In Israele c’è chi fa resistenza
Pubblichiamo due interventi di giovani israeliani che si
oppongono alla guerra, all’apartheid e alle occupazioni.
L’inganno del cessate il fuoco.
Caro/a,
sono Shahf. Da adolescente mi sono rifiutata di
arruolarmi nell’esercito israeliano, ritenendola l’unica
scelta morale dopo essermi resa conto della realtà
dell’occupazione. Oggi faccio parte del Resistance
Solidarity Network, sostenendo coloro che , all’interno
della società israeliana, si oppongono alla guerra,
all’occupazione e all’apartheid. Diamo risalto,
sosteniamo e finanziamo un’ampia gamma di gruppi di
resistenza che si oppongono alle guerre e
all’occupazione israeliane: collaborazioni ebraico-
palestinesi contro la guerra, attivisti contro
l’occupazione e obiettori di coscienza. Lo facciamo
attraverso finanziamenti diretti, formazione e sostegno
organizzativo. Vorrei condividere con te il panorama
politico in cui si svolge attualmente il nostro lavoro,
perché stiamo entrando in un periodo nuovo e
pericoloso. Un nuovo ordine regionale sta prendendo
forma sotto i nostri occhi. Viene presentato al mondo
come un “cessate il fuoco”. Ma per milioni di persone
in tutta la regione, il cessate il fuoco assume sempre più
un altro significato: violenza sempre più strisciante,
occupazione normalizzata e controllo militarizzato
senza fine.
Lo vediamo con maggiore chiarezza a Gaza. Le bombe
possono cadere con minore frequenza rispetto a prima,
ma ogni giorno continuano a morire delle persone. La
fame è diffusa. Le famiglie rimangono prive di un
alloggio adeguato, di acqua potabile, di assistenza
sanitaria e di istruzione. Il controllo militare continua
ad espandersi anche mentre nei circoli diplomatici si
discute di piani di ricostruzione. La guerra non è finita.
È semplicemente entrata in una nuova fase. La stessa
dinamica sta prendendo forma anche altrove.
In Libano, le forze israeliane continuano a occupare
territori nonostante gli accordi di cessate il fuoco. In
Iran, i leader politici discutono apertamente della
prossima fase di scontro militare prima ancora che
quella attuale si sia completamente placata. In tutta la
regione, le pause temporanee nei conflitti su larga scala
si stanno trasformando in una nuova normalità: una
realtà in cui il dominio militare persiste, l’espansione
territoriale viene accettata e le sofferenze dei civili
svaniscono dall’attenzione pubblica. È questo che rende
il momento attuale così pericoloso. Quando le bombe
dominano i titoli dei giornali, è più facile mantenere
viva l’indignazione. Ma quando la violenza diventa più
lenta, più burocratica e meno visibile, diventa più facile
normalizzarla. L’attenzione dei media svanisce man
mano che la pressione internazionale si indebolisce e i
media occidentali imparano a distogliere lo sguardo.
All’interno di Israele, questo processo di
normalizzazione è già ben avviato. Gaza sta
scomparendo dal dibattito pubblico. Le proteste
vengono sempre più emarginate., censurate o
criminalizzate., mentre il governo continua a portare
avanti l’annessione in Cisgiordania e la violenza dei
coloni si intensifica di giorno in giorno. le comunità di
pastori palestinesi vengono attaccate, le case bruciate e
intere comunità vivono sotto costante minaccia. Gran
parte di questa violenza è perpetrata da coloni armati,
addestrati e protetti dallo Stato. In queste condizioni, il
dissenso interno assume un’importanza più che mai
fondamentale. Gli attivisti israeliani continuano ad
affiancate le comunità palestinesi vulnerabili, a
documentare gli abusi, a organizzare proteste, a
compiere azioni dirette e a rifiutare pubblicamente di
partecipare al meccanismo dell’occupazione. Insistono,
spesso a caro prezzo personale, sul fatto che un altro
futuro sia possibile.
Resistance Solidarity Network esiste per garantire che
queste persone non rimangano sole. Ci aspettiamo
un’intensificazione della lotta politica, ulteriori tentativi
di mettere a tacere il dissenso e nuovi sforzi per usare la
paura e il militarismo per schiacciare la resistenza. Ci
stiamo preparando ora perché, in questa nuova era di
guerra permanente e violenza normalizzata, la
resistenza non può essere improvvisata. Deve essere
organizzata.
In spirito di solidarietà,
Shahaf Weisbein.
(7)
![]()




