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Sfruttamento: dal ricatto al riscatto.

Sfruttamento: applicato alla forza di lavoro umano ha costituito l’aggiornamento della schiavitù. Con la differenza che la proprietà dei mezzi di produzione tramite il salario ha potuto infischiarsene del vitto e dell’alloggio dei suoi addetti. Il proprietario di schiavi aveva invece interesse a coprire l’intero arco della loro giornata. Chi si trova in stato di necessità e miseria accetta ogni mansione, compreso il sopruso. Sente di essere solo e in concorrenza con altri. 

Ho conosciuto nel 1900 questo livello di sottomissione e di bassezza di rapporti umani. Il silenzio all’alba negli spogliatoi dove si indossano le tute, a stento un saluto amaro a mezza bocca e a volte neanche quello. E poi, durante il turno, l’arbitrio della catena di comando, i favoritismi, i sotterfugi, i rancori: condizioni ideali per lo sfruttamento della manodopera senza difesa né obiezioni. La critica marxista ha fornito argomenti e ragioni al riscatto operaio, facendo riconoscere lo stato comune di uguaglianza della forza lavoro. Ho conosciuto perciò anche la scoperta del sentimento opposto alla sottomissione ai rapporti di dominio. Comincia con una frase, uno scatto di reazione all’umiliazione. Prosegue con le prime riunioni a fine turno, l’inizio di una presa di parola. Prima timidamente, sotto il timore di perdere il posto di lavoro, poi con la partecipazione a forme di agitazione collettiva che imponeva il suo diritto a chi avrebbe continuato a subire. Sono le minoranze a scuotere e a far prendere coscienza. Lo sciopero all’ingresso, la fila di braccia serrate a impedire il passaggio, la fine della paura anche della polizia venuta a sfondare il picchetto, ad arrestare. Ho conosciuto la scoperta collettiva della forza operaia e il crollo di quella fasulla della catena di comando, sgomenta di perdere l’autorità. Gli anni ’70 degli operai in Italia hanno rovesciato i rapporti di forza tra proprietari e salariati nei posti di lavoro. Gli operai dimostravano l’impatto dell’uguaglianza tra sottoposti a sfruttamento. Parlavano nelle assemblee, le loro parole d’ordine contagiavano le rivendicazioni delle altre categorie del lavoro e il resto della società. La parola sfruttamento è stata sottoposta alla più forte critica di massa. Sui posti di lavoro si respirava il sollievo della dignità, del diritto a essere rispettati, l’ossigeno politico della fierezza di essere operai.

Dalla condivisione di queste lontane storie del 1900 riconosco oggi le aggiornate forme di nuove sottomissioni. Hanno in comune con quelle il sentimento di sentirsi isolati, divisi, deboli di fronte ai meccanismi di ricatto. Ma credo, o voglio continuare a credere, che il passaggio da ricatto a riscatto è breve, serpeggia sotto la pelle e basta una sola consonante, la sibilante esse, a rovesciare il piatto.

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