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GIOVENTU’=DOMANI?

Oggi che non raccontiamo più fiabe, anche questa certezza è caduta.

In una giornata fredda, ventosa e piovosa, nella nostra terra di Puglia, in Capitanata, ho incontrato un soldato bambino.

Stiamo in un vecchio borgo creato dal volere degli agrari che, avendo le terre piene di malaria, appoggiarono l’ascesa del “socialista in camicia nera” che portò qui, come in altre zone paludose del Paese, braccia da tutta Italia promettendo un futuro roseo.

L’architettura mussoliniana pervade ancora il panorama di questi borghi che stanno cadendo a pezzi.

In questo si trovano ancora 850 abitanti, 350 sono migranti provenienti dai vari drammi africani.

Lui ci faceva da guida esperta in casa nostra, lungo i bordi di un campo di accoglienza per i rifugiati di guerra che non aveva certo l’aspetto di un rifugio, ma di una prigione in stile Guantanamo.

Su una vecchia pista costruita dai liberatori americani, ci ha accompagnati a visitare i containers che sono allineati sui bordi.

La pista è stata dismessa da molti anni, ma la vigilanza è rimasta consegnata all’aereonautica.

Sono giovani avieri e soldatesse a vigilare. Minuscole, infagottate dentro quella ridicola divisa mimetica che dovrebbe dare un aspetto minaccioso, ma che insacca una ragazza con un enorme elmetto che non trova niente di meglio da fare che giocare con uno delle decine di cani randagi che popolano la pista e il centro. Piccoli e recalcitranti cagnolini in cerca di avanzi da parte di chi tenta di non sentirsi esso stesso un avanzo.

Passano mesi di accertamenti burocratici prima che diano loro il riconoscimento di status di rifugiato politico, poi…, poi il nulla più totale.

Pensi che, se ti hanno accolto è per proteggerti, invece è dal momento in cui sei entrato in possesso di quel pezzo di carta tanto anelato che comincia l’inferno.

Peggio di un clandestino che non esiste ufficialmente e da invisibile non deve rispettare leggi e obblighi.

Il rifugiato no. E’ sottoposto ad eccertamenti e deve non solo rispettare le leggi del Paese che lo ha accolto, così come è giusto che sia, ma deve osservare attentamente ogni regola, a rischio che ti tolgano quel finto diritto di esistere.

Sono migliaia che sono letteralmente buttati fuori dal campo di concentramento per finire su una strada.

Non conoscono la nostra lingua, i loro diritti, e noi non riconosciamo i loro titoli di studio e ignoriamo i laureati che sanno molte più lingue di noi e non il solo dialetto pseudo-italiano del soldatino che li controlla.

Si sono appellati a leggi internazionali che sacrosantemente rivendichiamo per noi stessi quando ci troviamo in difficoltà e cerchiamo solidarietà.

Eshak ci accompagna tra i “riconosciuti” che ogni tanto subiscono minacce di sfratto da parte delle autorità che non vogliono più vedere quello scempio umano ma che nulla fanno per dare un seguito dignitoso a quel riconoscimento di diritti.

Loro non chiedono nulla, vanno cercando un’abitazione e aspettano, sognando, che venga concesso loro il riutilizzo delle case coloniche semi distrutte che una volta erano abitate dai “cafoni”, dai “bifolchi”.

Eshak ha trovato rifugio dentro una casa che la solidarietà delle persone del luogo ha messo a disposizione.

Ci dice che ci vivono in 12. Andiamo a vederla e rimaniamo stupiti dalla pulizia, dall’ordine, dal decoro, dall’arte africana che ci appare dalle pareti su quadri dipinti con colori allegri che non sfigurerebbero in una mostra ufficiale.

Dai tuguri dei containers immondi, privi di ogni cosa, caldi d’estate e freddi d’inverno, che ospitano ognuno decine di persone, di una solidità dolorosa ed estraniante, ad un possibile modo di vivere che ti riconcilia con la vita e ti ridà la carica per ricominciare a sperare in un domani sentendoti di nuovo appartenere al consorzio umano.

Con i suoi occhi tristi, perennemente fissi sul suolo, mi racconta di essere fuggito dalla guerra fratricida del Darfur.

Era lì con i suoi amichetti a giocare tra le vie polverose del suo villaggio, quando è piombata come una furia una jeep guidata da un bambino che portava altri bambini armati e urlanti.

Lo hanno preso al volo, sollevandolo da terra e dopo poco tempo si è trovato ad imbracciare uno strumento metallico freddo e lucente.

Era un soldato-bambino che doveva fare la guerra, dimenticare la madre, il padre, i suoi fratelli, il suo villaggio e nel giro di pochi minuti doveva imparare ad uccidere.

Senza sapere nè perché, nè come, nè contro chi doveva sparare e togliere la vita a ragazzini come lui, si è ritrovato “adulto”.

Perché sono i grandi che fanno la guerra e non i piccoli che devono andare a scuola e poi a giocare.

O no? Noi così immaginiamo che vada il Mondo. Ma, Eshak sta lì a dimostrarci con le sue carni mutilate che è ora che ci svegliamo dal nostro sogno patinato e consumistico.

Noi occidentali, che per tenere il nostro tenore di vita giriamo la testa dall’altra parte con fastidio e forse con finta pietà quando incrociamo per le nostre vie dalle vetrine sempre meno luccicanti un soldato bambino.

Lui è un ferito reduce di una guerra combattuta dai signori della morte che, al soldo del dollaro o dell’euro, garantiscono la rapina delle risorse dei Paesi dei bambini- soldato, per garantire a noi popoli che abbiamo fatto la cultura e la civiltà mondiale, la prosecuzione dello schiavismo e il nostro finto ben-essere.

Lui adesso ha 28 anni, ha ottenuto il riconoscimento ufficiale e per guadagnarsi da vivere, visto che non può svolgere lavori manuali, fa da mediatore culturale alle organizzatissime associazioni di volontari che aiutano i suoi fratelli ad inserirsi.

Nel salutarmi finalmente mi guarda negli occhi, ha un breve sorriso come per tranquillizzarmi che adesso, per lui, le cose vanno bene.

Mi da con vigoria tutta africana la mano sinistra, la destra gli è stata troncata di netto insieme al braccio, da un machete impugnato da un suo ex amico dello stesso villaggio, che era stato rapito da una banda di un “signore” avversario.

Ti verremo a ritrovare presto Eshak, “ Io ci sto”, e insieme, con te porteremo nuovi “giocattoli” a chi non ha potuto giocare.

Ciao

Andrea Cantaluppi

 

 

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