IMMIGRATI: CONTRIBUTI INATTESI E SOTTOVALUTATI

Il “diverso” ha sempre suscitato, in tutte le epoche, reazioni che, almeno in parte, conosciamo e viviamo non solo nel nostro intimo ma anche nella vita quotidiana.

I pareri personali riguardo a “nuovi ospiti” (a volte chiamati con nomi non sempre “simpatici”) variano notevolmente e le espressioni usate poco hanno a che fare con i fondamenti reali atti a dare solidità e spessore ai propri ragionamenti.

Molte affermazioni sono state generate dall’onda mediatica generata dagli sbarchi nel Sud Italia, tenendo in poco o nessun conto i pericoli affrontati da tutti coloro che si son buttati allo sbaraglio senza badare ai molti rischi. Per tacere sul numero davvero impressionante di chi ha perso la vita: giovani, madri, bambini che hanno generato un immediato sussulto di pietà “affogata”, anch’essa, nel giro di un battito di ciglia.

“Invasione” è la parola usata dall’opinione pubblica fomentata, come già detto, dai mass-media e da personaggi pubblici e privati che fanno leva sulle notizie che quotidianamente ci vengono elargite. Discorsi del tipo: “Non possiamo permetterci aggregazioni nuove, quando sul territorio italiano si convive da anni con livelli preoccupanti di disoccupazione, sottooccupazione, caporalati, forse anche forme di schiavitù nuove… per non parlare del numero considerevole di giovani nostri obbligati ad emigrare…. Meglio se rimangono a casa loro, invece di finire nel mucchio di gioventù in stato precario, perché sottopagati o, peggio ancora, mantenuti dai loro nonni o bisnonni…”.

E’ necessario usare una nuova visuale e non lasciarsi irretire da una propaganda unilaterale che fa parte di una disinformazione nata molti secoli fa e che nei suoi contenuti, come nelle sue modulazioni espressive, non è del tutto nuova.

Interessante il titolo di un saggio del giornalista G.A. Stella “L’Orda. Quando gli Albanesi eravamo noi” (2002). Qual’è la differenza ora da allora? I “nuovi ospiti” viaggiano su imbarcazioni accatastati a centinaia come sardine, allora, prima della Prima Guerra Mondiale, i nostri bisnonni a migliaia su transatlantici che impiegavano settimane per raggiungere nazioni ben più lontane.

Con la serie “Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione”, la Fondazione Moressa (Venezia), da vari anni e soprattutto dal 2011, pubblica saggi e volumi di approfondimenti sui diversi aspetti relativi ai nuovi flussi:

  • “L’ impatto economico e fiscale in Italia” edizione 2017, pgs. 83-125;
  • “Immigrazione e sviluppo dei paesi d’origine” edizione 2017, pgs125-155;

Tra le varie tematiche trattate spiccano i contributi, approfonditi negli anni, di studiosi ed analisti che sottolineano l’importanza del fenomeno ponendo l’accento sul concetto che i fatti concreti sono quelli che valgono e che si imporranno con il passare del tempo.

Il capitolo sul’ “imprenditoria immigrata in Italia” è stata una scoperta piacevole ed entusiasmante. Si scopre che ogni anno vengono spedite rimesse per 7/8 miliardi di Euro alle banche dei paesi di origine o consegnate direttamente alle famiglie rimaste in patria. Un importo che supera le somme stanziate per incrementare le economie dei paesi sottosviluppati.

La strada verso il riconoscimento dovuto alle comunità di immigrati in Italia è ancora tutto in salita….Interessante e del tutto inattesa è stata la scoperta di un recente studio (2020) di Maurizio Ambrosini e Deborah Erminio (a cura di) “Volontari inattesi. L’ impegno sociale delle persone di origine immigrata”. L’opinione comune è che gli immigrati siano i beneficiari di azioni altruistiche elargite soprattutto dal volontariato cattolico. Questa prospettiva, anche se vera, deve essere integrata con l’apporto degli immigrati (non pochi) che oltre al loro contributo economico, esprimono un alto livello di coinvolgimento personale, impegnandosi in azioni concrete di volontariato, sia cattolico che laico.

Nel giro di pochi anni, i beneficiari si mutano in protagonisti. Da notare che il caso italiano non è affatto isolato: esistono già numerosi studi ed esperienze simili anche in altri paesi con comunità immigrate sul loro territorio.

Da ultimo e per concludere: l’aspetto su cui le autorità politiche e civili nicchiano: le culle vuote. L’andamento demografico italiano è preoccupante e sarebbe ancor più marcato se mancasse il contributo delle famiglie immigrate.

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