La baita

Perfino ora che è morto riesce a crearmi delle difficoltà. Questo penso mentre guardo i fianchi ripidi della gola scorrere fuori del finestrino del pullman. Il frastuono dell’acqua rimbalza tra le pareti aspre e brulle, dove l’ultima neve resiste nei punti più in ombra. Solo qualche ciocca viola di crochi spunta a ricordarmi che la primavera è iniziata.

Un tempo era sempre un momento emozionante, un fremito nel sangue, un dilatarsi dei polmoni del mondo. Questo prima che la mamma si ammalasse, da allora niente più vacanze in montagna.

Poi è venuto il trasloco, la nuova moglie e i due figli troppo piccoli per viaggiare. Dopodiché me ne sono andata io, anche se l’università a Roma era più che altro una scusa, per poter smettere di occuparmi di due mocciosi piagnucolanti che dovevo chiamare fratelli, e di parlare ogni santo giorno con quella donna.

Un raggio di sole improvviso e invadente mi colpisce dritto negli occhi, costringendomi a schiuderli. Quando li riapro, le pareti a picco sono scomparse.

Intorno a me si allargano verdi prati pianeggianti, e all’orizzonte spunta un gruppetto di tetti rossi. Un vibrare della borsa mi avvisa che il telefono prende di nuovo, ma ora non ho tempo di guardare i messaggi, perché il pullman sta rallentando per fermarsi nella piccola piazza di Imer. Appena scesa mi guardo intorno per qualche istante, finché dal bar di fronte esce di corsa un ometto anziano, con due chiazze rosse che spiccano sulle guance. Mi viene incontro e mi stringe la mano in una morsa, con un sorriso che gli raggrinzisce il viso cotto dal sole. “Eccomi! Ho pensato di farmi un grappino mentre aspettavo”. “Nessun problema” rispondo. “In realtà avrei preso la coincidenza, senza disturbare nessuno”. “Ma quale disturbo? E poi avresti aspettato due ore”. Senza lasciarmi la mano, mi trascina verso un pick-up malandato parcheggiato accanto alla fontana. “Non c’è traffico a quest’ora” dice Beppi, mettendo in moto. “Arriveremo in mezz’oretta”. “Non importa, purché io riesca a prendere l’ultimo pullman che scende”.

La strada si infila in un’altra stretta valle, risalendo il corso del torrente Vanoi. L’acqua forma gorghi spumeggianti tra le rocce ai piedi delle cascatelle e, qui e là, si raccoglie in pozze più profonde di un blu glaciale, che scintillano come zaffiri liquidi. Passato Canal S. Bovo, lungo la strada si incontrano solo segherie, e sui pendii spicca l’occasionale macchia bianca di qualche capra.

Il posto non è cambiato granché dall’ultima volta che ci sono passata. Ricordo che la mamma si lamentava per le buche e papà per le cassette di musica classica che lei si ostinava a mettere. Era l’estate dopo la terza media, e sembrava che nella mia vita tutte le strade si stessero aprendo. Invece, a mia insaputa, le cose avrebbero già imbroccato la discesa libera della fine.

Beppi mi lancia occhiate, come sul punto di dire qualcosa, così rompo il silenzio per prima. “Come sta Gemma?”. Ne ho solo un vago ricordo: una lunga traccia, denti un po’ sporgenti e un’orribile gonna scozzese. L’altro si rabbuia. “Da quando è andata a stare a Belluno la vedo solo per le vacanze. Continua a dirmi “Papà, prenditi un cellulare”. Ma io non lo saprei neanche usare. Comunque aggiunge, “sta bene, ha un buon lavoro e tre figli. Sarà contenta quando le dico che ti ho vista”. “Oh, neanche si ricorderà…”. “Ma se veniva sempre da me per lamentarsi: “La Gabri ha un paio di Levis bellissimi” o “Ha questo nuovo mangiacassette con le cuffie”. Beppi sospira. “Eh, vent’anni fa le novità qui arrivavano quando erano già fuori moda. Ma i tempi sono cambiati”. “A me pare rimasto tutto uguale”. “I giovani ormai vanno via tutti, e al loro posto arrivano i turisti. Ci sono continui lavori per sistemare le strade e per la linea internet”. Guardo di sfuggita il telefono che ho in mano. Ci sono messaggi dl lavoro, e uno di Marco, che vuole sapere se sono arrivata. In questi ultimi giorni mi tratta come se fossi di vetro, come se potessi andare in pezzi da un momento all’altro per la morte di qualcuno che non vedevo da una vita. Risponderò più tardi. Beppi si schiarisce la gola. “Mi dispiace per tuo papà. Non veniva più spesso, ma ne ho un buon ricordo”. Ecco. Sapevo che se gliene davo occasione l’avrebbe detto. “Era molto cambiato, non l’avresti riconosciuto”. “In realtà l’ho visto solo pochi mesi fa”. Aggrotto la fronte. “Credevo fosse malato da tempo”. “Si, infatti non stava molto bene, ma ha voluto vedere la baita. Pensa che è venuto da solo”. “Voleva venderla?”. “No, non ha parlato di vendere. Si è fatto portare su, e mi ha chiesto di continuare a darci un occhio”. “Sei stato gentile”. L’altro scrolla le spalle. “Non mi costava niente, visto che la mia è lì attaccata”.

La strada prosegue tutta curve, finché, disteso lungo il torrente, appare il paesino di Caoria. Sopra le vecchie case costruite nello stile semplice di montagna, spicca il campanile bianco della chiesa, con la sua cupola metallica a forma di cipolla che cattura i raggi del sole. L’auto prosegue, attraversa un ponte di legno e si lascia il paese alle spalle. Poco più avanti Beppi imbocca un sentiero che si inerpica su per il bosco, litigando con la frizione, mentre il furgone procede a balzi. Quando gli alberi si aprono, sulla destra si allarga un ampio prato con una dozzina di casupole costruite in legno e sassi. Un tempo erano usate dai pastori come rifugio e deposito nei mesi estivi, ma ora sono tutte chiuse. Non c’è anima viva. Scendo e mi abbottono il giubbino per proteggermi dall’aria fredda. Solo poche baite, forse convertite in case per vacanze, sono in buone condizioni. Le altre sembrano abbandonate. Qui e là, sotto gli alberi che circondano il prato, spuntano chiazze bianche. Una distesa di bucaneve, molti ancora in boccio.

Se venivamo in questa stagione, mamma ne coglieva sempre un mazzolino che metteva in un bicchiere sbeccato, sulla tavola del nostro alloggio in affitto giù in paese. Tenere la baita dei nonni era stato un capriccio di papà, con la vaga idea di ricavarne prima o poi una vera casa. 

“Già che sono qui, vado a controllare la mia” dice Beppi, con il palese intento di lasciarmi sola. Chissà poi perché.

Devo solo entrare, vedere le condizioni e decidere se posso ricavarci qualcosa o no. Punto.

La baita  in cima al prato, lambita dalle fronde di un grande abete. L’interno è buio e sa di legno umido, il sole che filtra tra le asi illumina  nuvole di polvere sospesa. C’è ben poco qui: un tavolo, due panche, una bassa credenza. Non so perché sono venuta. Dopo dieci anni di silenzio arriva la telefonata di quella donna per dire che papà è morto e mi ha lasciato la baita. Poi comincia con una tiritera sulle difficoltà degli ultimi anni, i debiti… Ma chi le ha mai chiesto niente? Ho smesso di ascoltare, sobbalzando solo quando ha iniziato a dire quanto papà era dispiaciuto e quanto avrebbe voluto farsi vivo, specie dopo essersi ammalato, e di come temesse di farmi sentire in obbligo.. bla, bla. Per tagliare corto, le ho promesso che sarei venuta a vedere.

Tanto per fare qualcosa, apro le ante della credenz, e resto a bocca aperta nel trovarci una grossa scatola di plastica. Sembra nuova, e a differenza del resto ha solo un sottile velo di polvere.

Incuriosita, la porto sul tavolo per aprirla. Dentro c’è un vecchi gatto di peluche. Fuffi! Ero certa fosse stato buttato molto tempo fa. Ci sono anche altre cose: pagelle, disegni, un paio di babbucce rosa da neonato lavorate a maglia, il bracciale del battesimo… Un grosso plico di foto. Quelle di famiglia fino ai miei quindici anni.

Sul fondo noto una lettera. La grafia è tremolante e stento a riconoscerla.

Cara Gabri, se leggi questa…

Scorro in fretta il resto: cure poco efficaci, pessimismo dei medici; i molti errori passati; la mia ostinazione nel non voler accettare la nuova famiglia, e i suoi tentativi inutili di mettere pace; la voglia di cercarmi senza trovare mai il coraggio.

… quindi ti capisco se vorrai venderla, ma è un pezzo del mio cuore e devo almeno provare. Io non ci sono più venuto, era troppo triste. E ora mi chiedo se  non ti ho dato l’impressione sbagliata: che avevo cancellato il passato, i momenti spensierati qui nel Primiero e, soprattutto, tua madre. Ma uno fa quel che può per affrontare i cambiamenti, specie quelli dolorosi, e per me era più facile provare a dimenticare. Spero che mi perdonerai e che farai un pensiero sul tenere la baita. Magari un giorno ci porterai i tuoi figli. Niente mi farebbe più felice. Con affetto, papà.

Fuori trovo Beppi che sorride. “Ah, ecco per chi era la scatola. Quando l’ho portato qui, l’ultima volta, ha detto solo che questo era il suo posto. Ho pensato non ci fosse più di tanto con la testa”. S’interrompe, imbarazzato.

Sistemo la scatola nel pick-up, ma prima mi chino a raccogliere un bucaneve, che infilo in mezzo alla lettera. 

“Allora , cos’hai deciso?”. Chiede Beppi, mentre torniamo a Imer. “Se la vendi, posso farla vedere io ai compratori, senza che vieni su apposta”. Scuoto la testa, lasciando vagare lo sguardo sulla striscia argentea del torrente al mio fianco. “Grazie, ma vorrei pensarci ancora un po’. Se non ti dispiace continuare a darle un occhio…”.

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