotto un grande gazebo verde, all’entrata del ghetto. L’area è uno spiazzo delimitato da piccoli ulivi. Accanto al gazebo c’è il tendone degli Avvocati di strada, un’associazione di volontari laureti o laureandi in giurisprudenza, che danno consulenze agli abitanti del ghetto riguardo problemi burocratici o con le leggi. Il primo giorno abbiamo appeso volantini della scuola d’italiano in giro per il ghetto e abbiamo avvertito anche a voce, molti sapevano già di cosa si trattava perchè questo servizo è stato offerto loro anche l’anno scorso. La scuola è aperta dal lunedi al venerdi dalle 17.30 alle 20.30 ed è discretamente partecipata:ogni volontario segue da uno a quattro ragazzi che vengono raggruppati a seconda del livello di conoscenza della lingua e a seconda degli obiettivi di apprendimento. Quando arrivano dei nuovi ragazzi chiediamo loro di scrivere il proprio nome su una cartellina, dove poi inseriamo i lavori fatti insieme, e parliamo con loro per conoscerci un po’. Ognuno ha la sua storia e le sue esigenze, c’è chi vuole imparare a leggere per capire i cartelli, chi vuole imparare a parlare per comprendere cosa dice il caporale, chi vuole imparare a scrivere. Le lezioni che teniamo vengono improvvisate al momento e sono poco convenzionali, molto ricche di scambi interculturali e racconti di esperienze vissute, tant’è che le figure di maestro e alunno sono interscambiabili. Fare scuola d’italiano al campo Io ci sto è un’esperienza di servizio speciale: risate sincere e sguardi limpidi ti rapiscono il cuore e ti stupisci di essere maestro perché ogni volta ascolti lezioni di vita dal valore inestimabile.

 IL POMODORO

 

Il caporalato è una pratica di sfruttamento del lavoro utilizzata da lungo tempo ed è stato giudicato reato soltanto nel 2011. Il caporalato si personifica nel soggetto che recluta manodopera per il lavoro nei campi e che trasporta i braccianti sul campo stesso, esigendo da essi un pagamento sproporzionato rispetto alla paga giornaliera.

Il caporale è un immigrato che risiede in Italia da una decina d’anni e che possiede un’automobile che gli consente di porsi in una posizione privilegiata rispetto agli altri lavoratori e agli occhi del datore di lavoro, che dunque lo assolda per scegliere braccianti da far lavorare sui propri terreni e intrattenere i rapporti con loro. Vedendo un video di Saviano sul rapporto tra caporalato e sfruttamento del lavoro degli immigrati ci siamo accostati al concetto di caporalato.

I ruoli che riveste un caporale sono principalmente due: il primo può essere associato alla figura di Caronte: traghetta i braccianti. La scelta di un bracciante piuttosto che un altro può avvenire in maniera casuale oppure in base alla conquistata fiducia di alcuni lavoratori con il caporale. I braccianti, dopo essere stati selezionati alle prime ore dell’alba, vengono trasportati al campo di lavoro, dove raccolgono pomodori per l’intera giornata; al tramonto vengono traghettati dal caporale al loro alloggio. Il secondo invece riguarda il rapporto che il caporale deve intessere con i braccianti al fine di sgravare da questo compito il datore di lavoro. Sta a lui dirimere le questioni riguardanti le esigenze dei braccianti, sedando le eventuali ribellioni o proteste insorte riguardo alla paga o alle condizioni di lavoro. Viene da sé che il caporalato sia una pratica molto utilizzata dalla criminalità organizzata per tenere legati a sé i lavoratori, che non si ribellano per timore di non essere più chiamati a lavorare.

Il reato di caporalato dilaga soprattutto in Sud Italia, e ovviamente anche in Puglia, a Rignano, nel ghetto vicino a Foggia dove fanno servizio i volontari che partecipano al campo “Io Ci Sto”. I ragazzi del ghetto per non pagare il passaggio fino al campo si spostano con biciclette. Di biciclette al campo ce n’è un’infinità! Usano mountain bike, vecchie Graziella o city bike per liberarsi dal vincolo dei caporali, per conquistare indipendenza e autonomia e non dover pagare nessun tributo ai caporali per il trasporto al campo di lavoro.

Una caratteristica dell’organizzazione del caporalato nel ghetto di Rignano è legata al fatto che i caporali si distinguono in capi neri e capi bianchi. I primi sono il punto di collegamento tra i braccianti e capi bianche che invece sono direttamente in contatto con i datori di lavoro. E’ molto difficile riuscire a distinguere il comportamento dei caporali da quello dei semplici braccianti. E’ una forma di sfruttamento del lavoro degli immigrati all’interno dello sfruttamento stesso, l’unico vantaggio è quello di un compenso maggiore per i caporali rispetto a quello percepito dai semplici braccianti.

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Un pensiero su “MATURITA’, SOLIDARIETA’, INCREDULITA’, SDEGNO

  • Grazie Andrea, a me farebbe molto piacere tornare e guardare ai ragazzi milanesi impreparati diventare classe dirigente consapevole anche dopo esperienze come “Io ci sto”.
    Grazie ancora
    Bibi

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