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Co-resistere, non co-esistere

Caro/a,
sono Rotem. Da adolescente mi sono rifiutata di prestare servizio nell’esercito di occupazione israeliano e oggi lavoro come coordinatrice dei media per il Resistance Solidarity Network. Trascorro molto tempo sul campo durante le manifestazioni, documentando le azioni di chi, in Israele e Palestina, si sta organizzando e lottando contro il genocidio e l’occupazione. Tra i tanti sviluppi che documento, uno spicca per la sua particolare importanza: stiamo assistendo alla rapida nascita di un movimento di sinistra a sostegno dei prigionieri palestinesi che va oltre la stessa società palestinese. Gli attivisti hanno avviato la loro campagna mettendo in luce il caso dei medici palestinesi imprigionati dalle forze di occupazione israeliane a Gaza, come il dottor Husham Abu Safiyya, ma si sono poi spinti oltre, lanciando un appello più ampio: liberateli tutti. Il movimento dei prigionieri palestinesi è uno dei pilastri centrali della politica e della società palestinese, e stiamo assistendo a come la sua causa ora superi i confini e prenda piede in Israele. Questo non è solo un fatto potente in sé. Rafforza la mia convinzione che stiamo assistendo alla crescita della “co-resistenza”, non della “coesistenza”, basata sull’organizzazione attorno a valori condivisi, non solo a interessi comuni. Ritengo che sia l’unico modo in cui possiamo organizzarci per ottenere giustizia per tutti. Nelle ultime settimane ho assistito a un’impennata delle iniziative a sostegno dei prigionieri palestinesi a Tel Aviv e in altre località, che non sono esattamente i centri tradizionali di mobilitazione su questo tema. Sono sorti nuovi collettivi di attivisti che mettono al centro la causa dei prigionieri palestinesi. Questi attivisti hanno iniziato in piccolo, con una manifestazione davanti alla sede dell’Associazione Medica Israeliana per mettere in luce la complicità dei medici israeliani nelle operazioni quotidiane delle prigioni israeliane, che equivalgono a campi di tortura, dove operano medici israeliani che eseguono interventi chirurgici negligenti dal punto di vista medico, secondo quanto riportato, tra le altre cose, da gruppi per i diritti umani. Da allora, le loro manifestazioni non hanno fatto che crescere, compresa una manifestazione all’inizio di questo mese davanti all’abitazione privata di Liav Goldstein, il direttore sanitario delle carceri israeliane. “Sai esattamente cosa sta succedendo ogni singolo giorno”, gridavano i manifestanti. “I prigionieri escono dalle tue carceri affamati; ogni giorno delle persone vengono picchiate. Il tuo volto è noto. Sei un criminale”. Israele sta rafforzando il proprio apparato contro i palestinesi fatti prigionieri: la legge della pena di morte, le storie e le testimonianze sempre più raccapriccianti che emergono dalle prigioni-campi di tortura, raccontate dagli stessi sopravvissuti e da un numero crescente di detenuti. Non è una novità: i prigionieri palestinesi hanno sempre determinato l’agenda politica palestinese proprio perché il numero dei palestinesi fatti prigionieri è sbalorditivo. In Cisgiordania, ad esempio, praticamente tutti i palestinesi hanno un parente o conoscono qualcuno che è stato incarcerato. Ma lo stato fascista israeliano ha fatto in modo che le condizioni dei campi di tortura extragiudiziali diventassero in nuovo status quo.
Dobbiamo tutti prendere esempio da questi gruppi emergenti che s stanno organizzando attorno al movimento dei prigionieri: sono loro che devono guidare il nostro lavoro di organizzazione e la nostra resistenza al genocidio e all’occupazione. Dobbiamo amplificare le loro voci affinché risuonino in tutto i mondo.
In spirito di solidarietà, Rotem Sudman.

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