Il cuscus incatenato

Bensalem abitava fi dalla nascita in quest’oasi del sahara occidentale, un’umile casetta del gsar riservata alla popolazione negra della città. Era l’unico suo bene che gli avesse lasciato suo padre in eredità.

Era composta di tre stanze: una centrale che serviva da sala comune e da camera da letto; a destra quella dei bambini, a sinistra la cucina e la cambusa. L’insieme dava su un cortile nel quale era ubicata una povera capanna destinata al pollaio ed a una pecora magra.

Il suo giardino era collocato fuori delle mura della città, nella “dahia” dell’oasi, dove diversi pezzi di terra erano irrigati grazie alla “seghia”. Bensalem coltivava il suo giardino con amore; aveva anche scavato una grossa buca, successivamente ricoperta con frasche, che gli serviva a lasciarci momentaneamente i suoi raccolti e i suoi attrezzi. Nell’estate, quando l’aria diventava irrespirabile per il gran caldo, tutta la famiglia aveva l’abitudine di venire a pranzare nel giardino e di fare la siesta in quella specie di grotta.

La famiglia di Bensalem era composta da lui, sua moglie, due bambini, la pecora e le galline, che l’approvvigionavano di latte e uova fresche. Ma c’era anche un gatto che era il personaggio serio della casa. Lo chiamavano :” Lacas ( il guardiano).  E difatti si preoccupava con estrema dignità della sua funzione di guardiano.

Passo dopo passo egli seguiva tutte le faccende della padrona di casa: sia che preparasse un “tadjin” sul suo piccolo fornello, sia che tostasse il caffè o filasse la lana della sua pecora.

Quando nel corso della giornata i bambini uscivano per andare al mektab, dopo averli accompagnati fino alla porta del cortile dal quale si usciva sulla strada, egli si arrotolava e pazientemente aspettava il loro ritorno, spiando i più piccoli rumori dei passi dei rarissimi passanti che attraversavano la viuzza. Se a uno dei bambini gli accadeva di ammalarsi, non lo lasciava neanche per un attimo. Rimaneva tutto il giorno accanto al suo capezzale.

Le magrissime riserve di miglio, di orzo e di semola della famiglia erano difese da lui con feroce determinazione contro tutti i topi del paese. La fedeltà del “guardiano” era veramente un modello di prontezza e di deferenza.

Purtroppo, però, in tutte queste sue lodevoli qualità c’era una fala: Lacas, una volta che tutta la famiglia si era addormentata, usciva da un buco e se ne andava a gironzolare nella notte. Bensalem, che l’aveva cercato invano prima dell’alba, era incuriosito dall’attività notturna del gatto. Era forse una gattina del vicinato a esercitare la sua opera di seduzione su questo fedele guardiano? Aveva forse una famiglia di gatti a lui sconosciuti? Magari andava di notte ad allevare i suoi gattini? Ma? E i suoi gattini gli somigliavano?

Tante domande alle quali Bensalem non sapeva trovare una soddisfacente risposta, fino al giorno in cui si decise di indagare per trovarne una.

Venuta la sera, i bambini si ritirarono nella loro camera. Sua moglie si addormentò. Bensalem fece finta di fare lo stesso. prima però aveva avuto cura di lasciare la porta socchiusa per poter uscire senza far rumore. Quando vide Lacas arrampicarsi verso il buco del soffitto, aprì lentamente la porta, lo vide girare attorno al cortile sel muro del recinto e saltare nella stradina.

Bensalem si precipitò verso la porta del cortile, seguì quatto quatto sulla punta dei piedi Lacas che camminava lentamente verso il giardino familiare. Il padrone lo seguiva a passo vellutato; e quale non fu il suo grande stupore quando vide sbucare altri gatti, che andarono tutti a sedersi al riparo di un cespuglio. Da lì vide un gruppo di uomini andare verso il suo sito. Erano tutti vestiti come lui di gandhura bianche.

Accortamente, Bensalem si unì a loro. Il chiaro di luna che entrava dall’ingresso della grotta permetteva di distinguere una grande checaa di legno, lasciata lì dalla famiglia nel periodo estivo. Era collocata a terra, nel mezzo della stanza ed era piena di cuscus.

Bensalem fu molto meravigliato di notareche sull’orlo molto spesso della gheeca vi era una catena arrotolata attorno al piato.

Si sedette sui tacchi, come avevano fatto tutti gli altri, senza farsi notare, attorno al grande piatto. Ma poiché i convitati muti non si decidevano a mettere la mano nel piatto, Bensalem dopo essersi impossessato della catena con la mano sinistra, per rompere il silenzio, si mise a lanciare a voce alta, secondo il rito, un “Bismillah” sonoro (al nome di Dio), prima di prendere con la destra un pugno di cuscus.

All’improvviso uno scoppio terribile squarciò l’aria, come se tutti i convitati polverizzati si fossero dissipati in un uragano. Bensalem, impaurito, teneva ferma la catena, ma la gheeca si sollevava da terra da sola.

Tremando in tutto il suo corpo, Bensalem finalmente solo nella grotta, si aggrappò con tutte le sue forze alla catena del piatto di legno, che si sollevava sempre più in alto nell’aria, trascinandolo con sé fino al soffitto. Per molto tempo rimase così sospeso. Ma, pian piano, tutto ripiombò nel silenzio, ritornò l’ordine e il buio della notte. Allora Bensalem si lasciò ricadere a terra.

L’indomani, dopo quella notte travolgente, egli raccontò quanto era accaduto ai suoi amici della zona, che l’accompagnarono alla grotta. La gheeca dei gatti djin fu trovata e trasportata con tutti gli onori fino alla moschea del paese, dove da allora viene utilizzata per le cerimonie della circoncisione.

( fiaba nord Africana)

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