Un’ Aborigena Italiana.

Italiano è senz’altro il nome, almeno quello che appare nel sottotitolo dell’insolita storia narrata nel libro di Stefano Girola: “La guerriera che sorride. La storia di Rina Louise dal Cengio”. La storia di questa donna aborigena è una simbiosi straordinaria fra due mondi così profondamente diversi: accosta due culture e due mondi distanti anni-luce fra loro: quello italiano e quello aborigeno.

Sono più o meno note le vicende di lento accostamento di un mondo “civilizzato“ = colonizzatori inglesi, al mondo “retrogrado e primitivo” dei primi abitanti dell’Australia. Così primitivo che ora l’arte aborigena, almeno nelle grandi pinacoteche delle grosse città australiane sono adornate con opere di autori aborigeni!! Vi è poi un altro fattore non certo trascurabile: se ora siamo in grado di calcolare e risalire alle origini e comparsa del genere umano su questo pianeta, non possiamo trascurare il mondo degli aborigeni!

Anche nel caso di M.L. Dal Cengio, l’incontro è iniziato in una località ben conosciuta dai primi emigranti italiani approdati in Australia, vicino alla fascia costiera del Nord Queensland. Molti emigranti italiani avevano trovato lavoro nelle diffusissime coltivazioni della canna da zucchero. Anche quello era un territorio, come del resto tutti gli altri dell’enorme distesa del continente australiano, percorso, in lungo e in largo, per circa 50.000 anni da tribù di aborigeni, etichettati dai conquistadores britannici come “incivili e selvaggi”.

Il padre di Rina Louise, Vittorio Dal Cengio (1930-1980), tagliatore di canna, era originario di Molino Altissimo (Vi.). Emigrato in Australia, come tanti altri emigranti italiani provenienti dal Veneto. Fra i primi emigranti italiani in Australia, mancavano quasi del tutto donne italiane e, in più, da parte degli Australiani di origine anglosassone o irlandese c’era una profonda diffidenza verso gli immigrati italiani (=coloured). Da non sottovalutare il fatto che fra gli emigrati italiani del tempo c’era meno razzismo verso gli Aborigeni, come attestano foto del tempo con feste “miste”. Tutti sorridenti, con sullo sfondo le piante di canna da zucchero.

Tutti sorridenti. L’affermazione ci riporta al titolo e al contenuto del racconto. Nonostante peripezie, affrontate e in parte subite da Rina Louise, nell’orfanatrofio di Townsville, la principale città agricola nel Nord Queensland, e poi gli abusi subiti con la famiglia a cui era stata affidata, lo stato di semi-abbandono da parte del padre naturale alcolizzato (+1980), il suo arrivo a Venezia nel 1978, la nascita del primo figlio. E con la seconda maternità una grave malattia. E, nel 1996, il ritorno in Australia e il ricongiungimento con la terra natale, con i nonni, gli zii e gli amici. Louise ricorda la visita inaspettata ai suoi cugini: “bussai alla porta e aspettai. Loro mi guardarono e poi mi chiusero la porta in faccia. A causa della mia carnagione ‘bianca’, mi avevano scambiato per un’assistente sociale o per qualcuno del governo venuto a portare grane” (p. 51). Le risate, spontanee e dirompenti, si protrassero a lungo.

Anche se assente per diversi anni, la “guerriera che sorride” non aveva mai dimenticato i paesaggi e gli animali australiani: gli uccelli che cinguettavano a non finire, le pozze d’acqua tra le rocce, dove si può fare il bagno tra le piante gigantesche di foreste pluviali. Nel frattempo, aveva maturato un principio di fondamentale importanza: la vita è un’ avventura dove la violenza non crea nulla di duraturo.

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