Mayra Raira, il “figlio del grande serpente”.
Ricordo di Ermanno Stradelli, l’esploratore italiano precursore nella difesa dei diritti dei popoli indigeni dell’Amazzonia.
Un secolo fa moriva, in un lebbrosario alla priferia di Manaus, in Brasile, il conte Ermanno Stradelli, il più grande esploratore italiano dell’Amazzonia. A cento anni dalla sua scomparsa, questa figura straordinaria e poliedrica – oltre che esploratore fu geografo, fotografo, scrittore, poeta, linguista, etnografo – è ancora praticamente sconosciuta al nostro Paese.
Della sua vita avventurosa, che trascorse prevalentemente lontano dall’Italia, sappiamo che, dopo aver dilapidato l’eredità paterna e rinunciato agli agi del suo rango, lasciò, appena ventisettenne, le dolci colline dell’Appennino per spingersi sino alle regioni più remote dell’Amazzonia brasiliana, che prima di lui avevano attratto la curiosità soltanto di qualche solitario viaggiatore appassionato di botanica.
Salpato dal porto di Bordeaux, raggiunse Belém e da lì Manaus, al tempo una cittadina di circa 30.000 abitanti, soprattutto cablocos (discendenti di indigeni). L’arrivo di Stradelli (1879) coincise con l’inizio del boom della gomma, che avrebbe rapidamente trasformato quel piccolo avamposto immerso nella selva in una capitale moderna con elettricità, fognature, musei e teatri (come il teatro Amazonas dove la leggenda dice che si sia esibito persino il celebre tenore Enrico Caruso) tanto da esser ribattezzata la “Parigi dei tropici”. Stradelli ne fece la base delle sue spedizioni che lo portarono a risalire diversi fiumi amazzonici: dal Rio Acre al Purus, dal Rio Branco al Jauaperi, sino al Uaupés, un affluente del Rio Negro che segna il confine naturale con la Colombia.
Si narra che un giorno in quella regione, gli indigeni lo accolsero con benevolenza e rispetto. Per l’imponente apparato tecnologico fotografico che portava con sé e la capacità di “far nascere gente” – in riferimento agli scatti realizzati con la tecnica del collodio umido, subito rivelati in una tenda adibita a camera oscura collocata vicino ai villaggi – gli attribuirono poteri magici e un nome ispirato alla propria cosmovisione: Mayra Raira, il “figlio del grande serpente”.
Se è vero che Stradelli è conosciuto soprattutto per le fotografie che ritraggono per la prima volta le popolazioni indigene nel loro habitat, bisogna ricordare che a lui si deve anche la sopravvivenza di importanti miti indigeni come quello del Jurupari, eroe culturale dei popoli dell’Alto Rio Negro, che dapprima trascrisse nella lingua geral ( lingua franca dell’Amazzonia che apprese prima di doverne constatare la graduale scomparsa) e poi tradusse in portoghese e in italiano.
Dei popoli indigeni non si limitò però a studiare la cultura: testimone oculare delle atrocità perpretate dalle “nazioni civili” ai loro danni, divenne un accanito “indianofilo”, come lui steso si definì. Per questo motivo criticò pubblicamente quei missionari che, proiettando la loro cultura in un mondo che con essa non aveva nulla a che fare, non erano capaci di riconoscere il valore dei miti e rituali indigeni. Per primo padre Illuminato Coppi, contemporaneo di Stradelli, che arrivò a identificare la figura del Jurupari con il demonio. Stradelli si impegnò per sfatare tale falsa sovrapposizione e per riabilitare questo personaggio mitico e il complesso rituale ad esso collegato, pubblicando sul Bollettino della Società Geografica Italiana un articolo chiarificatore dal titolo Leggenda della Jurupari. Anticipando gli eroici sertanistas del XX secolo, da Rondon ai fratelli Villas Boas che, guidati dal motto “morire se necessario, uccidere mai”, dedicarono la loro vita alla protezione dei popoli non contattati, partecipò a una delle prime spedizioni governative tese a stabilire rapporti pacifici con gruppi al tempo considerati ostili, come i Crichanàs del fium Japeri, nome con cui erano chiamati i Waimiri-Atroari attuali. La spedizione rappresentò un raro tentativo di contatto non violento con una popolazione indigena. Un secolo dopo, questo popolo fu comunque vicino all’estinzione a seguito dell’apertura di strade e dell’installazione di dighe e miniere nel proprio territorio, con conseguenze devastanti dal punto di vista ambientale, culturale e demografico.
Oggi che l’Amazzonia è ancora terra di conquista e anzi si avvicina al punto di non ritorno – sotto l’aspetto ecologico ma anche antropologico, visti gli attacchi sempre più violenti al diritto delle popolazioni indigene di continuare ad esistere come soggetti eguali ma distinti rispetto al resto di continuare come soggetti eguali ma distinti rispetto al resto della società nazionale – l’esempio di Stradelli è più che mai attuale. Il centenario è dunque l’occasione per celebrale non solo un grande esploratore, ma anche uno scienziato e umanista visionario che, un secolo fa, contribuì all’evoluzione del concetto di diritti umani, gettando le basi per un approccio rispettoso alla diversità culturale.
Silvia Zaccaria. Antropologa e scrittrice
(15)
![]()




