“…e questo pensa!”

Un giorno un paesano, scannato come una tasca bucata, pensò bene, per rimediarsi un piatto di minestra, di andare a vendersi qualche cosa. Va a casa. E mentre era lì che guardava a cosa potersi attaccare, l’occhio gli cadde sopra un bel tacchino che, non avendo altro da fare, stava lì come fosse stato un deputato della Camera, a fare la ruota tutto impettito. Il paesano gli legò le zampe come un mazzetto di radici, e tenendolo a testa in giù s’incamminò verso la piazza della Rotonda, dove anticamente (parlo del mio tempo) ci vendevano tutti le bestie, morte e vive. Si mise seduto per terra con il tacchino tra le gambe, e accese la pipa in attesa del primo compratore. Vicino vicino a lui c’era un uccellaio che dentro a tre, quattro gabbioni aveva un gran farfugliare d’uccelli di tutte le razze: verdoni, canarini, verzellini, passeri, merli, piccioni, eccetera eccetera.

Ecco che arriva una signora e chiede all’uccellaio un canarino maschio. Il venditore infila una mano dentro uno dei gabbioni, gliene prende uno, glielo fa vedere e glielo dipinge con molte lodi. “Quanto vuoi?”. “Mi basta uno scudo e mezzo”. “Sei matto? Nemmeno fosse d’oro!…”. il paesano, quando sente “uno scudo e mezzo”, si fa cadere la pipa dalla bocca: resta là pieno di meraviglia, tutto teso con gli occhi e con le orecchie per vedere come andava a finire. L’uccellaio continuava: “Meno di sei papetti non posso”. “Se ti accontenti di uno scudo bene, se no vado da un altro”. Insomma finì che l’uccellaio, tira e molla, le lasciò il canarino per uno scudo. Il paesano, tutto allegro, cominciò a pensare tra se: “Porca miseria!”. Diceva “se per un uccello così piccolo piccolo a questo gli ha dato una piastra, a me ne devono dare almeno cento!”.

Infatti, ecco che gli si avvicina uno: “Quanto vuoi paesano per questo tacchino?”. “Dieci piastre”. “Uh! Ma che sei impazzito?”. E scappò proprio via. Ne passa un altro: lo stesso. Un altro, lo stesso. un altro, un altro, un altro: tutti lo stesso.

L’uccellaio, che vedendo tutta questa faccenda se n’era stato zitto, non riuscì più a trattenersi e fece al paesano: “Ma abbi pazienza, cerca di essere un po’ più cristiano… non sarai mica impazzito? Quando mai, da che mondo è mondo un tacchino è venuto a costare più di quaranta, cinquanta, al massimo sessanta soldi?”- il burino prima lo lasciò parlare tranquillamente, poi glielo disse: “E tu vorresti paragonare il tacchino mio che è così grosso con gli uccelletti tuoi che sono cos’ piccoli piccoli e che ti vendi alla bellezza di uno scudo l’uno?”. “Ma il mio non capisci che è un canarino?”. “E il mio è un tacchino!”.

“Ma questo qua, lo vuoi capire?” fece l’uccellaio indicandogli un canarino del gabbione “questo qua canta!”. E il paesano, indicandogli a sua volta con il dito il tacchino, gli rispose: “E questo pensa!”.

(fiaba popolare laziale )

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