Non hanno vino!

Giovanni, capitolo secondo, nozze a Cana, vino agli sgoccioli, Miriam dice a suo figlio: “Non hanno vino”.

Risposta: “Cosa è per me e per te, donna?”.

La lingua greca di Giovanni ricalca un’espressione ebraica che ricorre in qualche parte dell’Antico Testamento e consiste in una presa di distanza tra due persone per giustifica il figlio: “Non è il mio tempo”.

Senza nient’altro in mezzo, subito dopo si legge che Miriam dice ai servitori di eseguire quanto suo figlio dirà loro di fare. Manca qualcosa? È saltata qualche riga tra le quali lei insiste, lo convince? No. Niente manca a questa perfetta ora di lezione.

Lui la chiama donna. L’ordine di sua madre in pubblico, fuori del rapporto domestico, li separa. Lui oppone obiezione che non è il suo momento. Da lei però sa che quel momento invece è pronto fin dalla nascita, continuo e inesorabile.

Ore fatidiche premono per compiersi, il tempo è una valanga sul pendio, pronta al distacco.

Ci vuole una donna a rivelarlo a un uomo, non una madre a un figlio. Lei meglio di lui lo sa. Ma è diversa dal fissare un tale appuntamento, quest’ora di lezione. Non è un intervento a compiere miracolo, non ripara storpi, ciechi, sordi, muti.

Non serve a sfamare o a dissetare, ma a prolungare la durata della festa. Cos’ha di urgente?

È la festa a essere urgente, la gioia che deve accompagnarla. Il matrimonio è una festività speciale e in disparte da tutte le altre, al punto che non deve coincidere con quella del sabato/shabbàt.

A differenza dei matrimoni delle nostre parti che profittano delle domeniche, le nozze ebraiche celebrano un tempo separato della vita, scandito dal rito del vino, sorgente di allegria. Dev’esserci con esso canto, musica, danza.

Senza nessun punto interrogativo di richiesta, Miriam ordina al figlio. È tempo di aggiungere gioia alla sua missione. Ci sono acque che devono diventare vino.

Nel più urgente pronto soccorso dev’esserci la bevanda della festa, del canto, della danza. Il centesimo salmo ordina di servire la divinità in gioia.

Su una nave di “Medici senza frontiere” nel Mediterraneo: non la prima notte stremata, ma già la seconda, centinaia di naufraghi accalcati sul ponte del loro salvataggio, cantavano e danzavano.

Li guardavo da un punto rialzato. Il loro coro saliva tutto insieme, le onde venivano una alla volta. Un’armonia segreta teneva insieme il mare e quelle persone scippate dal naufragio, la nave uno strumento musicale per accompagnare il canto di gratitudine alla vita.

Si rinnovava la trasformazione di acqua in vino, di lacrime in sorrisi.

Ho assistito a quelle nozze di Cana e ho potuto capire l’ordine di Miriam al figlio: “Non hanno vino”.

Senza quell’ordine è disordine.

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