Tempo di speranza: Giornata Mondiale dei Poveri 2025
In mezzo alle incertezze dei nostri tempi, quest’anno dedicato alla Speranza è stato un anno di grazia. Abbiamo salutato con gratitudine il Santo Padre Francesco, che ci ha incoraggiato nella speranza fraterna con la sua esortazione Dilexit nos (“Ci ha amati”), nella quale parla dell’amore divino e umano del Cuore di Cristo; e abbiamo dato il benvenuto al suo successore, il Santo Padre Leone XIV, il quale ha dato continuità all’Anno Santo della Speranza con la sua esortazione Dilexit te (“Ti ho amato”), pubblicata lo scorso 4 ottobre.
Non è un caso che, al termine dell’Anno Giubilare della Speranza, si celebri la Giornata Mondiale dei Poveri il 16 novembre, come ci ricorda lo stesso Papa Leone XIV nel suo messaggio per questa Giornata, pubblicato dal Vaticano il 13 giugno 2025 nella memoria di Sant’Antonio di Padova, patrono dei poveri.
Nei primi paragrafi del messaggio, il Papa annuncia che non conoscere Dio, non essere testimoni della Sua speranza, è “la povertà più grave”. E spiega: “Esistono molte forme di povertà: quella di chi non ha mezzi di sussistenza materiali, la povertà di chi è socialmente emarginato e non ha strumenti per far valere la propria dignità e le proprie capacità, la povertà morale e spirituale, la povertà culturale, di chi si trova in una condizione di debolezza o fragilità personale o sociale, la povertà di chi non ha diritti, né spazio, né libertà”.
Nel suo messaggio, Papa Leone invita a “creare nuovi segni di speranza che testimonino la carità cristiana, come hanno fatto tanti santi e sante di ogni epoca”. Ha sottolineato l’esempio degli “ospedali e delle scuole” cristiani, che per tanti anni sono stati una manifestazione concreta della solidarietà della Chiesa verso i più bisognosi, suggerendo che “oggi dovrebbero già far parte delle politiche pubbliche di ogni paese”. E aggiunge che, contando anche “sull’aiuto delle scienze e della tecnica”, si dovrebbero sviluppare “politiche efficaci nella trasformazione della società” (Dilexit te, 97), evidenziando la necessità di dare priorità ai più “poveri, esclusi e emarginati”, a “coloro che sono considerati uno ‘scarto’ della società”, lavorando per “lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società” (Dilexit te, 111).
Chi sono i più abbandonati della società, se non i senzatetto, coloro che non hanno dove dormire, dove posare il capo (come Gesù Cristo), i feriti lungo la strada (come colui che il buon samaritano soccorse), quelli che soffrono nelle strade diverse forme di disturbo fisico, mentale e/o sociale? Sono stati chiamati “abitanti della strada”, come se questa fosse una condizione naturale che la società dovesse accettare o rispettare. Si potrebbe forse pensare che sia stata una loro decisione volontaria? Qualunque sia la storia di quella persona ferita o abbandonata, noi che le passiamo accanto – la società stessa nel suo insieme – non possiamo pulirci la coscienza con l’indifferenza: né noi né la società possiamo rimanere indifferenti. La persona che oggi si definisce “in situazione di strada” è un cittadino “ferito della strada”, “ferito della società”, un essere umano degno, che bisogna aiutare con ogni mezzo a recuperare la piena dignità.
Le società di oggi, nelle persone e nelle istituzioni, sono maturate; la consapevolezza del dovere di rispettare i diritti umani ci ha persino portato a punire chi non soccorre un ferito in strada.
La persona che oggi si definisce “in situazione di strada” è un cittadino “ferito della strada”, “ferito della società”, un essere umano degno, che bisogna aiutare con ogni mezzo a recuperare la piena dignità.
Ora dobbiamo fare in modo che questa attenzione sollecita si estenda a tutti gli abbandonati per strada, senza distinzione né discriminazione. Che possiamo restituire i diritti a ogni ferito della strada, a ogni ferito di qualsiasi condizione e senza alcuna discriminazione, affinché possa reintegrarsi nella società in modo pieno e dignitoso.
Il Papa dedica gli ultimi paragrafi alla questione dell’elemosina, sottolineando il ruolo che questa ha avuto lungo i secoli, notando che forse “non sarà la soluzione alla povertà mondiale, che bisogna affrontare con intelligenza, tenacia e impegno sociale. Ma dobbiamo praticare l’elemosina per toccare la carne sofferente dei poveri” (Dilexit te, 119).
Papa Leone XIV conclude la sua esortazione con un bellissimo messaggio, che è una preghiera invitante sul significato dell’amore cristiano, invitando a far sì che esso si irradi e agisca in tutta la società:
“L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, riunisce gli estranei, rende familiari i nemici, attraversa abissi umanamente insuperabili, penetra nei luoghi più nascosti della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è prima di tutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non pone limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui il mondo ha bisogno oggi” (Dilexit te, 120).
Carlos Ignacio Agudelo Betancur
Fonte: cec.org.co 28-10-25
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