Le guerre stancano

Le guerre stancano anche chi non le combatte. L’Ucraina retrocede nelle cronache , senza retrocedere sui campi di battaglia. Per chi deliberatamente sceglie di portare una goccia di soccorso, l’attualità non scade.

L’Ucraina è attraversata da grandiosi fiumi orientati nord-sud, tranne il breve tratto di confine alla foce del Danubio.

Bug, Dniestr, Dniepr, Donec, e affluenti irrigano pianure in tempo di pace. In guerra diventano barriere.

La storia di quelle regioni si è svolta con battaglie sui fiumi. Il Volga costituì l’ultima frontiera e baluardo contro l’esercito nazista, fermato sulla sponda occidentale a Stalingrado. Da lì poi respinto fiume per fiume fino alla Sprea di Berlino.

Di nuovo i fiumi diventano trincee, tutti i ponti minati o già fatti saltare per ostacolo all’avanzata dell’invasione.

Mi sono affacciato sui fiumi di guerra. Oggi ritorno dalle rive del Tisa, affluente del Danubio, che segna un tratto di confine tra Ucraina e Romania.

Nella sua corrente annegano uomini che non vogliono combattere. Tentano il guado per sottrarsi all’arruolamento obbligatorio nell’esercito della loro patria invasa. Chi riesce ha per conseguenza la messa al bando dal suo paese in guerra, un definitivo addio. Se tornerà la pace, lui no.

Non ho da chiedere a un disertore le sue ragioni pubbliche o private. Se non fossi stato esonerato dal servizio militare per leva eccedente, mi sarei sottratto all’obbligo di obbedienza. Ricordo bene quella mia certezza. Non so se l’avrei mantenuta nel caso che l’Italia fosse sotto invasione.

Scrivo queste righe sui disertori senza alcun giudizio su di loro. Non ho stoffa né vocazione di giudice.

Li nomino per rivolgere un pensiero al fiume Tisa che restituisce i loro corpi su qualche sponda a valle.

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