Il caffè…e il latte

C’era una volta un Sultano molto giusto, buono, che amava profondamente i suoi sudditi ed era così preoccupato di bandire dal suo reame le ingiustizie, che si recava di persona tra i monti e le valli, presso ogni tribù al fine di rendersi conto da se stesso.

Questo monarca era modesto e semplice. Si spostava senza grande apparato: qualche guardia del corpo, il suo cuoco e l’addetto al caffè (Kahuaggi). Il Sultano nel corso delle sue visite al paese, spesso si sedeva sotto un albero e ascoltava come un padre di famiglia i lamenti dei suoi fellah.

Il Kahuaggi, nel frattempo, raccoglieva nella natura, di qua, di là, qualche ramicello di vecchio legno, qualche erba secca e predisponeva tra due pietre un fuoco sul quale egli metteva la sua piccola cuccuma nella quale preparava lentamente un caffè, di cui il profumo era già un conforto.

Comprava anche a della povera gente il latte delle loro capre o pecore e lo metteva a riscaldare.

Il Sultano, che doveva sostare a lungo per le sue udienze, era rinvigorito da quel buon caffè. Ma aveva cura di miscelarlo con il latte purissimo per addolcirlo e renderlo più bianco, così diventava una bevanda gustosissima.

Dall’angolo del focolaio improvvisato, il Kahuaggi seguiva con sguardo interessato l’interminabile processione di postulanti, e ogni tanto ne approfittava per presentare al Sultano il suo piccolo vassoio, canticchiando una filastrocca che diceva:

“Ecco il caffè, il caffè e il latte,

Salutate tutti il profeta amato

Che colui che avrà scavato un pozzo contro suo fratello

Sarà il primo ad essere inghiottito”.

Pochissima gente poteva discernere il significato di quella piccola filastrocca. Il Kahuaggi, da trent’anni che seguiva il Sultano, aveva adottato uno stile tutto particolare nel vestirsi. Sulla sua gellaba d’un bianco immacolato lasciava cadere un lembo del suo ‘amama. Questo ‘amama di mussolina bianchissima gli avvolgeva prima la testa, poi, in un secondo giro gli velava, alla maniera degli uomini del deserto, il basso del viso, compresi il naso e la bocca, lasciando scoperti solo gli occhi; infine si serviva d’una estremità libera per poter tenere il manico della caffettiera.

Un giorno, un uomo diventò geloso della fiducia che il Sultano aveva nel suo Kahuaggi da tanti anni, e si mise in testa di sostituirlo nelle sue funzioni.

Approfittando d’un attimo di solitudine del Sovrano, si avvicinò a lui e gli disse:

– Sire, dovete scusarmi se vi importuno, ma non posso sopportare quello che mi viene da ascoltare.

– Che cosa vuoi dire?

– Sapete perché il Kahuaggi, che è al vostro servizio, ha sempre il basso del viso nascosto dal suo ‘amama?

– Non lo so. È una sua abitudine.

– Ebbene! Ho saputo che questo ragazzo è marcio, che il suo alito è così fetido che se non nascondesse la sua bocca, il vostro caffè avrebbe un odore nauseabondo.

Il Sultano fu sconvolto. Era dunque per questo che il Kahuaggi, nascondendosi dietro il paravento della modestia, abitava fuori delle mura della città, in modo da evitare ogni contato con la gente, che avrebbe potuto così sorprendere l’orribile segreto…Il Sovrano sapeva che all’alba, al primo appello del muezzin per la preghiera, il suo servitore si presentava davanti alle guardie, alla porta del palazzo per venire a prestare servizio.

Chiamò il suo chouch e gli disse: “Domani mattina acchiapperete il primo uomo che si presenterà davanti alle porte della città e andrete ad impiccarlo”.

Ma, per un destino birichino il nostro invidioso che agognava il posto di Kahuaggi e pensava che il pover uomo sarebbe stato condannato all’alba, andò ad appostarsi vicino alla porta della città per essere il primo a presentarsi a palazzo, ad esecuzione avvenuta. Ci arrivò addirittura prima del Kahuaggi… e fu così lui ad essere impiccato!

Quando, quella mattina, il Sultano vide arrivare il suo Kahuaggi, sereno come sempre, avvolto nel suo ‘amama immacolato, rimase stravolto: il fedele servitore canticchiava come al solito: “Ecco il caffè, il caffè e il latte…”.

Il Sultano, quella volta, prestò l’orecchio attentamente:

“Salutate tutti il profeta amato

Che colui che avrà scavato un pozzo contro il suo

Fratello

Sarà il primo ad essere inghiottito”.

Gli occhi del Sultano si fecero più grandi del solito. Chiamò le sue guardie per chiedere se avevano impiccato il primo fedele presentatosi davanti alle porte della città. Alla loro risposta affermativa, il Sultano si recò allora presso la forca e riconobbe il calunniatore. Ritornò al palazzo e disse al Kahuaggi: “Sii sincero! Spiegami perché avvolgi il basso del tuo viso con il tuo ‘amama?”. E il fedele servitore rispose:” Sire, quando cerco dei ramicelli per accendere il vostro fuoco, potrebbe capitarmi di sgualcire piccole erbe liberando qualche odore e anche di sporcarmi le mani o il viso con la cenere e la fuliggine. Non conviene al Sovrano che il suo fedele servitore sia tanto bianco quanto il latte che vi serve, quanto la preghiera del profeta, e quanto anche la giustizia che Dio vi ispira?”.

(fiaba del nord Africa,)

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